“Minima Moralia” di Theodor W. Adorno, di Vincenzo Rosito

Minima Moralia, Theodor W. Adorno, Vincenzo Rosito«Introdurre il lettore alla scoperta di Minima moralia può risultare dunque un’impresa complessa e per molti versi impropria. Ogni scelta interpretativa rischia di tradire le intenzioni dell’autore che ha privilegiato non a caso l’aforisma. È dunque un atteggiamento fedele e rispettoso quello di chi si predispone a contemplare la forma dell’opera non lasciandosi intimorire da un’audace raccolta di frammenti filosofici. In questo libro infatti, Adorno inizia ad argomentare prima ancora di pronunciare singole parole o frasi: la stessa struttura formale della prosa, così come l’organizzazione del pensiero, sono vibranti pretese di senso e autentici affondi filosofici.

Minima moralia è un’opera volutamente disorganica, contraddittoria e incompleta. È impossibile scorgervi le tracce del pensiero sistemico, così come è frequente imbattersi in affermazioni oppositive e confliggenti. Inoltre Minima moralia non è un’opera conclusa proprio perché non ha un inizio e uno svolgimento, l’incompletezza può essere considerata il suo maggiore vanto stilistico. La filosofia non pretende di attestarsi quale impresa sazia e definitiva, non essendo propriamente un’arte della cesura. Anche quando è doveroso formulare conclusioni filosofiche, occorre che al loro interno siano ravvisabili i presupposti di una nuova concettualizzazione. In filosofia l’incompletezza diventa garanzia di inedite aperture riflessive. L’incompletezza è infatti la caparra di un pensiero che ama nuovamente allestire la scena del dramma e la composizione del problema. La filosofia deve inoltre saper maneggiare “quel che suscita le vertigini” ovvero ciò che è povero di segni e di contesti di riferimento. Il frammento filosofico somiglia all’apolide e allo straniero che costantemente arriva e approda. Costui è vulnerabile poiché sprovvisto di ancoramenti simbolici, orfano di un riconoscibile retroterra culturale. Anche per queste ragioni Adorno s’incammina lungo la via di un pensiero che sposa consapevolmente la forma del frammento. […]

Minima moralia raccoglie pazientemente i frammenti di un pensiero incompleto. In questo modo Adorno adotta uno stile credibile e rispettoso nel comprendere filosoficamente la realtà, senza oltremodo offenderla. Il pensiero assume mimeticamente la forma dell’inorganico, si adegua e si abbassa sposando le ragioni del frammento e i limiti della parzialità. Quella di Adorno non è solo una drammatica protesta nei riguardi della razionalità sistemica, egli non desidera criticare unicamente il pensiero che assimila e identifica gli oggetti del mondo reale. Gli aforismi di Minima moralia pongono prima di tutto l’attenzione sul frammento in quanto scarto e rifiuto. La realtà che va in pezzi non ha semplicemente il volto del mondo disorganico e sconnesso: sono frammenti del mondo unitario non solo i pezzi della vita psichica, ma anche i membri della vita sociale, le persone dimenticate, espulse e ricacciate. Il frammento è prima di tutto immagine di coloro che sono andati perduti. È forse questa la motivazione primaria che ha spinto Adorno a scrivere un libro di aforismi. La società non è solo una realtà complessa e contraddittoria, ma un organismo storico, capace di generare un’immane quantità di resti e residui. Ciò che si perde rischia di non essere mai più riconosciuto e nominato. È compito della filosofia rendere eloquente il dolore che si sedimenta nei frammenti della realtà.

«Oggi che il soggetto è in corso di sparizione, gli aforismi fanno propria l’istanza che proprio ciò che sparisce sia considerato come essenziale». Queste parole risuonano come un principio etico fondamentale. Il filosofo e moralista si concentra prima di tutto su ciò che scompare, egli è un osservatore proteso verso le realtà residuali. La prospettiva della filosofia morale è all’altezza del proprio compito solo se è capace di assumere ed esplicitare il compito della filosofia tout court: riconoscere l’antecedenza etica dell’inessenziale. Solo grazie alla portata critica di questo gesto, la coscienza individuale non si perverte nel dominio dell’autoisolamento individualistico. Infatti «la fedeltà al proprio stato di coscienza e di esperienza è sempre in pericolo di trasformarsi in infedeltà, in quanto nega la conoscenza che va oltre l’individuo e che chiama per nome la sostanza stessa di quest’ultimo». […]

