Mediterraneo. Prospettive storiografiche e immaginario culturale, Anna CarforaProf.ssa Anna Carfora, Lei è autrice del libro Mediterraneo. Prospettive storiografiche e immaginario culturale edito dal Pozzo di Giacobbe: quante diverse concezioni del Mediterraneo esistono?
Il Mediterraneo è una superficie riflettente in senso letterale e metaforico. In questo secondo senso, il Mediterraneo cambia aspetto a seconda di chi lo guarda. Parlare di Mediterraneo significa parlare non tanto di questo mare quanto degli sguardi che in esso si riflettono. Dunque vi sono tanti Mediterranei quanti sono gli occhi che lo guardano. Questo libro non è una storia del Mediterraneo – ve ne sono tante e di molto ricche come, ad esempio, quella di David Aboulafia (Il grande mare. Storia del Mediterraneo, Mondadori, Milano 2016), piuttosto è un lavoro di focalizzazione su alcuni di questi sguardi. È l’occhio di chi lo guarda, la sua condizione e il suo punto di osservazione, ad esempio, a descriverne la geografia; si pensi ad alcune carte antiche che disegnano il Mediterraneo centrandolo su Gerusalemme, considerata il centro del mondo. Dipende da chi lo guarda addirittura la nomenclatura del Mediterraneo; si può considerare a questo proposito la diversa accezione che è stata data al Mare nostrum: mare familiare, oppure nostro possesso secondo una logica imperialistico-coloniale.

Come si è evoluta nella storia la concezione del Mediterraneo?
Il concetto di Mediterraneo è dinamico. L’idea di Mediterraneo si forma lentamente nella storia, sia come concetto geografico sia come concetto storico. L’idea che si possa parlare di questo mare come di un’entità si fa strada nel corso del tempo. I nomi che gli sono stati attribuiti già gli riconoscono una sorta di “personalità”. Gli Ebrei, ad esempio, lo chiamavano “Grande mare” ma già Isidoro di Siviglia, nell’alto medioevo, utilizzava la denominazione “Mediterraneo” come un sostantivo: “il” Mediterraneo. Un missionario gesuita in età moderna poteva affermare, circa le Americhe, che non vi erano “mediterranei” in quel mondo. L’idea di Mediterraneo, tuttavia, si presenta come un contenitore di cose diverse: la più apparentemente banale di queste, ma in fondo passibile di molte ricadute, riguarda l’estensione stessa del Mediterraneo: esso comprende le acque, o con esse le terre che si affacciano sul mare? E per quanto riguarda le terre, fin dove arriva la zona mediterranea? La svolta nella concettualizzazione del Mediterraneo avviene tra XIX e XX secolo e qui due nomi risultano decisivi, quello del geografo Élisée Reclus e quello dello storico Fernand Braudel. Reclus è il primo a considerare il Mediterraneo come un’entità dal punto di vista geostorico, dove il dato naturale e quello antropologico vivono di mutua reciprocità. Civiltà e Imperi nel Mediterraneo nell’età di Filippo II di Braudel pone la soggettualità storica del Mediterraneo; è il “continente liquido” del quale lo storico francese riconosce una sorta di autonomia in quanto tema storiografico e protagonismo storico. L’unitarietà, che per Braudel inerisce al Mediterraneo in quanto oggetto di studio, viene però da altri ricondotta ad una sorta di “essenza mediterranea”, un insieme senza tempo di caratteristiche che vanno a costituire l’identità e la civiltà mediterranea.

Inizialmente è il Mediterraneo meridiano tematizzato dalla rivista di Marsiglia Cahiers du Sud e dalla Scuola di Algeri, in particolare con Albert Camus; un concetto legato ai popoli che vivono sulle rive di questo mare e che al di là delle loro differenze condividerebbero un’essenza comune che viene identificata poi dal pensiero cosiddetto meridiano, quello soprattutto di Franco Cassano, con l’immaginario culturale sulle creature del sud al quale viene cambiato il segno: ciò che è stigmatizzato, come ad esempio la pigrizia, diviene invece l’emblema di un’alternativa positiva: la vita lenta contro il parossismo indotto dall’economia di mercato. Il rischio di questa rivendicazione della “mediterraneità” è tuttavia quello di mantenere in vita gli stereotipi. Se il mediterraneismo si era posto la questione della o delle civiltà mediterranee e di un’identità che sottostava alle diversità, tra l’ultimo quarto del XX secolo e gli inizi del XXI sono stati elaborati dei modelli ermeneutici “forti”, che rivitalizzano vecchie ideologie e inveterati pregiudizi e che cavalcano la rivincita delle identità e la conflittualità tra le civiltà. Si profilano a questo punto quegli elementi che eserciteranno le loro influenze sulle idee sul Mediterraneo e che si protendono fino al presente, diventando nell’oggi veri e propri nodi giunti al pettine.

