“Media digitali. La storia, i contesti sociali, le narrazioni” di Gabriele Balbi e Paolo Magaudda

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Prof. Gabriele Balbi e prof. Paolo Magaudda, voi siete autori del libro Media digitali. La storia, i contesti sociali, le narrazioni edito da Laterza: cosa significa studiare i media e la società digitale in prospettiva storica?
Media digitali. La storia, i contesti sociali, le narrazioni, Gabriele Balbi, Paolo MagauddaSignifica cercare di identificare un senso generale rispetto a quello che sta avvenendo nelle nostre vite e nelle nostre società negli ultimi decenni. I media digitali, così come altri media precedenti, sono frutto di processi e scelte storiche che si sono compiute nel corso del tempo e comprendere queste scelte è il primo passo per capire la forma attuale che i media digitali hanno assunto oggi. Per questo crediamo che il computer di oggi debba essere considerato il prodotto delle macchine da calcolo ottocentesche, che internet sia stata guidata da scelte compiute ad esempio durante la guerra fredda o che la telefonia mobile abbia delle ascendenze marconiane. Nel libro sosteniamo che l’approccio storico aiuti a mitigare tre derive. La prima è il nuovismo, che si associa al presentismo o al cronocentrismo: l’idea cioè che gli ultimi ritrovati tecnologici digitali, gli ultimi dispositivi lanciati sul mercato in pompa magna, siano per forza quelli migliori e da cui partire per capire l’innovazione tecnologica. Adottando un atteggiamento nuovista, si rincorre solo la novità, senza capire l’impatto su abitudini e vite quotidiane. In secondo luogo, vogliamo evitare sia un atteggiamento rivoluzionario che uno immobilista: la storia è scienza dei processi che deve mettere sullo stesso piano cambiamento e continuità. Troppo spesso diamo spazio alle rivoluzioni (prima tra tutte quella digitale), tralasciando le persistenze. Infine, vogliamo combattere la linearità insita nell’idea che l’evoluzione tecnologica digitale sia sempre migliorativa e progressiva. Nella nostra storia hanno ampio spazio i fallimenti e casi di studio che dimostrano come l’evoluzione digitale sarebbe potuta “andare diversamente” e, in alcuni paesi, è andata davvero diversamente rispetto alla narrazione mainstream americana.

Come è andato ampliandosi il ruolo dei computer nella nostra società?
La traiettoria del computer all’interno della società è particolarmente indicativa di come si si è trasformato più in generale il ruolo delle tecnologie digitali nel corso di più di mezzo secolo. Il computer nasce infatti come strumento militare durante la Seconda guerra mondiale e viene successivamente applicato all’interno di contesti istituzionali e legati al mondo economico. Ci vollero ancora un paio di decenni affinché, a partire dagli anni ‘70, il computer si trasformasse, prima dal punto di vista culturale e poi dal punto di vista tecnico, in uno strumento destinato in prospettiva essere usato dalle persone comuni, all’interno della vita quotidiana. Su queste basi, negli anni ‘80 il computer inizia “infiltrarsi” in tutta una serie di spazi della vita non lavorativa, come per esempio l’ambito del videogioco per i ragazzi, come sostituto della macchina da scriver e come il primo strumento per navigare in Internet negli anni ‘90. Tuttavia, fino agli anni inizi degli anni 2000 il computer rimane sostanzialmente un oggetto molto specifico, da tenere sul tavolo, o tutt’al più sulle ginocchia, come i primi modelli di laptop. Quello che succede successivamente è la trasformazione del computer da un oggetto specifico, utilizzato per scopi particolari, che includono sia il lavoro sia il passatempo, in qualcosa di differente e molto più integrato nel flusso delle nostre esistenze. Nel libro raccontiamo, infatti, che il computer diventa “ognipresente” nelle nostre vite, grazie soprattutto al fatto che i computer vengono integrati all’interno di una serie di oggetti differenti, che includono ovviamente gli smartphone, i tablet, gli orologi digitali, che permettono una serie di differenti operazioni, incluso connettersi a internet: Negli ultimi anni i computer vengono integrati in una serie di nuove generazioni di oggetti, come per esempio gli assistenti vocali, che diventano un ausilio domestico, i computer all’interno delle automobili o anche gli elettrodomestici collegati a internet: Questo ci mostra in che modo il computer diventa “ognipresente”, costantemente attivo in buona parte delle attività che svolgiamo. Vediamo così questa traiettoria paradigmatica del computer all’interno della società: un oggetto altamente complesso ed estremamente specializzato, che nell’arco di poco più di mezzo secolo diventa invece una sorta di protesi delle nostre esistenze.

