“Mio fratello” di Daniel Pennac

Mio fratello, Daniel Pennac, riassunto, trama, recensioneC’è dignità nel soffrire con compostezza e coraggio nel ricordare con ironia. Mio fratello, l’opera più intima di Daniel Pennac, consegna queste parole al cuore e alla mente del lettore. L’universalità e la potenza che ha solo ciò che è inevitabilmente personale, questo è il cuore del libro.

L’inserimento, all’interno del romanzo, della messa in scena teatrale del libro di Melville Bartleby, lo scrivano operata da Daniel Pennac, mitiga le pagine del ricordo del fratello scomparso prematuramente, con la necessità letteraria di trovare una struttura narrativa e una ritmicità stilistica. In una logica di pieni e di vuoti (nobili, s’intenda), le pagine che raccontano con lucidità e chiarezza l’adattamento teatrale, diventano, nel mare infinito della lettura, risacche di pensiero e respiro. E in questi sensi, che si intrecciano e convergono con crescente precisione man mano che la lettura avanza, si tratteggia con raffinatezza l’affinità tra Bartleby e, il fratello di Daniel Pennac, Bernard. Due personaggi inclini alla distanza da ciò che accade loro, intorno e accanto, nella sfera sociale, e al silenzio.

Un libro, sottile, le cui pagine al suo interno custodiscono tre storie, tre dimensioni, tre orizzonti: l’amore per il fratello e l’incertezza per ciò che si è perso per sempre; l’amore viscerale per il teatro, la drammaturgia, la lettura e la condivisione; e infine la storia di un grande autore come Herman Melville.

È audace chiedersi, di fronte al giudizio cosciente e costante del lettore, chi si è perso veramente. Ed è singolare porsi, letterariamente, l’interrogativo d’aver conosciuto o meno chi, per una vita intera, ci è stato caro. Sapere di non sapersi, è una scoperta che travolge l’autore e aggancia il lettore con vorace curiosità alle pagine che seguono.

Pennac racconta di un fratello del quale ricorda alla perfezione gesti e sfumature, col quale però non s’è mai abbandonato, almeno completamente, al dialogo. Un fratello, che ha vissuto in un elegante silenzio la propria solitudine, che risuona nel racconto di momenti di struggente sentimento.

Bartleby, miraggio di una illusione, supplisce la mancanza, colma la distanza, allevia la tristezza, per certi versi irrimediabile, dell’assenza di Bernard.

La missione più complessa, perfettamente centrata da Pennac in questo romanzo, è raccontare il dolore con compostezza. Ci riesce lo scrittore francese, con lucidità e simmetria emotiva. Per cui risulta udibile, come dentro le orecchie, il suono della risata, immaginabile lo stupore che Bernard conservava negli occhi sebbene fosse malato.

La reazione di Daniel Pennac alla scomparsa del fratello Bernard segue il codice dell’amore comune verso il grande scrittore statunitense Herman Melville autore del capolavoro Moby Dick, e dell’ossessione per il personaggio di Bartleby. Pennac allestisce una riduzione drammaturgica, una lettura scenica per così dire, del racconto Bartleby, lo scrivano. Un personaggio che lui e il fratello adoravano molto. La messa in scena di Bartleby, lo scrivano allo stesso modo, lo cura e lo distrae. Per l’autore ed ex docente francese è il modo, catartico, di metabolizzare la perdita del fratello morto. Gli stralci di Bartleby, lo scrivano che Pennac porta a teatro si trasformano in un monologo da leggere a voce alta. L’adattamento teatrale si mescola con il racconto della tournée, dell’accoglienza e delle reazioni del pubblico, di aspetti più tecnici come le scelte di traduzione e di messa in scena, che via via si fa più essenziale e puntuale.

Mio fratello costituisce l’opportunità di farsi un’idea, piuttosto fedele, di Bartleby, lo scrivano. Sebbene infatti il racconto sia mediato dalle scelte di Pennac, che ovviamente non ne permettono la lettura integrale, rimane un ottimo modo di approcciarsi ad un testo “minore” di un grande romanziere statunitense.

La malinconia del ricordo di Bernard pervade il romanzo dalle stesse crepe dalle quali entra l’ironia più luminosa. Autentici arrivano al cuore del lettore i sentimenti, liberi da contaminazioni ed esigenze narrative piuttosto che dal bisogno d’enfatizzare.

Pennac dice di non averlo imitato in vita il fratello, “un modello troppo alto”; “mimetico”, invece, definisce il suo lutto.

C’è dignità nel ricordare con limpidezza ciò che è stato e non ci appartiene più: “lo stesso tintinnio contro la porcellana” del cucchiaino da caffè; “partite di scacchi che rasentavano l’eternità, eppure potrei contare sulle dita di una mano i segreti che ci siamo scambiati”, racconta l’autore francese.

Leggere Mio fratello di Daniel Pennac significa vedere e riconoscere certi sentimenti, sottili e sfilacciati, che prima ci sembravano senza nome.

Antonio Mulone

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