«Mi è gradita l’occasione». Autobiografia del parlare in pubblico, Silvana BoruttiProf.ssa Silvana Borutti, Lei è autrice del libro “Mi è gradita l’occasione”. Autobiografia del parlare in pubblico edito da Ibis: quali accortezze è importante osservare nel rivolgersi al pubblico in situazioni ufficiali?
È giusto parlare di “accortezza”, o di “attenzione” nel rivolgersi al pubblico in situazioni ufficiali: “accortezza” significa sapere che si sta partecipando a un momento importante della vita pubblica. Le situazioni ufficiali di cui parlo nel mio libretto, che è in fondo un’autobiografia in cui racconto la mia partecipazione alla vita di istituzioni politiche e di formazione e ricerca, sono quelle a cui ho dovuto presenziare come assessore alle politiche culturali di un comune capoluogo di provincia e come direttore di un Dipartimento universitario. Per questi compiti “istituzionali”, ho dovuto portare dei saluti, ad esempio aprire dei convegni o dei festival, inaugurare mostre o celebrazioni di anniversari importanti, commemorare persone scomparse. È un rituale necessario, perché un saluto ben fatto accoglie il pubblico e spiega al pubblico che cosa succederà: come esseri umani («L’uomo è un animale cerimoniale», scrive il filosofo Ludwig Wittgenstein), abbiamo bisogno di riti, pratiche, comportamenti che facilitino la vita in comune. Ma, nello stesso tempo, l’“autorità” che ha un compito cerimoniale, soprattutto l’autorità politica, suscita diffidenza, perché è capitato a tutti di dover sopportare discorsi inaugurali di politici che vanno avanti per un bel po’ prima che il convegno o il festival cominci; per di più spesso questi preamboli non sono affatto pertinenti né adatti a introdurre il pubblico alla manifestazione o all’evento.

Quali sono i principali errori che si fanno in occasione di discorsi ufficiali?
Nel libretto, ricordo che fin dall’antichità si sono codificate regole di retorica. I Greci hanno inventato l’arte retorica, il che è stato, possiamo dire, un effetto non secondario della nascita della democrazia: con l’affermarsi cioè del potere dei cittadini di prendere la parola nell’assemblea democratica (agorà) dove si prendevano le decisioni pubbliche, è nata l’esigenza di disporre di tecniche della parola che insegnassero a ottenere il consenso persuadendo. I sofisti erano in fondo professionisti della parola che insegnavano a pagamento le tecniche retoriche; ma è stato Aristotele che ha codificato l’arte del parlare in pubblico, insegnando all’oratore sia a persuadere i diversi tipi di uditorio con buone ragioni, quindi con la competenza, sia anche a comprendere le emozioni del pubblico. L’oratore deve essere credibile e autorevole.

Molti manuali di retorica contemporanea di carattere scientifico riprendono il modello di Aristotele. Ci sono poi, è noto, molti saggi e manuali divulgativi che insegnano a parlare in pubblico. Io non volevo fare un manuale per insegnare genericamente a parlare in pubblico, all’americana (come si dice): ci sono manuali che insegnano ad esempio a essere disinvolti, a essere brillanti e accattivanti ricorrendo a battute, eccetera. Non mi risulta invece che ci siano manuali che si occupino del portare saluti. Sul tema avevo a disposizione un’esperienza di almeno vent’anni passati, fra l’altro (non ho fatto solo questo, naturalmente), a portare saluti. Ne ho ricavato non un manuale che sancisca: questo è un errore; ma un racconto che dice come ho imparato a comportarmi. Volendo essere sintetici, direi che c’è una regola fondamentale, ed è il rispetto del pubblico: cercare di capire che cosa il pubblico ha bisogno di sapere, e quindi prepararsi sull’argomento; dire l’essenziale senza farla troppo lunga; dirlo in modo da non tramortire il pubblico con gli specialismi. Il rispetto del pubblico implica il rispetto del proprio ruolo: la vita delle istituzioni è cemento sociale, e chi ha un ruolo istituzionale ha la responsabilità di facilitare le relazioni.

Qual è l’importanza del saluto negli interventi ufficiali? 
Direi che l’importanza è legata appunto alla responsabilità del ruolo. Il filosofo Michel de Montaigne (sec. XVI) scriveva: «La parola è per metà di colui che parla, e per metà di colui che l’ascolta». Chi parla deve tenere in gran conto il pubblico. Il mio libretto ha proprio lo scopo di attirare l’attenzione sulla responsabilità del fare buon uso della parola pubblica. Chi parla in pubblico, deve essere consapevole della responsabilità che investe chi ha il potere della parola.

Per spiegare questo tema, nel libretto cito Cicerone che, nel De Oratore, ci dice che la parola in pubblico è investita da un impegno etico. Egli dice esplicitamente che gli oratori brillanti «sono del tutto impudenti [impudentes] se non hanno un po’ di timore quando si apprestano a parlare». Gli oratori devono avere pudore e decoro: è impudente «chi non è capace di produrre e tirare fuori qualcosa che sia degno dell’argomento di cui deve trattare, degno del titolo di oratore, degno delle orecchie del pubblico». In questa frase, la ripetizione è significativa: invita a evitare le fesserie burocratiche e assessorili. Ne ho dette anch’io, anch’io ho fatto gaffes involontarie, come ad esempio sbagliare nomi di persone a cui si fa riferimento (ad esempio, voler parlare di uno scultore locale all’inaugurazione di una mostra, e citare invece il nome molto simile di un personaggio televisivo: questo non mi è capitato, ma poteva capitarmi – tanto siamo parlati dalla chiacchiera sociale), e alcune gaffes sono citate nel libro; incidenti che si evitano con l’esperienza, ma soprattutto che si impara ad evitare se si è disponibili a riflettere sul rilievo di quello che si sta facendo.

