“Matrimoni medievali. Sposarsi in Italia nei secoli XIII-XVI” di Ermanno Orlando

Prof. Ermanno Orlando, Lei è autore del libro Matrimoni medievali. Sposarsi in Italia nei secoli XIII-XVI, edito da Viella: quali norme e consuetudini regolavano il matrimonio pretridentino?
Matrimoni medievali. Sposarsi in Italia nei secoli XIII-XVI, Ermanno OrlandoPrima che il Concilio di Trento codificasse in maniera rigida norme, spazi e liturgie del matrimonio (nel 1563, con il decreto Tametsi), esso rimase a lungo un istituto partecipato ed estremamente fluido. La mutevolezza era determinata dalla conflittualità tra i poteri costituiti, ciascuno smanioso di imporre un proprio modello coniugale, con un proprio ambito giuridico e rituale specifico. Semplificando molto, si potrebbe dire che sul tavolo del matrimonio basso-medievale si era giocata una partita a tre tra ‘stato’, chiesa e famiglia: tre poteri confliggenti; tre modelli di formazione e perfezionamento del vincolo (ecclesiastico, notarile e comunitario); tre universi giuridici in qualche modo esclusivi. Nonostante la vivacità della contrapposizione dialettica, tuttavia, l’antagonismo non comportò mai la prevaricazione completa di un sistema sull’altro, semmai uno stato di patente concorrenza.

Per secoli la comunità e la famiglia mantennero una sorta di monopolio sul matrimonio. Per tutto il medioevo, infatti, il matrimonio si era configurato come un processo sociale a tappe, disciplinato da pratiche consuetudinarie e da una ritualità che traeva alimento dagli usi e dalle tradizioni di ciascuna comunità particolare. All’interno di ogni singola comunità l’istituto coniugale era concepito come un contratto consensuale, perfezionato dall’adesione del gruppo e delle famiglie prima ancora che dei singoli contraenti, in cui la volontà dei nubendi non era quasi mai libera, ma condizionata dall’ingerenza dei famigliari, dei parenti e della collettività.

Fu la chiesa riformata del XII secolo a proporsi quale elemento di contestazione e rottura del monopolio dei poteri laici sul matrimonio. La strada individuata dalla chiesa per sottrarre l’istituto coniugale al controllo delle famiglie fu quella di enfatizzare il momento del libero scambio dei consensi tra gli sposi come unico ed esclusivo rito performativo del sacramento. Secondo la dottrina del consenso era la pura e semplice volontà dei contraenti, dovunque e in qualunque forma essa si fosse manifestata, a fondare l’unione, senza bisogno di alcunché d’altro. Da allora, il matrimonio venne investito da robusti processi di sacralizzazione, senza tuttavia esserne completamente trasformato; se il suo baricentro si spostò sempre più verso gli spazi – fisici e giuridici – del sacro, in quegli stessi spazi non entrò mai del tutto, se non in una dimensione di compartecipazione e condivisione con altri modelli, sistemi normativi e pratiche rituali.

Così come la chiesa, pure il potere politico intervenne precocemente nella sfera privata dei cittadini, imponendo, in materia di matrimonio, norme giuridiche proprie e propri modelli di comportamento. E dove per la chiesa la via per imporre il proprio controllo fu l’elaborazione della dottrina del consenso e la sacralizzazione dell’istituto in quanto sacramento, per il potere pubblico la soluzione fu individuata nella sussunzione del matrimonio tra i negozi privati. Per il diritto comune, infatti, l’istituto coniugale era un contratto fondato sul consenso che recava in sé l’obbligazione reciproca alla consumazione e alla procreatio prolis, causa finale per eccellenza, e che, per essere valido e vincolante, aveva necessariamente bisogno di un notaio rogante e di una dote.

Quali erano tempi, spazi e riti del matrimonio medievale?
Per tutta l’età preconciliare il matrimonio fu per lo più un atto privato e modulare, incentrato sullo scambio dei consensi proferiti dai nubendi in ambienti domestici o comunitari, ma inserito in un processo lungo e variamente estensibile, che iniziava con una promessa e si concludeva, spesso dopo mesi o anni, con il trasferimento della moglie nella casa maritale (la transductio o traditio). Esso era, dunque, un evento a tappe, la cui modularità era essenziale per permettere alle famiglie, alle comunità e ai poteri costituiti di governare e assimilare un cambiamento – di stato, patrimoniale e identitario – così radicale e vitale quale era il trasferimento di donne, beni, alleanze e solidarietà da un gruppo parentale a un altro. Sebbene sviluppato su diverse tappe rituali, esso ruotava attorno a tre eventi principali: la promessa (o sponsali), il consenso verbale espresso al tempo presente e il trasferimento della moglie nella casa del marito.