Quale influenza ha Internet?
Parlare di influenza o di effetti dei media è sempre pericolo perché decenni di ricerca non hanno dimostrato in che modo le persone siano soggette ai media stessi. Nel libro abbiamo invece introdotto il concetto di “influenza formativa”, cioè l’idea che i modi di pensare o di costruire l’internet del passato abbia lasciato delle eredità sull’internet del presente. Internet ha vissuto molti cambiamenti nel corso della sua storia: da uno strumento militare-accademico dagli anni ’50 e ’70 del Novecento a uno strumento contro-culturale dagli anni ’70-80; da uno strumento di servizio pubblico specie con l’invenzione del Web dagli anni ’90 all’esplosione della sua natura commerciale sempre nello stesso decennio. Fino ad arrivare oggi alla sua “natura” sociale, cioè ad essere un mezzo di comunicazione tra le persone e che le persone usano per comunicare se stessi ad esempio attraverso i social. Tutte queste fasi hanno lasciato in dote qualcosa alla rete: le strutture di rete, il modo di regolarla (o non regolarla) politicamente, la formazione di posizioni dominanti di alcune aziende, le mitologie e le metafore con cui pensiamo alla rete. Ci sono insomma varie storie e concetti della rete che evolvono e si ripetono nel tempo e che sono alla base dell’internet contemporanea.

Quali diverse fasi ha attraversato la telefonia mobile?
Nel libro abbiamo individuato 4 fasi principali nella storia della telefonia mobile. Una prima nascita tra fine Ottocento e inizio Novecento, visti gli stretti legami con la telefonia fissa e la telegrafia senza fili. Nasce in questo periodo l’idea che le persone possano comunicare attraverso un oggetto che si chiama telefono e possano farlo in movimento. La seconda nascita (o rinascita) avviene tra gli anni ’70 e ’80 del Novecento: la telefonia mobile era stata un’idea minoritaria per gran parte del Novecento e riesplode al termine del secondo, quando nascono vari servizi nazionali che permettono a un mercato di élite di accedere al mezzo. Il boom avviene nella terza fase tra gli anni ’90 e il primo decennio del 2000, quando milioni e poi miliardi di persone decidono di integrare questo strumento nelle loro vite quotidiane e quando comincia la convergenza con la rete internet (che all’inizio si rivelò fallimentare). L’ultima fase, che abbiamo definito come un nuovo boom, attraversa l’ultimo ventennio e vede nella diffusione degli smartphone e soprattutto nella globalizzazione dell’uso (fino a continenti tradizionalmente meno toccati dall’innovazione come Asia, Africa, America Latina) due capisaldi. Ci troviamo oggi nella situazione in cui, in media, ogni abitante sulla terra ha un telefono mobile. Scopo del libro è chiedersi: come è accaduto tutto ciò? Da dove siamo partiti e perché siamo arrivati a questa situazione? E, nel far questo, cercare di individuare alcuni possibili trend futuri.

Quali tendenze hanno caratterizzato il processo di digitalizzazione dei media analogici?
La trasformazione dei media analogici in media digitali è un processo che fa emergere tutte le contraddizioni e le problematicità del digitale, che invece è spesso considerato una soluzione magica, da applicare come soluzione automatica a tutta una serie di problemi. In settori come la musica riconosciamo una digitalizzazione che inizia precocemente, agli inizi degli anni ’80 con il compact disc, ma che solo con l’arrivo di Internet, e poi con l’evoluzione delle piattaforme digitali, sconvolge in modo assai rilevante il mondo della della distribuzione e del consumo di musica. Nel mondo della televisione il digitale, invece, questo processo si sviluppa più lentamente, ma ingenti investimenti sia economici sia politici da parte dell’istituzioni fanno sì che, soprattutto in Europa, la televisione digitale diventi in maniera abbastanza uniforme il nuovo standard di riferimento. Si badi bene che però in altre zone del mondo questo processo di digitalizzazione ha avuto altri ritmi ed esiti, come in Brasile o in India (per non parlare dell’Africa), paesi in cui la TV digitale è bel lontana dall’essersi affermata come nuovo standard di riferimento. Il settore dell’editoria e della stampa periodica, nonostante ripetuti annunci della fine del libro di carta, rimane ancora legato ai formati analogici, eccetto che in settori molto specifici, come per esempio l’editoria accademica. Oppure pensiamo ancora alla radio, la cui adozione anche in Europa stenta ad affermarsi mentre le vecchie onde in modulazione di frequenza rimangono ancora maggioritarie, anche nel nostro paese, dove le radio digitali sono diffuse soltanto in alcuni nuovi modelli di automobile. Insomma vediamo che in differenti settori le traiettorie di digitalizzazione dei vecchi media analogici sono tutt’altro che lineari e scontate e ci mostrano tutta una serie di problemi e contraddizioni del digitale. Si tratta., come spieghiamo nel libro delle contraddizioni tipiche che avvengono quando una nuova tecnologia inizia a prendere piede nella società.