Parlando del decoro e della responsabilità di chi ha l’autorità della parola, Cicerone pone in fondo il problema dell’adeguatezza culturale delle élites, che non devono essere mestieranti, ma figure autorevoli investite da un impegno verso il pubblico. Un impegno che ha anche un rilievo etico.

Sono temi, questi, che ci fanno riflettere sull’oggi: in particolare sull’importanza della formazione culturale delle classi dirigenti, cioè delle classi a cui è fondamentalmente consegnato il potere della parola. Ciò che succede in Italia mi fa essere pessimista su questo punto fondamentale.

Spesso gli oratori istituzionali sono soliti infarcire i propri interventi con frasi fatte, del tipo “Sarò breve” o quella da Lei richiamata nel titolo del libro: come si può evitare di cadere nella retorica?
Qui farei un discorso più generale. Non ci sono regole che aiutino a evitare cadute di stile con frasi fatte, o anche errori grammaticali – come ad esempio il diffondersi della moda dell’uso improprio di “piuttosto che” come se fosse disgiuntivo, “o, o” («Potremmo andare a Roma, piuttosto che a Parigi, piuttosto che a Venezia»), quando invece è comparativo («Preferirei l’aereo piuttosto che il treno»). Cadute di questo tipo si evitano con la partecipazione alla vita culturale, la lettura, lo studio, il rispetto della propria lingua: tutte attività che creano stile e sentimento della lingua. Mi sembra giusto sottolinearlo nel sito di “letture.org”. Frasi fatte e retorica denotano a mio parere sciatteria; sciatteria che si evita proprio con la lettura e la pratica culturale. Se dovessi dire come aprire il saluto evitando la frase fatta e troppo sentita «Mi è gradita l’occasione», suggerirei di rivolgersi direttamente al pubblico, e, se la situazione lo consente, se cioè non state consegnando il premio Nobel, con frasi che suscitano una corrente di simpatia, come «Essere qui con voi è per me un vero piacere» (frase in cui “voi” ricorre prima di “me”). Se si possa o no dire una frase di questo tipo, se è invece necessario un tono più aulico o impersonale: questo lo si capisce con l’esperienza.

Nel Suo libro Lei attinge alla Sua lunga esperienza di docente e di politico: quali lezioni ne ha tratto?
Sì, questo libretto è il risultato della mia esperienza: ho pensato che potevo permettermi di volgere indietro la mente per recuperare e riconnettere i frammenti del mio vissuto personale che si sono intrecciati col vissuto collettivo di due comunità: il comune e l’università. È stato un percorso culturale e civile, pubblico, ma anche un’esperienza soggettiva, in cui mi sono messa alla prova: mettersi alla prova a contatto con pubblici diversi, con figure importanti della politica, della cultura, della scienza, con situazioni difficili da dominare.

Dalla mia esperienza, ho ricavato una specie di manualetto, con esemplificazioni, su forme e stili del parlare in pubblico in occasioni istituzionali. A fare indirizzi di saluto si impara. Le “regole” che espongo sono piuttosto dei suggerimenti, che enuncio con ordine, a partire dalla regola fondamentale della brevità: chi fa i saluti facilita un’esperienza al pubblico, ma non deve sequestrarne l’attenzione troppo a lungo; anche perché spesso a fare i saluti sono tre o quattro “autorità”. Fondamentale è anche la pertinenza in rapporto all’evento che seguirà: non menare il can per l’aia, ma informarsi, e, se occorre, studiare, ad esempio per parlare brevemente ma con competenza del tema del convegno da introdurre. Come direttore di dipartimento, io, filosofa, ho dovuto introdurre convegni di linguistica, archeologia, italianistica; non potevo farlo decentemente senza informarmi, a volte con più di una lettura. Nel libro, parlo anche di empatia: cioè cercare di entrare in contatto con il pubblico, capirne le emozioni, come dice Aristotele. Bisogna poi non dimenticare la leggerezza, di cui ci parla Calvino nelle Lezioni americane: evitare gli specialismi, il linguaggio troppo forbito e magari pesante, o addirittura i barocchismi. Infine, la regola delle buone maniere, che in fondo coincidono con il rispetto del pubblico. Una forma di scarso rispetto è sparire appena dopo pronunciato il pistolotto di accoglienza, per “impegni irrinunciabili”. Certamente un deputato o un rettore hanno molto da fare; ma è buona regola di rispetto non usare gli impegni come scusa.

Avendo fatto questa esperienza pubblica per anni, e avendo riflettuto mentre la facevo, mi è sembrato utile scriverne. In un momento di degrado del discorso pubblico, non mi pare tema senza interesse. Anzi, penso di aver toccato un punto nevralgico del nostro tempo, cioè il rapporto tra le parole e la convivenza civile, il rapporto tra la cura delle parole e la convivenza. In un momento di degenerazione della funzione della parola nella convivenza, questo libretto dice che bisogna credere nella forza delle parole nella convivenza civile, e che c’è una specifica forza rituale delle parole che può soccorrere, sostenere, facilitare lo stare insieme, e preparare alla condivisione.