Theodor W. Adorno. Minima moralia
  • Editore: Pontificia Univ. Gregoriana
  • Autore: Vincenzo Rosito
  • Collana: I grandi libri
  • Formato: libro (dettagli non specificati)
  • Anno: 2021

Nel sottotitolo di Minima moralia: «Reflexionen aus dem beschädigten Leben», Adorno esplicita l’intenzione di proporre le “meditazioni della vita offesa”. A prendere la parola non è propriamente l’autore degli aforismi, ma la vita stessa. È la vita infatti che nei singoli frammenti filosofici manifesta e rivela ciò che di essa è stato fatto. Ma di quale vita parla propriamente Adorno? O ancora meglio, quale vita viene fatta parlare nei 304 aforismi di Minima moralia? Ad esprimersi e raccontarsi è infatti l’esistenza personale dei viventi in quanto individui e parti della totalità sociale. Di questa vita non è possibile avere un’immagine pienamente e positivamente realizzata. La vita che medita su se stessa è il frutto di uno stravolgimento, è la conseguenza di un pervertimento. Occorre dunque meditare su ciò che la vita è diventata sotto l’azione di un sistema sociale alienante e oppressivo. Minima moralia è una «propedeutica a quella che si prefigura in Adorno come una sorta di teologia negativa della vita. Ed è per questo che il problema della vita, della sua presenza e assenza, della sua natura “offesa” non può che assumere i tratti sfuggenti di ciò che in Adorno si chiama “utopia”, cioè di una fuoriuscita messianica dal regime dell’identità».

Adorno non vuole negare l’ipotesi che si possa o si debba avere un’immagine positiva della vita umana. Egli non affranca la filosofia morale dal compito di definire il corretto agire degli uomini e di elaborare lo statuto normativo della vita buona. Stando all’assunto su cui poggia il negativismo etico di Adorno, per avere un’idea della vita pienamente realizzata, occorre partire dalle sofferenze dei viventi. La critica del dolore umano è condizione di ogni dottrina filosofica della felicità e della vita realizzata in pienezza. […]

Dinanzi alla finitezza e alla contingenza della vita, la filosofia dovrebbe fiutare le condizioni di possibilità del nuovo, criticando le false rappresentazioni dell’utopico. Il bene non è una lente astorica e incorruttibile, esso emerge e si muove nel concrescimento storico delle contraddizioni sistemiche che chiamiamo società. Per meglio esprimere la portata di questi concetti, Adorno ricorre alle immagini evocative della sfera e del prisma. Parlando delle relazioni intercorrenti tra la filosofia e la sociologia, egli afferma che la società non deve essere pensata come «una sorta di sfera di vetro, attraverso il cui solido ma trasparente involucro si possa scorgere il regno del vero, del bello e del bene». All’interno della società il bene non emerge per affioramento, né può essere colto unicamente penetrando, con occhio vigile ed esperto, le cose del mondo. Bisogna scendere in profondità, ricercare negli intrecci dei rapporti sociali e accorgersi che il riconoscimento del bene si dà nella critica dell’ingiustizia e nella denuncia della sofferenza umana.

Seguendo Adorno potremmo dire che la filosofia diventa teoria critica quando riconosce la priorità della deformazione del soggetto, rispetto al mito della perfetta integrazione del mondo. La vita buona potrebbe bussare alla porta della riflessività filosofica vestendo i panni dell’utopia, ma solo dopo aver attraversato le contraddizioni più impervie e nascoste di quel prisma irregolare che è la società.

Per Adorno il movimento che meglio esprime l’essenza dello sguardo filosofico è il rimando ad altro da sé. Non si può pretendere di imprigionare il bene in una definizione o in una norma di comportamento, se prima non si è rivolto lo sguardo altrove, se il soggetto filosofico non si è assunto l’onere di salvare ciò che quella stessa definizione scarta, esclude o considera irrilevante.»

tratto da Theodor W. Adorno. Minima Moralia, di Vincenzo Rosito

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