Metafore di scienza. L’eredità dalla Genesi a Frankenstein, Giulia FrezzaDott.ssa Giulia Frezza, Lei è autrice del libro Metafore di scienza. L’eredità dalla Genesi a Frankenstein pubblicato da Editrice Bibliografica: quali meccanismi linguistico-cognitivi si celano nell’uso di metafore all’interno dei testi scientifici?
Le metafore sono parte integrante del nostro modo di pensare e parlare: guardiamo le persone «dall’alto in basso», descriviamo i sentimenti in termini di temperatura («È una persona fredda»), il tempo in termini di spazio («Il tempo vola»), e ci riferiamo allo «tsunami» degli immigrati e a quello «silenzioso» della demenza che ci stanno travolgendo. Forse può sorprendere che se si contano le metafore nei diversi generi di discorso si trovano più metafore nei testi accademici, che includono quindi anche quelli di argomento scientifico, che nel genere letterario, che pure include la poesia, considerata tradizionalmente il luogo delle metafore.

Le metafore, secondo l’idea della “Conceptual Metaphor Theory” di Lakoff e Johnsonn, funzionano come “ponti” o trasferimenti concettuali da un dominio-sorgente (source) che è più familiare a un dominio-bersaglio (target) che è meno familiare e che si vuole spiegare usando la metafora. Anche nel fare e comunicare la scienza, i ricercatori fanno spesso uso metafore per spiegare problemi complessi in termini più semplici; ad esempio quando dicono che le nuove tecniche di genome editing, come CRISPR-Cas 9, sono un «coltellino svizzero» o un «bisturi» di precisione. Ma un rischio nell’uso di metafore del genere è la iper-semplificazione e anche la possibilità di fraintendimento da parte di persone esterne a quella disciplina o non addette ai lavori. Con le metafore si possono mettere in circolo, più o meno inavvertitamente, delle retoriche persuasive che poi possono diffondersi a macchia d’olio come memi nei giornali, sulle riviste e nei social media. Per questo la metafora è stata definita un «oggetto di confine» che funziona da intermediario, mettendo in relazione punti di vista e contesti diversi come la scienza, i media e il vasto pubblico.

Quali metafore accompagnavano il racconto della generazione nell’antichità?
Nell’antichità, ma anche oggi, come si legge nel libro, il tema della generazione è carico di metafore e di significati stratificati. Si intrecciano insieme aspetti medici, sociali e culturali, dalle concezioni biologiche agli stereotipi di genere. Forse proprio perché su questo tema interagiscono così tante questioni provenienti da ambiti diversi, per tradurre un’idea da un settore a un altro o per chiarire una questione complessa si sono usate delle metafore. Quindi mi è sembrato interessante osservare gli usi ricorrenti di alcune concezioni metaforiche in una prospettiva di lunga durata: sulla donna, la generazione, il sangue e gli organi riproduttivi.

L’utero, ad esempio, era oggetto di molte metafore nel mondo antico: «l’utero-involucro» o «contenitore», ossia un «vaso» rovesciato, la ventosa medica (sikua) usata dai medici per aiutare l’espulsione del feto, ma anche l’utero «animale», «tartaruga», «coccodrillo», «polipo» e «ranocchia». Studi come quelli fatti da Veronique Dasen sulle rappresentazioni dell’utero negli amuleti taumaturgici, lo raffigurano come oggetto di continue metamorfosi metaforiche: l’utero «chiave» a sette denti associata all’icona del vaso e posta sulla sua «bocca», si trasforma in un «polipo», in cui il vaso è la testa del polipo e i denti della chiave i suoi tentacoli; questa icona a sua volta si trasforma nella testa di «Medusa», il mostro con i capelli di serpenti. Una figura taumaturgica particolarmente interessante è «Onfale», la regina della Lidia che si innamora di Ercole e lo fa suo schiavo, rovesciando i ruoli stereotipati del rapporto maschio-femmina: l’eroe forte e la donna debole. Onfale, donna forte e potente, vestita con pelle di leone e con una mazza nelle mani, diventa infatti l’icona gemella di Ercole nel campo della salute femminile.

Così, passando in rassegna le metafore antiche che gli storici hanno raccolto e che descrivevano la donna e il processo generativo come «campo fertile» da «arare», «tavoletta» su cui «incidere» segni, o metonimicamente «donna-ventre» destinata a procreare – che nelle pratiche romane è un concetto simile al nostro «utero in affitto» – il libro invita il lettore a rimanere vigile e a non farsi sedurre dalle metafore. Guardare le metafore del passato, così, è un esercizio utile anche per riflettere sul presente e per immaginare il futuro.

Quali metafore caratterizzano gli sviluppi moderni del concetto di eredità e la più moderna genetica?
Gli storici della medicina hanno notato che il termine «eredità» è entrato per la prima volta a far parte dei discorsi scientifici tra i medici francesi alla fine del 1700. Così il concetto di eredità legale, ossia il passaggio dei beni da una generazione alla successiva, è stato trasferito metaforicamente in medicina per esprimere l’idea di trasmissione dei tratti fisici e comportamentali dai genitori ai figli.

Nell’età moderna si dibatteva di problemi riguardo all’eredità come la trasmissione del peccato originale, la capacità dell’immaginazione femminile di «imprimere» caratteristiche fisiche e caratteriali sul feto e il fenomeno delle «voglie» nonché i parti di mostri, in un arlecchino di concezioni antagoniste. C’è una casistica celebre di figli bianchi nati da genitori neri, dalla Gerusalemme Liberata di Tasso in poi, e viceversa. L’espressione «rendere un Etiope bianco» significava un compito impossibile. Problema non da poco quindi era la spiegazione della “legittimità” dei figli. Se ne rendeva ragione in molti modi: attraverso la costituzione individuale, la dieta, gli influssi astrali e l’immaginazione femminile. Così era possibile spiegare, ad esempio, come mai un figlio non assomigliasse tanto al padre, ma invece a un quadro osservato a lungo dalla madre incinta.

