Mezzaluna sciita. Dalla lotta al terrorismo alla difesa dei cristiani d'Oriente, Sebastiano CaputoSebastiano Caputo, Lei è autore del libro Mezzaluna sciita. Dalla lotta al terrorismo alla difesa dei cristiani d’Oriente edito da GOG, un resoconto di viaggio nelle grandi patrie dello Sciismo Duodecimano: in cosa crede questa minoranza dell’Islam che sta rivoluzionando la geopolitica mondiale?
Mezzaluna Sciita è una raccolta degli appunti che i tre anni ho annottato sul mio taccuino di viaggio. Iniziai a rileggerli attentamente, nel frattempo la guerra in Siria diminuiva di intensità, e poco a poco ho avuto la consapevolezza dell’esistenza un filo conduttore abbastanza evidente che tagliava in due il Vicino e Medio Oriente. Era il corridoio strategico che da Teheran arriva a Beirut passando da Baghdad e Damasco. In questa regione, dove la dimensione politica e quella spirituale sono strettamente legate, volevo andare in profondità di quest’alleanza trans-nazionale, rafforzata dalla vittoria militare di Bashar al Assad, e raccontare la sua potenza religiosa e settaria. Così ho viaggiato nei luoghi più importanti dell’Islam sciita, Karbala, Najaf, Samarra, Qom, Mashhad, Aleppo, Beirut. Pertanto al centro della “Mezzaluna sciita” ho individuato il santuario di Sayyida Zeinab, nel sobborgo di Damasco, un tempo popolato da palestinesi, poi diventato meta di pellegrinaggio per gli sciiti di tutto il mondo grazie alla volontà congiunta della Repubblica Islamica dell’Iran e del presidente siriano Hafez Al Assad. Quando ci andai la prima volta vidi soldati iraniani, libanesi, iracheni, siriani. Erano tutti lì a difendere la tomba della donna che aveva accompagnato suo fratello Hussein per sostenerlo sul campo di battaglia a Karbala (nel 680), in Iraq, ed era riuscita a dissetare i suoi compagni di viaggio che non bevevano da giorni soffocati dal caldo desertico; dopo la tragedia accompagnò a Damasco (allora capitale del Califfato) la testa e il corpo del successore di Ali per poi raccontare ai fedeli l’epopea e il coraggio di quell’uomo. Da lì si è costruita la mitologia sciita di Karbala e la forza redentrice del martirio, che ancora oggi rivive nel sacrificio dei soldati alawiti siriani, sciiti iracheni, Hezbollah libanesi e pasdaran iraniani che hanno sconfitto Jabhat al Nusra, ramo siriano di Al Qaeda e i miliziani di Daesh. I quali, hanno trovato un alleato prezioso sul piano internazionale che ha riportato la dimensione religiosa al centro di quella geopolitica: la Russia di Vladimir Putin.

Quali sono gli aspetti più affascinanti della loro dottrina teologica?
Sono tre le ragioni principali che ho cercato di sviluppare nel mio libro e che mi hanno avvicinato, come giornalista ma prima ancora come uomo, a questa fede. In primo luogo gli sciiti sono avversi allo sradicamento (dunque all’emigrazione massiva) poiché hanno un rapporto particolare e un attaccamento viscerale alla loro terra d’origine. L’Islam sciita non persegue un “pansciismo”, ovvero un discorso unitario, bensì riconcilia il credo religioso con le identità nazionali. Si è libanesi, iraniani, iracheni, siriani, prima ancora che sciiti. Questo principio sacrosanto li ha portati in questi ultimi decenni ad essere i più duri avversari sul piano teologico e militare delle declinazioni fondamentaliste (salafismo, wahabismo, e via discorrendo) dell’Islam, e di conseguenza i nostri migliori alleati nella lotta al terrorismo. Infine lo sciismo è una religione della fede, ma soprattutto dell’attesa nel ritorno del Dodicesimo Imam, l’Imam nascosto. Di conseguenza per loro l’evangelizzazione non è mai stata una priorità, ragion per cui a differenza delle monarchie del Golfo, le potenze sciite non finanziano moschee fuori dai loro confini nazionali, né invitano le loro comunità a rivendicare diritti comunitari nei Paesi in cui vivono. Gli sciiti seguono la legge islamica (obblighi e divieti) con pari vigilanza, ma la loro devozione non è definita dalla legge in sé, bensì nel logos, nella passione, nel dramma. Frithjof Schuon ne sintetizzò i caratteri meglio di chiunque altro quando scrisse che «gli sciiti si chiudono nel ricordo amaro d’una purezza perduta, che s’unisce a quello del dramma di Karbala e, sul piano della vita mistica, alla tristezza che può suscitare la coscienza del nostro esilio terrestre: esilio che è allora considerato in un aspetto particolare, quello d’ingiustizia, d’oppressione, di frustrazione rispetto alla virtù primitiva, del diritto divino e dei loro rappresentanti. Lo Sciismo è dunque una mistica della disfatta provvidenziale e provvisoria – che deve volgersi finalmente in trionfo – del Logos nel suo esilio terrestre e raggiungere così la geometria mistica».