Quale valore ha assunto oggi il Mediterraneo?
Del declino del Mediterraneo si è occupato già Braudel, correlandolo al protagonismo oceanico d’età moderna, quando l’asse del mondo si è spostato verso occidente e l’oltreoceano è salito alla ribalta. Tuttavia il Mediterraneo non ha perso con ciò ogni ruolo: non sono stati però gli abitanti delle sue rive, soprattutto di quelle meridionali, a scriverne la storia quanto, piuttosto, coloro che guardando al Mediterraneo lo hanno interpretato in funzione dei loro intenti coloniali e cioè le grandi potenze europee. Si pensi, ad esempio, alla corsa, vinta dalla Francia, per l’apertura del Canale di Suez compiuta nel 1869. Le stesse superpotenze del Novecento hanno considerato il Mediterraneo come strategico: è fin troppo ovvio pensare alla questione mediorientale, ma si possono ricordare anche quelle relative alle basi missilistiche in Sicilia o alla crisi di Sigonella negli anni Ottanta. Oggi il Mediterraneo continua ad avere un peso geopolitico: cosa è accaduto con le cosiddette primavere arabe? Quale scacchiere rappresentano la Siria e la Libia? Il Mediterraneo attuale, mare dell’attraversamento da Sud a Nord, potrebbe mutare la sua nomenclatura in “Mare del respingimento”: uno dei nuovi confini mondiali espressione della resistenza del Nord contro il Sud. Qui si vedono in pratica quelle concezioni di identità e civiltà a cui ho accennato in precedenza. Vi è un bisogno crescente di affermare la propria presunta identità, intesa in maniera monolitica e immutabile, contro quella dell’altro che è interpretata come minaccia e di definire in maniera univoca la propria civiltà, difendendola come da un assedio che assume toni spesso abbastanza apocalittici. La teoria dello scontro di civiltà formulata da Samuel Huntington, nonostante le forti componenti surrettizie che la costituiscono, ha avuto un grande successo e una straordinaria volgarizzazione: che ogni civiltà possegga una sua identità e questa identità sia fondata sulle religioni, sostanzialmente incompatibili tra loro, è un paradigma purtroppo vincente, opposto a quello espresso nel Documento sulla fratellanza umana  per la pace mondiale e la convivenza comune sottoscritto ad Abu-Dhabi da papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb il 4 febbraio 2019.

