“Metodi e prospettive della ricerca linguistica” a cura di Chiara Meluzzi e Nicholas Nese

Dott.ssa Chiara Meluzzi, Lei ha curato con Nicholas Nese l’edizione del libro Metodi e prospettive della ricerca linguistica, pubblicato da Ledizioni: come si è evoluta, negli ultimi anni, la ricerca linguistica?
Metodi e prospettive della ricerca linguistica, Chiara Meluzzi, Nicholas NeseIl libro da me curato insieme a Nicholas Nese (Univ. di Pavia) vuole introdurre alla ricerca linguistica gli studenti dei corsi di laurea triennali che per la prima volta si trovano ad affrontare la disciplina. Lo scopo era mostrare loro la complessità degli approcci di ricerca, la diversità degli argomenti che si possono affrontare e, di conseguenza, dei metodi di analisi del dato linguistico. Ovviamente non pretendiamo di coprire tutti gli sviluppi recenti dell’indagine linguistica, ma abbiamo cercato di bilanciare tra i settori più classici d’indagine, quale ad esempio la linguistica storica, a settori invece più recenti, come la linguistica computazionale. Quello che i diversi autori hanno permesso di far emergere è l’importanza, in tutti i settori di analisi del linguaggio, del dato linguistico e del suo trattamento in linea con le domande di ricerca da indagare. Negli ultimi anni, inoltre, è emerso un sempre maggior interesse verso le metodologie di indagine, che hanno portato alla pubblicazione di guide e manuali esplicitamente dedicati agli studenti, oppure a specialisti di altri settori che devono però interfacciarsi con dati linguistici (ad esempio, nel 2011 è uscito il manuale di Marianna Di Paolo & Malcah Yaeger-Dror “Sociophonetics. A students’ guide”, mentre nel 2013 Nicolle Müller & Martin Ball hanno curato il testo “Research Methods in Clinical Linguistics and Phonetics, Wiley-Blackwell). Proprio le ‘interfacce’ costituiscono oggi una delle prospettive più recenti e in costante evoluzione della ricerca linguistica: la centralità del linguaggio fa sì che esperti in linguistica siano sempre più richiesti anche in settori affini ma che, come detto, devono operare con il linguaggio, portando così alla nascita di nuovi filoni di ricerca linguistica, ad esempio in ambito clinico, computazionale o nell’analisi dei social media.

Che importanza riveste il dato in linguistica?
Il dato è centrale nell’indagine linguistica: qualunque sia l’approccio teorico adottato o lo specifico ambito di interesse dello studioso, senza un dato, ossia un pezzetto di lingua, non si può fare ricerca linguistica. Quello che distingue i diversi approcci sarà pertanto il tipo di dato che viene utilizzato, intendendo non solo come viene acquisito il dato, ma anche proprio cosa costituisce un dato interessante ai fini della ricerca. Per fare un esempio, volutamente semplificato, buona parte dell’indagine linguistica all’interno del paradigma generativista (quello di Noam Chomsky, per intenderci) si è rivolta a ciò che è universale e invariabile nel sistema linguistico. Al contrario, l’indagine sociolinguistica sviluppatasi a partire dai lavori di William Labov è più interessata alla variabilità della lingua, a come cambiava a seconda delle condizioni sociali ma anche contestuali del parlante e del suo interlocutore. Quindi entrambi gli approcci trattano dati linguistici, ma cosa costituisce un dato è profondamente diverso tra i due approcci, proprio perché diverso, quasi diametralmente opposto, è era l’oggetto di interesse primario.

Quali diversi paradigmi di acquisizione dei dati si adottano in linguistica?
Sia nella prefazione, curata da Ilaria Fiorentini, sia nei primi quattro capitoli del libro (curati, rispettivamente, oltre che da me, da Rosalba Nodari, Nicholas Nese e Gloria Comandini) si insiste molto su un approccio di tipo empiristico, con una raccolta di dati reali estratti da conversazioni realmente avvenute tra parlanti in presenza oppure online o tramite social media. Come ricordiamo nell’introduzione, però, questo è solo un modo per raccogliere dati linguistici e riflette il maggiore interesse degli autori verso la variabilità del sistema linguistico. In un fondamentale articolo del 2000, pubblicato sulla rivista ‘Quaderni di Semantica’ e citato più volte in vari contributi nel nostro volume, Gabriele Iannàccaro ha diviso tra due tipologie di raccolta dei dati linguistici, definite come “per rinvenimento”, corrispondente alla raccolta diretta di dati empirici da parte del linguista ricercatore, e “per verifica”, in cui il ricercatore formula delle ipotesi su come le lingue funzionano e le sottopone ad altri per una valutazione. Rientrano in questa seconda tipologia, ad esempio, la maggioranza dei test percettivi di natura psicolinguistica, ma anche i test di accettabilità degli approcci sintattici generativisti. Tra le modalità di raccolta dati, inoltre, Iannàccaro distingue tra una raccolta a tavolino, legata prevalentemente a testi scritti o a fonti indirette, in laboratorio o sul campo.