Quali «miti» allignano intorno alla digitalizzazione?
La semantica di mito è decisamente ampia, ma in sostanza raccoglie due etimologie specifiche: quello di narrazione simbolica eccezione e quello di esagerazione. E in questa ottica, la digitalizzazione è stata accompagnata da vari miti nel corso della sua storia: personaggi come padri fondatori come Alan Turing o imprenditori come Steve Jobs, Bill Gates, Ma Huateng e molti altri; aziende come Olivetti, Apple, Microsoft, Facebook, Google e molte altre; tecnologie come modelli di computer, telefoni mobili, lettori musicali, assistenti vocali hanno riempito case e tasche di miti d’oggi; luoghi come la Silicon Valley e oggi sempre più alcune zone della Cina (Shenzen) o dell’India (Bangalore).

Poi ci sono alcuni miti, nel senso di vere e proprie esagerazioni o balle, legati agli effetti che la digitalizzazione avrebbe sulla società. Nel libro, ci siamo focalizzati in particolare su tre di questi. L’idea che la digitalizzazione sia una forza irresistibile di cambiamento: in questo senso abbiamo allora sottolineato vari casi di studio in cui la digitalizzazione ha fallito o tradito le sue promesse. Il secondo mito è il fatto che la digitalizzazione sia una livella globale e cioè che abbia un impatto uniformante in tutto il mondo. Anche in questo caso, invece, abbiamo messo in luce come ci siano state risposte culturali e regionali molto diverse alle stesse tecnologie e, addirittura, che la digitalizzazione abbia favorito una crescita delle differenze tra regioni della terra digitalizzate e non digitalizzate. Infine, uno dei miti più significativi che ha accompagnato la digitalizzazione è l’idea che sia una forza rivoluzionaria, che cambia nel profondo e totalmente le società che incontra. Il libro è di fatto una risposta storicamente fondata a questa ipotesi, in cui si cercando di evidenziare anche le continuità con il passato e il carattere evolutivo e trasformativo del digitale, piuttosto che quello rivoluzionario.

Quale futuro per la storia dei media digitali?
La storia dei media – e la storia dei media digitali in particolare – è un ambito di ricerca relativamente nuovo, ma che in questi anni si sta sviluppando fortemente. Fino a pochi anni fa quasi nessuno sentiva l’esigenza di storicizzare l’evoluzione delle tecnologie digitali, mentre oggi giorno questo aspetto è diventato sempre più importante, probabilmente perché ci rendiamo conto che non possiamo capire la complessità del mondo contemporaneo, sempre più intrecciato all’evoluzione di queste tecnologie, senza una riflessione attenta sul processo che ha portato alla loro costruzione ed adozione della società. Da questo punto di vista, speriamo soprattutto che il nostro libro sulla storia dei media digitali aiuti a sviluppare ulteriormente la storia dei media digitali e aiuti anche una generazione di nuovi studiosi ad avvicinarsi alle problematiche e alle questioni che riguardano la loro evoluzione nella società.

Gabriele Balbi è professore associato in Media studies presso l’USI Università della Svizzera italiana di Lugano, dove insegna e svolge ricerche sulla storia e sociologia dei media. Ha pubblicato le sue ricerche in varie riviste scientifiche internazionali e il suo ultimo libro è History of the International Telecommunication Union (ITU). Transnational techno-diplomacy from the telegraph to the Internet (curato con Andreas Fickers, 2020).

Paolo Magaudda è ricercatore in sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Padova. È direttore delle riviste scientifiche “Studi Culturali” e “Tecnoscienza: Italian Journal of Science & Technology Studies”. Tra i suoi libri: Oggetti da ascoltare. HiFi, iPod e consumo delle tecnologie musicali (2012), Innovazione Pop. Nanotecnologie, scienziati e invenzioni nella popular culture (2012), Gli studi sociali sulla scienza e la tecnologia (curato con Federico Neresini, 2020).

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