Quali sono i luoghi più significativi della spiritualità sciita?
I luoghi più significativi sono quelli che conservano le tracce degli Imam e dei loro familiari. Ce ne sono tanti, però probabilmente quelli più importanti sono in Iraq, tra Najaf e Karbala, città che racchiudono i santuari degli Imam Ali e Hussein, i successori “legittimi” del Profeta. La fitna, la frattura tra sciiti e sunniti si è scavata oggi a tal punto che negli ultimi anni gli Ayatollah iraniani hanno vietato la partecipazione allo Hajj, l’annuale pellegrinaggio alla Mecca obbligatorio, almeno una volta nella vita, per tutti i musulmani, a causa delle aperte ostilità politiche e diplomatiche con l’Arabia Saudita, custode dei luoghi sacri, e incaricata a controllare quote, visti e movimenti dei fedeli da tutto il mondo. Per questo motivo il pellegrinaggio di Arbaeen – tra Najaf e Karbala appunto – lo ha praticamente sostituito, e come gli europei dei secoli scorsi anche io ho sentito la necessità di iscrivermi in questa tradizione. Sono anni che mi occupavo di Vicino e Medio Oriente, con una predilezione per l’universo sciita e le dinamiche geopolitiche legate ad esso, ho creduto profondamente che, per comprendere davvero quello di cui scrivevo, occorreva viverlo in prima persona. Mi comprai dei pantaloni e una camicia nera, una kefiah verde, e mi incamminai con i fedeli.

Lo Sciismo è ormai divenuto una nuova potenza mediorientale che agli Stati Uniti preferisce la Russia come interlocutore strategico: quali conseguenze geopolitiche ha prodotto l’emergere dello Sciismo sullo scacchiere mondiale?
Questa minoranza dell’Islam sta rivoluzionando la geopolitica mondiale tanto che ha costretto l’amministrazione Usa ad assecondare qualsiasi richiesta provenga da Israele e Arabia Saudita, basti vedere la firma sull’annessione del Golan oppure il silenzio tombale intorno all’omicidio del giornalista Kashoggi. Hezbollah governa in Libano assieme ai cristiani, il clero iraniano continua ad iscriversi nella tradizione rivoluzionaria di Ruhollah Khomeini, l’Ayatollah al Sistani ha riportato la comunità sciita al centro del processo unitario iracheno e Bashar al Assad è rimasto al potere in Siria. Sulle ceneri dell’Isis si sta consolidando una nuova potenza mediorientale che vede nella Russia un interlocutore strategico più responsabile e leale e che attacca apertamente la triangolazione Washington-Tel Aviv-Riad. La regione è letteralmente spaccata in due.

In Libano Hezbollah governa assieme ai cristiani: come è avvenuta la trasformazione della milizia in partito di governo?
Il Libano è stato teatro di una guerra fratricida e prima ancora dei suoi vicini è riuscito a costruire, in una società plurale sul piano religioso, un’alleanza trans-confessionale tra il movimento cristiano-maronita del Generale (e attuale presidente) Michel Aoun e Hezbollah, il partito di Dio di confessione sciita, nato il 7 maggio del 2005 e ancora oggi maggioritario in parlamento. Articolato sul concetto di nazione, Hezbollah promuove il dialogo intra-comunitario, il ripristino delle relazioni siro-libanesi in chiave anti-israeliana, l’avvio di un processo di integrazione per i rifugiati palestinesi presenti sul territorio ed infine la lotta ad ogni tipo d’ingerenza straniera. Seppur considerato “un gruppo terroristico” da Israele, Stati Uniti e Unione Europea, Hezbollah è riuscito a ribaltare questa percezione nell’immaginario collettivo dei libanesi: da milizia esportatrice della rivoluzione islamica di matrice iraniana è diventato col passare degli anni un gruppo armato di resistenza, difensore di un intero Paese (nonché la truppa d’élite dell’esercito regolare) che, sulla scia della vittoria elettorale, ha raccolto consensi anche tra i non-sciiti. Ancora di più dopo la “guerra preventiva” che i soldati di Hezbollah hanno combattuto in Siria per fermare l’avanzata dei gruppi terroristici e difendere i confini dell’intero Paese. Questa ascesa straordinaria è strettamente collegata al suo leader e segretario nazionale Hassan Nasrallah. Ma è una figura strettamente legata ad una terra e alla cultura sciita, ed è difficile in Occidente avere un dibattito su di lui che vada aldilà della “caricatura del terrorista”.

