Professoressa Alfonzetti, Lei è autrice del libro Mi lasci dire. La conversazione nei galatei pubblicato per i tipi di Bulzoni: perché studiare i galatei?
Mi lasci dire. La conversazione nei galatei Giovanna AlfonzettiI galatei  ci offrono molte informazioni preziose su come gli esseri umani ritengano che si debba interagire gli uni con gli altri nelle diverse circostanze della vita – a tavola, in viaggio, in chiesa, nei teatri, al cinema, per strada, in famiglia, con gli amici, con estranei, in rete (la cosiddetta netiquette) ecc. ecc. – nel tentativo di distanziarsi dagli animali, dalle classi ritenute inferiori o dai popoli considerati primitivi: da qui deriva la pratica di insultare chi non segue i “giusti” modi servendosi di nomi di animali (maiale, porco, cc.), di mestieri umili (cafone, facchino, ecc.), di popoli diversi (zulù). Le buone maniere cambiano molto nel tempo e nello spazio ma sono sempre state oggetto di attenzione; così come il mancato rispetto del comportamento appropriato è stato sempre motivo di censura nei rapporti sociali. Certamente i galatei propongono standard normativi estremamente idealizzati, ma proprio per questo fanno luce sui valori ritenuti positivi e apprezzabili – e su quelli al contrario giudicati negativamente – all’interno di una determinata società in una determinata epoca storica. In questo senso ci aiutano a ricostruire i modelli di comportamento del passato, altrimenti difficilmente accessibili.

Come si manifesta la cortesia nella conversazione?
In moltissimi aspetti, non solo nell’uso delle formule convenzionali che da piccoli ci imponevano di usare i nostri genitori – cioè grazie, prego, scusa, i saluti, ecc. – ma anche nel modo in cui la conversazione viene gestita: è scortese parlare troppo, senza lasciare spazio agli altri, ma anche parlare troppo poco, stare in silenzio, non partecipando alla conversazione, perché denota disinteressa o superbia; interrompere in continuazione, togliendo la parola di bocca agli interlocutori; è scortese anche parlare a volume troppo alto, perché infastidisce, o troppo basso, perché costringe chi ascolta a un eccessivo sforzo uditivo; troppo lentamente, perché annoia, ma anche troppo velocemente, perché rende difficile la comprensione; se si scandiscono troppo le parole si dà l’impressione di trattare gli altri come degli scolaretti o come degli idioti. La cortesia si manifesta inoltre nell’ascoltare gli altri, mostrando partecipazione e interesse; mentre è scortese distrarsi, sbadigliare di continuo, non guardare in faccia chi ci parla, fare altro, come leggere sms nel cellulare. Si manifesta inoltre nel parlare una lingua che tutti capiscano, altrimenti si escluderebbe qualcuno.

Qual è il ruolo della comunicazione non verbale nella conversazione?
La comunicazione non verbale è molto importante, perché il messaggio che trasmettiamo al nostro interlocutore dipende, oltre e più che dalle parole che usiamo, anche e soprattutto dal tono di voce, dagli sguardi, dalle espressioni del volto, dai sorrisi, dai gesti, dalla distanza che poniamo tra noi e il nostro interlocutore, che dipende ovviamente dal grado di intimità che vi è tra parlanti, ecc. I segnali non verbali, che spesso emettiamo in modo inconsapevole o non del tutto intenzionale, manifestano il nostro atteggiamento profondo verso l’altro, il nostro desiderio di convergere, cioè di avvicinarci, in senso figurato, o di divergere, sottolineando e accentuando le differenze. E anche quando ascoltiamo è cortese guardare chi ci parla, dare cenni di feed back, mostrando così al nostro interlocutore che ci siamo, che siamo d’accordo, o magari in disaccordo, ma in ogni caso che stiamo seguendo il suo discorso e comprendiamo ciò che ci viene detto.

Quale funzione assolvono i complimenti nella conversazione?
I complimenti sono come regali o carezze verbali. Con il complimento si esprime un sentimento di ammirazione verso l’altro, valutandolo positivamente per l’aspetto fisico, per un tratto della personalità, per una abilità o per qualcosa che possiede, ecc. I complimenti quindi soddisfano il bisogno primario degli esseri umani di suscitare l’interesse altrui, di essere apprezzati e ammirati. Da questo punto di vista i complimenti svolgono funzioni importanti: servono a creare legami di solidarietà e simpatia ma anche a iniziare una conversazione, scongiurando la potenziale ostilità e il disagio spesso causato dal silenzio; servono a indirizzare la persona cui sono rivolti verso un determinato comportamento che riteniamo socialmente positivo. Inoltre, in ogni comunità ci sono situazioni nelle quali i complimenti sono così fortemente attesi, che la loro assenza potrebbe essere percepita come un segnale di disapprovazione e una violazione dei principi di cortesia. In questi casi, i complimenti vengono fatti soprattutto per rispettare le norme e le convenzioni sociali che regolano il comportamento appropriato e si può loro assegnare pertanto una funzione  rituale e normativa. Si pensi ai complimenti che si fanno alla madre per il figlio appena nato, o ai padroni di casa per una cena a cui siamo stati invitati, o alla bellezza di una sposa nel giorno delle nozze. Inoltre, quando si incontrano amici, notare e complimentare qualsiasi cambiamento nell’aspetto fisico – un nuovo taglio di capelli, una nuova mise, ecc. – può considerarsi un rituale di presentazione, quasi al pari dei saluti. In altri casi i complimenti possono servire solo ad addolcire atti che possono avere effetti negativi sull’altro, come per esempio critiche, rimproveri, ma anche richieste di un favore o rifiuti di offerte o inviti, ecc.