Quello che è importante evidenziare è che ogni metodologia di acquisizione del dato si lega innanzi tutto a una teoria del ricercatore e, nello specifico, alle domande di ricerca a cui vuole rispondere nella sua indagine. Sono questi gli elementi che determinano (e differenziano) i metodi e le modalità di raccolta dei dati linguistici.

Come è possibile studiare il comportamento linguistico in modo da poter interpretare la società che di questa lingua fa uso?
La domanda è molto vasta e non può avere una risposta univoca che sarebbe, per forza di cose, semplicistica. Il legame tra lingua e società è stato molto studiato dalla linguistica specialmente in quei settori legati alla sociologia e all’antropologia, che hanno portato alla nascita di discipline quali la sociolinguistica, l’etnolinguistica, l’antropologia linguistica e l’etnografia del parlato. Anche la ricerca pragmatica riflette molto il legame tra lingua e società. Per usare una formula cara a Giorgio Raimondo Cardona, autore del fondamentale manuale “Introduzione all’etnolinguistica” (UTET), la lingua riflette la società e, al contempo, la ricrea. Questo significa che la lingua che noi usiamo riflette delle abitudini e dei costrutti sociali: riprendendo l’esempio dal capitolo curato da Rosalba Nodari, il sistema dei saluti riflette una certa gerarchia e costruzione sociale, nonché i rapporti tra gli individui e il loro posizionamento all’interno di quella società. L’idea del relativismo linguistico, che ha i suoi prodromi nei lavori dell’antropologo e linguistica Edward Sapir e del suo allievo Franz Boas nel 1929, è proprio quella che la nostra esperienza del mondo, le nostre abitudini sociali si riflettano nel modo in cui categorizziamo la realtà che ci circonda nella lingua. Come ricorda ancora Rosalba Nodari, l’analisi del legame tra lingua-società è un argomento molto vasto, per cui è necessario delimitare e delineare alcuni temi specifici di indagine, da cui trarre delle domande di ricerca più generali. Sempre ricordando che l’interesse primario di un’indagine linguistica è, appunto, la lingua.

Cos’è l’hate speech e in che modo la linguistica dei corpora può offrire validi strumenti per poterlo studiare in modo efficace?
Nel capitolo curato da Gloria Comandini si parla di hate speech, un’etichetta molto vasta per indicare una serie di fenomeni a cui siamo tutti, purtroppo, esposti soprattutto nella comunicazione sui social media e che si può riassumere come qualsiasi forma o espressione di odio o incitamento all’odio per motivi religiosi, razziali, anti-semitici, sessisti o, in generale, di intolleranza. La lingua dei corpora rientra all’interno della linguistica computazionale e si occupa di analizzare in modo automatico o semi-automatico grandi quantità di testi, allo scopo di ricavare delle regolarità negli usi linguistici. Le indagini di linguistica dei corpora sono quindi dietro i fantomatici ‘algoritmi’ che identificano messaggi aggressivi o di incitamento all’odio sui social network consentendone (in teoria) l’individuazione e l’eliminazione in modo semi-automatico. Più dati si hanno a disposizione, più preciso diventa lo strumento.

Di cosa si occupa la linguistica del testo?
La domanda preliminare è definire cosa si intende come testo: a differenza di quanto siamo abituati a pensare, non riguarda unicamente le forme scritte della lingua, ma, come ricorda nel suo capitolo Filippo Pecorari riprendendo una definizione di Massimo Palermo, “qualsiasi enunciato o insieme di enunciati – realizzato in forma orale, scritta o trasmessa – dotato di senso, che, collocato all’interno di opportune coordinate contestuali, realizza una funzione comunicativa” (p. 119). La linguistica del testo dunque si occupa tendenzialmente di testi costituiti da più enunciati, cercando di capire che cosa distingue però un insieme di enunciati casuali da un testo vero e proprio, andando a individuare di quest’ultimo le proprietà semantiche e linguistiche. Saranno queste ultime che, intrecciandosi, contribuiscono a dotare un testo di senso.

