“Medea” di Euripide

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Medea, Euripide«La tragedia che avrebbe goduto di straordinaria fortuna nel teatro di tutti i tempi, Medea (Μήδεια), uscì sconfitta nell’agone dionisiaco del 431, in cui Euripide presentò anche Filottete, Ditti e il dramma satiresco Mietitori: la vittoria fu assegnata a un figlio di Eschilo, Euforione, mentre l’altro autore in gara, Sofocle, dovette contentarsi del secondo posto. Il prologo, recitato dalla nutrice di Medea, ripercorre brevemente le vicende che hanno portato la sua pupilla a Corinto al seguito di Giasone, per amore del quale, con il ricorso a filtri magici, aveva assicurato agli Argonauti in Colchide la conquista del vello d’oro ed era arrivata poi, nel viaggio alla volta della Grecia, perfino a collaborare all’uccisione di suo fratello Apsirto. Il successivo dialogo tra la nutrice e un pedagogo, che riaccompagna a casa i figli della coppia, ci informa che l’eroe ha deciso di acquisire la pienezza dei diritti per sé e per la futura progenie, sposando la figlia del re di Corinto, Creonte; quest’ultimo intende ora liberarsi della precedente famiglia del genero, cacciandola dalla regione.

L’arrivo di Medea è preceduto da folli grida, che riecheggiano fuori scena; le sue violente minacce contro Giasone e i bambini – subito allontanati dai due servitori – richiamano nell’orchestra alcune donne di Corinto, che costituiscono il coro. Dalla porta della reggia, a esse si rivolge ora la sposa rinnegata, e se ne assicura la complicità e la totale omertà con una lunga rhesis, in cui espone con grande pathos le difficoltà e le sofferenze della loro comune condizione femminile (vv. 214-267).

Dopo pochi istanti arriva Creonte, per notificare personalmente alla straniera l’editto di un immediato esilio: prosternandosi ai suoi piedi, con parole di supplica, Medea chiede che le venga consentito di restare ancora un solo giorno in terra di Corinto; dopo qualche esitazione, il re cede alla sua richiesta. Restata sola, esultante, in un febbrile monologo (vv. 364-409), la maga soppesa tutte le possibili modalità di vendetta che questa breve dilazione le consentirà di mettere in atto, propendendo infine per l’uso del veleno; il coro, in uno stasimo, le esprime la propria vicinanza, indignandosi per i patti violati. L’arrivo di Giasone – deciso a convincere l’antica compagna ad accettare la nuova parentela, vantaggiosa, a suo dire, per lei e per i figli – dà luogo a un agone (vv. 446-626) nel quale il freddo ragionamento dell’uno si contrappone alla furia passionale dell’altra, e che degenera in un violento alterco; infine, impotente, l’eroe si allontana.

Dopo alcune riflessioni del coro sui possibili eccessi di Eros, si presenta a Corinto il re ateniese Egeo, proveniente da Delfi, dove ha interrogato il dio sui motivi della propria sterilità, e chiede aiuto a Medea, alla quale è legato da antica amicizia. La donna promette di mettergli disposizione le proprie arti, chiedendo in cambio ospitalità e protezione nella città di Atene. Assicuratasi così una nuova patria, Medea può portare a effetto il suo piano: fatto chiamare Giasone, si finge pentita del passato atteggiamento ostile e affida ai loro figlioletti dei doni – un serto prezioso, una ricca veste – perché li rechino alla novella sposa in segno di riconciliazione.

Al ritorno dei due bambini, Medea – conscia del fatto che, con la morte della rivale, il suo inganno sarà presto scoperto – si affretta a completare la propria vendetta: in uno straziante monologo, nel quale viene alla luce la sua difficoltà di soffocare l’amore per i figli (vv. 1021-1080), prende commiato da loro, e li fa accompagnare in casa, mentre il coro, impotente, dedica un partecipe stasimo alle incertezze della maternità. Un messaggero giunge poco dopo a dar notizia di quanto è appena avvenuto nella reggia: indossando i doni fatali, la sposa greca di Giasone è morta tra atroci sofferenze, trascinando nel suo destino anche Creonte. Medea rientra allora in casa per dare corso al suo piano crudele: ben presto, in teatro riecheggiano le grida dei due figlioletti, caduti sotto la sua spada.

A Giasone, che, fuori di sé, irrompe in scena per affrontare l’assassina dei sovrani di Corinto, non resta che prendere atto della sconvolgente realtà: in un solo giorno, egli ha perso sia la nuova famiglia, sia i figli avuti da Medea. La maga, apparendo dal theologeion sul carro del Sole – suo avo –, annuncia che andrà a vivere nella città di Egeo; il coro accompagna con meste parole l’esodo di Giasone, straziato dal dolore.»

Riassunto

La scena è a Corinto, davanti alla casa di Medea. Dalla sua unione con Giasone sono nati due figli. Ora, tuttavia, Giasone l’ha ripudiata per sposare la figlia del re di Corinto, Creonte. L’anziana e fedele nutrice ha paura per la propria padrona, che rifiuta il cibo e il sonno e versa in uno stato di assoluta prostrazione, e teme che possa tramare qualcosa di orribile: si odono, infatti, le grida laceranti della donna dall’interno. Subito dopo appare Medea, furiosa per la condizione che è costretta a vivere, lontana dal proprio paese e ripudiata dall’uomo per il quale ha lasciato patria e famiglia; le sue riflessioni si estendono all’avvilente condizione delle donne, piegate al volere degli uomini e totalmente private della propria identità e volontà. Giunge Creonte, a comunicare che ha deciso di bandire Medea da Corinto. Ella, tuttavia, riesce a ottenere di poter restare ancora un giorno: ha già nella mente un terribile piano di vendetta. L’arrivo di Giasone apre un aspro agone in cui la donna gli manifesta tutto il proprio risentimento e lo accusa di aver dimenticato il decisivo aiuto che ella gli ha fornito in passato, al punto da tollerare che ora i suoi figli siano cacciati ignominiosamente dalla città e vaghino esuli. Giasone, per proprio conto, è convinto che l’aiuto di Medea sia stato deciso da Afrodite; le spiega, inoltre, che il matrimonio con una greca potrà portare giovamento proprio ai loro figli che, grazie a questa nuova unione, acquisiranno nuovi diritti e uno statuto giuridico migliore. Mentre Giasone si allontana, entra Egeo, di ritorno da Delfi, il quale accetta di ospitare Medea ad Atene quando sarà costretta ad abbandonare Corinto. Assicuratasi attraverso l’impegno di Egeo un rifugio indispensabile ad attuare il proprio piano, Medea richiama Giasone, fingendo di aver compreso le sue ragioni e di avere anzi pensato di affidare ai figli dei doni per la giovane sposa: un peplo e una corona. La donna ha deciso, ormai: nonostante il dolore che ciò le comporterà, ucciderà i propri figli per punire il loro padre. Un messaggero giunge a descrivere la straziante morte di Creonte e della giovane figlia: le sue carni sono state corrose da un fuoco sprigionatosi dal peplo inviato da Medea; anche Creonte, nel tentativo di salvarla, è morto in un ultimo abbraccio. Appresa la notizia, Medea, trionfante, rientra in casa e uccide i figli: le grida dei bambini si odono in scena. Giasone, turbato per la morte della futura sposa, giunge ora dinanzi alla sua casa e scopre la tragica sorte dei suoi figli. Medea è in alto, irraggiungibile, sul carro alato del dio Helios e, portando via con sé i corpi dei bambini, schernisce Giasone.

tratto da Storia del teatro greco a cura di Massimo Di Marco, Carocci editore

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