Quali argomenti è bene evitare nella conversazione?
Dipende dal tipo di rapporto che si ha con gli altri, dalla disponibilità che ciascuno ha di mettersi in gioco o di affrontare situazioni critiche, e dipende anche delle circostanze in cui ci si trova a dialogare. In una conversazione tra molte persone, tra le quali non vi è un rapporto molto intimo, è rischioso affrontare argomenti che possono creare forti disaccordi, come politica o religione; oppure argomenti che possono suscitare sensazioni sgradevoli, quali ripugnanza, ribrezzo, paura, ecc. Può inoltre mettere a disagio gli altri parlare di argomenti troppo “difficili”, che non tutti sono in grado di comprendere. Ma forse ciò che sarebbe da evitare sempre è parlare troppo di sé stessi, dei propri problemi, della propria famiglia, figli, animali domestici ecc. ecc., senza lasciare mai spazio agli altri e senza ascoltare. Questo lo raccomandava già il Galateo di Giovanni Della Casa nel 1558 e riecheggia in tutti i galatei successivi, sino ai nostri giorni: perché non vi è niente di più frustrante che rendersi conto che gli altri ci trattino solo come un orecchio, senza mai essere disposti a prestarci ascolto e attenzione.

Lei si è dedicata molto allo studio degli insulti e della loro evoluzione storica: il turpiloquio è oggi più o meno diffuso del passato?
Non saprei dirle se il turpiloquio oggi sia più diffuso, forse sì: molti termini si sono sdoganati, non sono più oggetto di censura, come un tempo. Ma gli insulti sono sempre esistiti. Basta dire che secondo Freud colui che per la prima volta ha lanciato all’avversario una parola ingiuriosa invece che una freccia è stato il fondatore della civiltà. Con l’insulto la parola diviene infatti il surrogato dell’azione. Se i complimenti, infatti, sono paragonabili a carezze verbali, gli insulti sono invece simili a colpi, pugni, schiaffi, proiettili, bastonate, pietre, frecce, armi: a strumenti o atti, cioè, per mezzo dei quali il parlante colpisce, batte e combatte il destinatario, il quale viene trattato dunque alla stregua di un avversario o di un nemico a cui si vuole fare del male. Se si abbandona, tuttavia, la prospettiva idealistica, che considera “normale” il comportamento cortese e cooperativo, e gli insulti come una mera violazione dei principi della cortesia, gli insulti possono essere compresi più a fondo, specie per quanto riguarda le funzioni che svolgono nell’interazione sociale, e le reazioni cui danno luogo. Ci sono infatti usi non strategici, nei quali l’insulto serve semplicemente a dar sfogo a sentimenti di rabbia, odio, indignazione, ecc., senza proporsi il raggiungimento di un obiettivo preciso. Ma ci sono anche usi strategici, nei quali invece il parlante insultando si propone uno scopo: correggere un comportamento (in tal senso l’insulto si avvicina molto al rimprovero); reagire a un’offesa, a un inganno, a un tradimento, ecc.; in una prospettiva psicanalitica, insultare sarebbe un mezzo per proiettare sul destinatario la propria inferiorità al fine di liberarsene; l’insulto può preludere inoltre all’attacco fisico e giustificarlo; può influenzare il comportamento e persino servire a educare/addestrare ( per esempio nell’addestramento militare); può indurre al pentimento; o, nei dibattiti e nelle campagne politiche, insultare l’avversario può mirare alla persuasione e al consenso; ma gli insulti possono anche avere effetto comico-umoristico, specialmente, ma non soltanto, in testi letterari, in opere teatrali, ecc.
Ecco perché studiare gli insulti ci aiuta a capire che non sono solo strumenti di violenza verbale, ma anche lo specchio di un’intera civiltà, della sua mentalità, della sua cultura, del suo sistema di valori, dei suoi codici di giudizio, delle sue paure e delle sue difese. Farò solo un esempio: il carattere sessista e maschilista della nostra cultura si manifesta nel fatto che in tutte le epoche storiche le donne sono bersaglio di insulti che colpiscono soprattutto il loro aspetto fisico e la loro libertà sessuale; mentre al contrario un uomo è insultato per la sua omosessualità o non sufficiente virilità.