Quali sono gli aspetti teorici e metodologici fondamentali della linguistica delle lingue di attestazione frammentaria?
Con il termine “lingue di attestazione frammentaria” si intendono quelle lingue morte che sopravvivono solo in frammenti: non stiamo parlando quindi di lingue come il latino o il greco classico, ma per esempio delle lingue pre-latine dell’Italia antica che sono giunte a noi solo tramite poche iscrizioni, spesso non perfettamente conservate e molto povere dal punto di vista linguistico e testuale. Nel suo capitolo, Luca Rigobianco evidenzia come per il linguista che si occupa di queste lingue sia indispensabile anche una conoscenza approfondita dei materiali di scrittura, della filologia e dell’epigrafia, ma anche legandosi al contesto socio-culturale per cui gli oggetti e le iscrizioni sopra riportate sono state prodotte. Soprattutto con queste lingue ad attestazione frammentaria è inoltre fondamentale distinguere tra l’analisi linguistica e l’interpretazione del testo: possiamo infatti riuscire a capire benissimo la lingua riportata in un’iscrizione ma non riuscire a decodificarne il senso. Come scrive Luca Rigobianco: “Per chi tenta di ricostruire una lingua di attestazione frammentaria il rapporto tra l’interpretazione dei testi e la loro analisi linguistica dovrebbe configurarsi come una sorta di ‘circolo della comprensione’, in cui dagli avanzamenti nella interpretazione dei testi possono derivare avanzamenti nella analisi linguistica e viceversa” (p. 87).

Quali novità ha introdotto la linguistica computazionale?
Lo scopo generale della linguistica computazionale è quello di analizzare il linguaggio e le strutture linguistiche in modo semi-automatico, tramite algoritmi che permettano di (aiutare a) rispondere a domande più generali legati al sistema lingua, quali ad esempio cosa differenzia due lingue, se esistono delle strutture comuni a diverse lingue per esprimere un determinato tipo di atto eccetera. Come abbiamo visto nel caso dell’hate speech, la linguistica computazionali ha anche applicazioni molto concrete, innanzi tutto per favorire il dialogo uomo-macchina, ossia aumentare la capacità d’interazione delle macchine con l’uomo ma anche dell’uomo attraverso le macchine. Pensate, ad esempio, ai vari Siri e Alexa… dietro di loro ci sono i linguisti computazionali! Di tutto questo parla Giulia Cappelli nel suo capitolo, con esempi molto affascinanti e volutamente poco tecnici per introdurre il neofita a questa disciplina che rappresenta sicuramente uno dei possibili sbocchi, anche lavorativi, dei giovani linguisti.

Come si impara una lingua?
La domanda è tutt’altro che semplice e decenni di studi sull’acquisizione e l’apprendimento delle lingue ancora non sono giunti a una risposta esaustiva. Certamente, però, come evidenziato nel suo capitolo da Elisa Corino, la linguistica acquisizionale ha evidenziato chiaramente la presenza di alcune sequenze di sviluppo di determinate strutture linguistiche nell’acquisizione di una lingua seconda o di una lingua straniera. L’esistenza di queste sequenze ha una applicazione molto pratica nella didattica delle lingue straniere e nell’ordine in cui si presentano determinati argomenti all’apprendente: ad esempio, il futuro si colloca nella scala prima del condizionale e dopo l’imperfetto, per cui, nei manuali di lingua straniera, questi tempi verbali sono, di noma, presentati nell’ordine imperfetto-futuro-condizionale. Anche la linguistica acquisizionale, inoltre, sta beneficiando negli ultimi anni della creazione di grandi corpora contenenti le produzioni, tendenzialmente scritte ma di recente anche orali, di apprendenti di lingue straniere diverse e con lingue primarie anch’esse molto diverse. Come spesso accade i corpora in inglese sono sempre quelli a farla da padrone, ma Elisa Corino ricorda anche i progetti di ambito italiano, tra cui VALICO, MERLIN, LOCCLI e CAIL2 (p. 181).

Chiara Meluzzi è ricercatrice di tipo B all’Università degli Studi di Milano, dove insegna Linguistica generale al corso di Scienze Umanistiche della Comunicazione. Si occupa prevalentemente di analisi sociolinguistica e di fonetica sperimentale. È autrice della monografia Sociofonetica di una varietà di Koinè (Franco Angeli, 2020, Open Access) ed è al momento tra i curatori della ri-edizione dello Handbook of Sociolinguistics Around the World per l’inglese Routledge.

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