Dott. Costantino D’Orazio, Lei è autore del libro Mercanti di bellezza. Trenta storie di mecenati che hanno cambiato il volto dell’Italia pubblicato da Rai Eri: quanto deve la storia dell’arte italiana ai protagonisti del Suo racconto?
Mercanti di bellezza. Trenta storie di mecenati che hanno cambiato il volto dell’Italia, Costantino D'OrazioMoltissimo, se non tutto. Troppo spesso l’attenzione di concentra sugli artisti, che sono i materiali costruttori della storia dell’arte, coloro che l’hanno pensata, elaborata e sviluppata con il proprio genio. Ma dovremmo però sempre tenere presente che quasi tutte le opere d’arte del passato nascono da desideri e passioni di persone che hanno scelto gli artisti e li hanno messi nelle migliori condizioni per lavorare. Senza i mecenati, non ci sarebbero palazzi, chiese, fontane, strade o intere città.

In che modo le vicende dei protagonisti del Suo racconto sono esemplari?
Ho selezionato trenta storie di persone che non hanno commissionato opere d’arte solo per il proprio gusto personale o per arricchire le proprie collezioni private. I miei “mercanti di bellezza” hanno voluto condividere la propria passione per l’arte con gli altri, commissionando opere pubbliche e incidendo sul tessuto urbanistico delle nostre città. Sono donne e uomini animati da una grande generosità.

Come ha scelto i trenta mecenati da Lei raccontati?
Non è stato facile concentrarsi solo su trenta figure, perché per fortuna in Italia ci sono stati migliaia di mecenati che avrebbero meritato di essere raccontati. Questi però sono accomunati dal fatto che le opere nate grazie al loro mecenatismo sono ancora visibili e apprezzabili da tutti. Sono quelli che hanno avuto lo sguardo più lungimirante, se ancora oggi possiamo godere della bellezza che hanno prodotto.

Tra le vicende da Lei raccontate, quali reputa più affascinanti?
Senza dubbio la passione per i giovani artisti sentita da un talent scout come il Cardinal Francesco Maria del Monte, che ha “scoperto” Caravaggio e la ha lanciato nel mondo dei pittori più accreditati del suo tempo. Oppure la competenza e sagacia di una mercante come Claudia Gianferrari, che conclude la cavalcata dei miei ritratti: una storica dell’arte che ha saputo conciliare studio e mercato, superando i pregiudizi di un ambiente culturale spesso miope. E infine, credo meriti una menzione del tutto particolare la Pimpaccia, ovvero Olimpia Pamphilj, una donna terribile, avara, ambiziosa, a cui dobbiamo alcuni capolavori di Roma barocca, come la Fontana dei Fiumi di Bernini a Piazza Navona: è la dimostrazione che non sempre l’amore per la bellezza alberghi in una persona buona e bella.

È ancora vivo il mecenatismo?
Vive e lotta insieme a noi, ma in un modo molto diverso rispetto al passato. In Italia i mecenati hanno sempre guardato al futuro, prodotto capolavori del proprio tempo per farli restare in piedi molti anni. Oggi le grandi aziende, le uniche ad avere i mezzi e gli interessi a produrre arte, preferiscono dedicarsi ai restauri. Operazioni fondamentali e benemerite, che però dovrebbero essere accompagnate da slanci verso l’avvenire. Altrimenti, che cosa rimarrà dell’arte del nostro tempo?