L’epicentro dell’intera sequenza rituale era la manifestazione del consenso, libera e al tempo presente, proferita dai nubendi. Di fatto, non erano necessari formule o gesti specifici per dare efficacia al vincolo nuziale, essendo sufficiente lo scambio di un impegno mutuale al tempo presente, qualunque fosse, in qualsivoglia luogo e in qualsiasi forma si fosse manifestato. Se per la dottrina i gesti non avevano alcuna efficacia nel perfezionamento del sacramento matrimoniale, per i laici, invece, essi rappresentavano il momento più immediatamente intellegibile della formazione del vincolo. Era, infatti, il gesto a visualizzare il consenso e a dare sostanza alle parole appena proferite. Il legame tra parola e gesto era essenziale: la prima in quanto causa efficiente del matrimonio (l’unica formalità ritenuta dalla chiesa ad substantiam); il secondo stante la sua funzione rafforzativa e comunicativa del vincolo. Erano soprattutto tre i gesti tradizionalmente associati allo scambio dei consensi: la congiunzione delle mani (la dextrarum iunctio), il bacio e l’inanellamento.

Il punto d’approdo del rituale matrimoniale e il suo momento massimo di pubblicizzazione e partecipazione comunitaria era, invece, il trasferimento della sposa nella casa del marito. Con la sua enfasi cerimoniale e simbolica, era l’insediamento della novizia a rendere direttamente percepibile alla collettività il suo trapasso di stato (psicologico e sociale) e la formazione di una nuova famiglia; era, infatti, il passaggio fisico e pubblico della sposa dalla casa paterna a quella maritale a riconfigurare il sistema di tutele giuridiche e responsabilità gravitante sulla donna (dal padre al marito) e a segnare la riorganizzazione della famiglia e del suo patrimonio. Si trattava, dunque, di un evento di grande importanza sociale e metaforica che, in quanto tale, necessitava del consenso pubblico e della partecipazione attiva e garante dell’intera comunità.

Che ruolo rivestiva la famiglia di origine nel matrimonio?
La famiglia medievale era governata da una rigida struttura gerarchica e verticistica, differenziata sulla base delle funzioni e dei compiti assegnati a ciascuno dei suoi componenti; per poter funzionare ordinatamente era necessario che ogni suo membro mantenesse il ruolo e la collocazione assegnatigli da Dio e dalla natura, rispettando la supremazia potestativa del paterfamilias e uniformandosi ai principi di solidarietà e subordinazione che ne determinavano il buon funzionamento. Inoltre, in quanto istituto costruito attorno a un patrimonio, la famiglia aveva assunto da tempo una struttura fortemente patriarcale, coesa e agnatizia, il cui scopo – specie in caso di famiglia gentilizia –, era la conservazione e trasmissione della massa patrimoniale.

Spettava al padre (o a chi ne faceva le veci) proteggere, educare, correggere e indirizzare le scelte dei famigliari, sempre guardando agli interessi superiori del consorzio domestico; a sua volta, la prole era tenuta a tributare al paterfamilias obbedienza e rispetto e ad attenersi alle sue volontà e decisioni. Ciò valeva, in particolare, per il matrimonio dei figli, che doveva necessariamente sottostare al consenso paterno e rispondere a ragioni di convenienza sociale ed economica, vista la sua importanza quale istituto di disciplinamento e convivenza civica e quale evento capace di dare stabilità alle famiglie e di rafforzare le reti parentali e comunitarie. Attorno alle alleanze matrimoniali, infatti, si coagulavano gli interessi patrimoniali e gli equilibri sociali, prendevano forma le relazioni comunitarie e acquisivano spessore i legami solidaristici e le reti di protezione e sostegno. Il matrimonio era il mezzo più immediato per suggellare alleanze e cementare i rapporti di forza, e non solo a livello economico; inoltre, esso rappresentava, quanto più si saliva di status, uno strumento capace come pochi altri di condizionare la politica e controllare i centri del potere. Per tale motivo, la scelta del partner non era quasi mai libera, ma sempre una esclusiva del padre o dei parenti più stretti.