Sconfitta l’ISIS, Bashar al Assad è rimasto saldamente al potere in Siria: quale futuro per il martoriato paese?
Damasco è irriconoscibile per chi l’ha vissuta in questi ultimi anni. La frontiera siro-libanese è un via vai di gente e macchine, ci sono persino i primi turisti che la attraversano con i pullman. Poi l’ingresso in città. Trafficata, caotica, viva. Le persone sono per strada a tutte le ore, checkpoint non ce ne sono praticamente più, anche i blocchi in cemento armato sono stati levati dalle strade. Nel quartiere presidenziale, sempre meno securizzato, alcune ambasciate, tra cui quelle di Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, stanno facendo i lavori, prossime alla riapertura. In giro si vedono pure i Suv delle Nazioni Unite, che fino a poche settimane, per tutta la guerra, non potevano uscire dal parcheggio del Four Season. La guerra è praticamente finita, almeno nelle aree controllate stabilmente dall’esercito. In periferia, nella provincia di Idlib, continueranno i combattimenti, mentre nella parte orientale a maggioranza curda si troverà un accordo diplomatico. Le trattative sono già in corso tra Mosca, Washington e Ankara, e tra il governo di Damasco e le autorità curde, per una regione autonoma (e non secessionista). Adesso badate bene, ci vogliono rifilare una nuova versione della storia recente del Medio Oriente per cui a sconfiggere il Califfato siano stati solo i curdi appoggiati dagli Usa. In realtà a condurre le battaglie decisive contro l’Isis sono stati i combattenti dell’Esercito Arabo Siriano sostenuti dai pasdaran iraniani, gli Hezbollah libanesi e ovviamente i soldati russi.

Di Iraq non si parla ormai più in TV e sui giornali: qual è la situazione attuale nel paese tra i due fiumi?
Le elezioni di autunno in Iraq hanno rafforzato ancora di più la cosiddetta “Mezzaluna sciita”. Muqtada Sadr, 44 anni, leader della coalizione sciita al Sairoon, sostenuto dal Partito Comunista è stato il grande vincitore di questa tornata elettorale con la promessa di rompere con l’establishment del passato e affrontare i problemi reali del Paese senza filtri ideologici. La ricetta politica sembra quella di un tecno-populismo applicato ad una società in cui l’etno-confessionalismo torna sempre ad essere fattore di divisione. Non possiamo definirlo un filo-iraniano, tuttavia rimane membro di una delle famiglie più radicate, connesse e importanti della regione. Muqtada è figlio del grande ayatollah Mohammad Sadeq al Sadr, assassinato nel 1999 durante l’amministrazione Saddam Hussein, e cugino di Musa Sadr, una delle personalità più influenti della storia contemporanea legata allo Sciismo politico, nato a Qom (Iran), e catapultato in Libano per volontà dall’Ayatollah Al Hakim, il più anziano del clero di Najaf, col compito di riunificare la comunità sciita nel Paese dei Cedri e riportarla al centro della scena politica e sociale. Non a caso appena scoppiò la guerra civile nel 1975 riuscì a fondare Harakat al Mahrumin (Movimento dei diseredati) che progressivamente lasciò spazio ad Amal (Speranza), organizzazione politico-militare da cui nacque Hezbollah (Partito di Dio). Dietro al nome della famiglia Sadr dunque esiste un vero e proprio networking regionale e trans-nazionale che collega l’intero universo sciita dal Libano all’Iran passando dalla Siria e appunto anche dall’Iraq. Muqtada, forte della sua appartenenza “tribale”, è riuscito pertanto a conciliare una posizione politica fortemente nazionalista ostile a qualsiasi interferenza negli equilibri interni del Paese. A questo si aggiunge un passato da predicatore e guerriero. Nelle settimane successive all’invasione americana nel 2003, diede vita all’esercito del Mahdi, per lottare contro l’occupazione con attacchi mirati ad obiettivi militari della Coalizione occidentale, pur avendo di recente usato toni incendiari anche contro l’ingerenza iraniani negli affari politici iracheni.