In che modo interpretazioni storiografiche, immaginario culturale e retorica sul Mediterraneo si mescolano?
L’immaginario culturale sul Mediterraneo e la retorica mediterranea presentano diverse componenti. Da una parte resistono coriacee le rappresentazioni stereotipate che vanno a sollecitare la fantasia turistica: i colori, gli odori, i sapori, il clima, i paesaggi, gli aspetti folkloristici; una raccolta di luoghi comuni buoni per tutte le epoche e che si conciliano con qualsiasi ideologia. Dall’altra c’è il Mediterraneo armato contro i poveri e contro l’islam. A supporto di queste visioni spesso si invoca il passato. In primo luogo come garanzia di immutabilità: è sempre stato così; ma il Mediterraneo non è una realtà statica, piuttosto si determina e ridetermina nella diacronia. Quanto caratterizza oggi il Mediterraneo non da sempre è stato così. Ciò che viene definito tipicamente mediterraneo, quasi sempre è arrivato da fuori. Lucien Febvre, in un articolo comparso su Annales nel 1940 e significativamente intitolato «La surprise d’Hérodote», osserva che lo storico greco Erodoto non riconoscerebbe più il Mediterraneo: il nostro paesaggio tipico non corrisponde al suo: aranceti e limonaie vengono dall’Oriente, pomodori e mais dalle Americhe e via enumerando; ciò che vale per la flora vale anche per la fauna, compresa quella umana. In secondo luogo si ricorre al passato utilizzando in maniera scorretta assunti storiografici; si tratta di una forma di uso pubblico della storia, possibile nella misura in cui non solo si conosce molto poco o per nulla il passato, ma non si possiedono neanche gli strumenti della ricostruzione storiografica. La cultura del grande pubblico, quella che viene alimentata da una divulgazione che muove da asserzioni non verificate e opera riduzionismi funzionali a ideologie o a intenzionalità extrascientifiche o che semplicemente cavalca le semplificazioni rassicuranti, tende ad operare commistioni indebite o mistificanti. L’ignoranza, che corrisponde al fallimento pedagogico della storia, ossia all’inutilità di quella che generalmente si studia a scuola, porta a privilegiare le narrazioni del passato, così come del presente, a cui si presta credito non a partire dalle testimonianze e dai riscontri ma in base alla plausibilità, alla tenuta retorica del racconto. Se il pensare storicamente fosse un’attitudine diffusa, una priorità nella formazione dei cittadini, si comprenderebbe che un racconto non convince, per quanto persuasivo, se non è adeguatamente suffragato dalle fonti e se queste fonti non sono vagliate con criterio. Sebbene neanche la storiografia possa considerarsi del tutto neutra, scevra da condizionamenti culturali, tuttavia è specifico dell’indagine condotta con attenzione metacognitiva riflettere criticamente proprio su questi condizionamenti. Dunque l’operazione storiografica per eccellenza consiste appunto nel riconoscere, nella diacronia, la complessità e le sue articolazioni interne. Ad esempio, proprio circa le religioni, la conoscenza storica è in grado di demistificare le scorrettezze su cui vengono costruite tante affermazioni. Ancora Huntington, ad esempio, arriva ad affermare che l’islam è una religione politica mentre il cristianesimo non lo è. Solo l’ignoranza storica permette di ingoiare una falsità del genere: come dimenticare, infatti, il costantinismo che ha caratterizzato i rapporti tra i poteri civili e le Chiese, il modello della christianitas? L’intolleranza religiosa che viene considerata una costante nel tempo propria dei paesi islamici – esemplare la demonizzazione dei Turchi – appartiene anche alla storia dei paesi cristiani: si pensi all’espulsione di ebrei e mori da Granada nel 1492; in quel caso gli ebrei sefarditi fuoriusciti dalla Spagna trovarono accoglienza proprio presso gli ottomani. Ancora, lo scontro e l’inimicizia non sono stati nella storia gli unici parametri che hanno regolato le relazioni tra cristiani e musulmani. Gli esempi di contatti pacifici e amichevoli sono tanti; ne cito qui solo uno che risale all’XI secolo: Anzir, re musulmano della Mauritania, inviò a Roma perché venisse ordinato dal papa, Gregorio VII, tale Servando che era staro eletto vescovo di Ippona e compì per l’occasione il gesto di liberare prigionieri cristiani. Il papa gli rispose con una missiva di ringraziamento nella quale sottolineava la comune fede nel Dio unico e gli augurava eterna beatitudine nel seno di Abramo (Gregorio VII, Registrum 3,20).

Quale futuro, a Suo avviso, per il Mediterraneo?
Stanti le premesse, non è facile immaginare un futuro prossimo di stabilità e di pace. La regia che governa le paure continuerà ad ingigantirle ma, nonostante tutte le difese poste in campo, alcuni fenomeni in atto, come quello migratorio, non sono arrestabili. Eppure il Mediterraneo potrebbe giocare ancora un ruolo importante, a condizione, però, che non sia ostaggio di intenzioni egemonizzanti e che siano quindi i popoli che vi si affacciano a gestire la loro storia. Non mi convincono i progetti “sul” Mediterraneo, neanche quelli animati da alte idealità, né quelli che non fanno i conti con la brutalità dei poteri in gioco. In questo senso, molto andrebbe recuperato dell’intuizione di Giorgio La Pira quando diede vita ai Colloqui del Mediterraneo già nel 1958: La Pira comprese che i conflitti hanno una base economica e che senza assicurare la giustizia non c’è pace possibile. A queste condizioni, il Mediterraneo potrebbe costituire un luogo di sperimentazione di convivenza umana.

Anna Carfora è associata di Storia della Chiesa presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale sez. San Luigi, dove attualmente dirige l’Istituto di Storia del Cristianesimo “Cataldo Naro”. Tra le sue più recenti pubblicazioni la curatela con S. Tanzarella dell’epistolario di Lorenzo Milani in L. MILANI, Tutte le opere, diretta da A. Melloni e a cura di F. Ruozzi – A. Carfora – S. Tanzarella – V. Oldano, Mondadori, Milano 2017; La Passione di Perpetua e Felicita. Donne, martirio e spettacolo della morte nel cristianesimo delle origini, il pozzo di Giacobbe, Trapani 2019.