L’uso delle metafore in genetica è stato osservato attentamente. Non mi soffermo sui dettagli, ma c’è una costellazione di metafore che fanno riferimento specialmente all’ambito informazionale: «piano di sviluppo», «codice genetico», «informazione» e «programma» genetici, «messaggio», «istruzione», «trasmissione» ed «errore di copiatura», sono tutti termini di origine metaforica che sono entrati a far parte del vocabolario scientifico. Ma ci sono metafore come «libro della vita» e «filo di perle» che non sono più modelli metaforici in uso. Altre metafore, come il «gene egoista» e «Frankenstein», sono criticate ma anche comunemente usate per parlare del funzionamento dei geni e degli OGM. Il messaggio principale quindi è che le metafore scientifiche non sono icone atemporali ma seguono andamenti alterni secondo le vicende scientifiche e culturali del tempo.

Mi sono spinta oltre le regole degli storici presentando una storia di così lunga durata, dalla Genesi a «Frankenstein», in un solo libro – a costo di inaccuratezze, visto che ogni tema trattato richiederebbe un libro a sé. La mia intenzione era di generare curiosità nel lettore nei confronti di idee e temi scientifici ricorrenti che si sono trasformati nel corso del tempo, stimolandolo a pensare criticamente. In questo senso il libro mostra che la scienza è in continua evoluzione e che ha ragione sempre e solo fino a quando non dimostra di avere torto.

Quali i rischi e la reale utilità di argomentazioni e retoriche persuasive nella diffusione dei contenuti scientifici?
La domanda è difficile perché molto ampia e richiederebbe di osservare i dati sull’uso e la ricezione delle retoriche scientifiche ossia di ogni singola retorica (ad esempio «le sigarette ti mangiano vivo» e «il punto di non ritorno») nel suo contesto (negli esempi citati: la ricerca sugli effetti nocivi del tabacco e sull’impatto climatico). Ogni retorica funziona a suo modo: ha uno scopo, ad esempio, la spiegazione di un fenomeno o la volontà di raggiungere una fetta più grande di pubblico; ha una storia retorica alle spalle, come il caso del «codice genetico» e la famiglia di metafore informazionali. Inoltre, ogni retorica implica dei codici linguistici appropriati per il contesto e il genere di discorso in cui ci si trova, ossia convenzioni che usiamo per farci capire dalle persone che ci ascoltano o che ci leggono: trattando del cambiamento climatico in una lezione, in una conferenza e sulla copertina di una rivista tendiamo ad usare registri linguistici ben diversi tra loro.

Quindi, per capire come funzionano sia la produzione che la ricezione delle metafore nella comunicazione della scienza è necessario un lavoro di verifica empirica sui testi e nei discorsi delle persone. Questo lavoro è sempre più utile con l’uso massiccio dei social media come mezzi di informazione e di interazione sociale, ad esempio riguardo alla salute: per scambiarsi informazioni e condividere di esperienze personali fino alle campagne preventive. In questo settore, i rischi e l’utilità delle metafore sono all’ordine del giorno. Dai vaccini alla ricerca sul cancro e sulle demenze, i giornali spesso accentuano con titoli ad effetto una retorica metaforica, ad esempio, lo «tsunami silenzioso della demenza», che può parlare in modo diverso a persone diversamente coinvolte nella materia, come medici, terapeuti, le persone che vivono con la demenza nonché i loro familiari.

Così assistiamo a due fenomeni opposti: da un lato, la maggiore vicinanza fra scienza e società favorita dall’accessibilità delle notizie e la loro rapida diffusione sui social media e dall’altro, il loro allontanamento, visto che è stata individuata negli anni passati una diminuzione di fiducia nella scienza da parte della società.

Riguardo al caso delle demenze di cui mi occupo nel progetto di ricerca «Metaphorical Narratives in Dementia Discourse» presso il Metaphor Lab dell’Università di Amsterdam, se desideriamo fare una attività di comunicazione mirata non possiamo correre il rischio di allontanare qualche persona interessata perché sono usate delle retoriche respingenti, alienanti o che portano a fraintendere la posta in gioco. Serve maggiore attenzione alla comunicazione per tutti: medici, infermieri, studenti, giornalisti, istituzioni e tutte le persone potenzialmente interessate. Prima di usare un’espressione metaforica, come lo «tsunami grigio» o il «declino cognitivo», dovremmo chiederci se rispecchia degli stereotipi sociali o morali potenzialmente respingenti. Come hanno mostrato i lavori sull’uso delle metafore nella ricerca sul cancro, non esiste una metafora che va bene per tutti. Nonostante comunichiamo moltissimo e su piattaforme diverse, siamo ancora privi di questo genere di attenzione e di cura. Spero che il libro e la mia ricerca possano contribuire anche a questo scopo.

Giulia Frezza è Marie Sklodowska-Curie fellow presso il Metaphor Lab dell’Università di Amsterdam dove studia l’uso delle metafore nella comunicazione delle demenze. Dopo il dottorato in storia della scienza presso l’Università RomaTRE e ParisVII, è stata assegnista di ricerca e docente di storia della medicina presso l’Università di Roma Sapienza. Si occupa di storia e filosofia delle scienze biomediche con particolare attenzione alla comunicazione della scienza. Si interessa anche di divulgazione scientifica per la Notte Europea dei Musei e il Festival della Scienza Medica di Bologna.