Che diffusione avevano le convivenze more uxorio?
Quanto più si scendeva di censo e di status sociale, tanto più erano diffuse e frequenti le unioni informali e irregolari, specie nelle grandi città del tempo, segnate da alti indici di mobilità e da forti processi migratori. Le fonti matrimoniali processuali, ampiamente utilizzate nel libro, abbondano di situazioni familiari irregolari, si trattasse di matrimoni di fatto, di relazioni concubinarie o di convivenze saltuarie. Benché guardati con sospetto e una certa apprensione dai poteri costituiti, profondamente a disagio con la vischiosità di tali legami e con tutte le forme di coabitazione che implicassero relazioni sessuali extraconiugali, i quasi matrimoni e le unioni di fatto mantennero a lungo una funzione esplicita di alternativa al matrimonio formale e legittimo o, comunque, di anticamera del coniugio, volta a verificare affinità, compatibilità e intesa tra i due futuri sposi.

Spesso, anzi, tali relazioni alternative avevano goduto di una certa preferenza da parte dei ceti più umili; non tanto per una forma di disprezzo o di critica del matrimonio formale, ma più semplicemente per ragioni di convenienza e necessità legate agli oneri – sia sociali che economici – di un legame pubblico e convenzionale. In situazioni di precarietà e bisogno, come quelle indotte dalla povertà, dalla marginalità o dall’immigrazione, laddove i rapporti sociali erano più labili e il controllo più rarefatto, poteva tornare comodo, per affrontare al meglio l’emergenza e le difficoltà del quotidiano, ricorrere a soluzioni provvisorie e temporanee, come una convivenza o un rapporto concubinario, in grado di garantire gli stessi legami e solidarietà di un matrimonio ma senza i costi e le responsabilità di una unione codificata. Si conviveva perché non c’era modo di regolarizzare diversamente il rapporto e renderlo legale: per la mancanza di una dote; perché l’unione era socialmente incoerente; perché il convivente era già sposato. Tali convivenze potevano durare anni prima di venire regolarizzate – magari dopo la nascita di una prole numerosa – e risolversi in un matrimonio.

Le convivenze more uxorio avevano, dunque, rappresentato un fenomeno assai diffuso e, di fatto, un comportamento ampiamente tollerato, sia dalle gerarchie ecclesiastiche e di governo che dalla società civile. La loro dimensione funzionale e per molti versi surrogatoria del matrimonio aveva loro garantito margini di indulgenza e impunità maggiori rispetto ad altri comportamenti ritenuti invece scandalosi e nocivi per la società. La stessa chiesa aveva finito, spesso, per assimilare i legami di convivenza more uxorio all’unione matrimoniale, sul presupposto che essi, in caso di rapporto libero e congruente sotto l’aspetto sociale, fossero la manifestazione esteriore di un consenso intimo e privato e dunque una presunzione di matrimonio. Analogamente, pure il diritto civile aveva ammesso che la convivenza tra due partner di pari ceto e condizione costituisse presunzione di matrimonio, a sua volta confermandone l’utilità sociale e l’efficacia quando basata su rapporti liberi e solidali.

Come erano disciplinate, nel medioevo, le unioni interconfessionali?
A partire almeno dal pieno medioevo, in tutto l’Occidente si erano moltiplicati i casi di matrimoni misti con eretici o con scismatici, costringendo la chiesa a ripensare la complessa questione delle unioni interconfessionali. Il contributo concettualmente più innovativo in materia di matrimoni misti, destinato ad ampia fortuna sino al concilio di Trento, fu quello di Uguccione da Pisa, alla fine del xii secolo, che fondava il matrimonio sul sacramento del battesimo. Il battesimo creava una separazione – religiosa, giuridica e sociale – tra i battezzati e i non battezzati: l’impedimento di disparità di culto riguardava solo gli infedeli, non il matrimonio tra battezzati, quando anche uno fosse eretico. Rimanevano il divieto e la riprovazione per i matrimoni contratti tra un cattolico e un eretico o uno scismatico. Tuttavia, una volta formato, il vincolo era valido, essendo sufficiente il battesimo comune a legittimare (e a rendere indissolubile) il sacramento matrimoniale. Tali matrimoni non si dovevano formare, ma quando costituiti nulla ostava alla loro validità.

Dopo di allora, la chiesa si occupò di nuovo di matrimoni misti nel 1309, durante il concilio di Pressburg (Bratislava), dove si fece espresso divieto ai cattolici, sotto pena di scomunica, di unirsi in matrimonio con eretici o con scismatici. La ragione era di ordine pastorale, ossia il timore del passaggio di fede del cattolico alla religione del coniuge. Nondimeno, sebbene illecite e riprovevoli, tali unioni, una volta formate, rimanevano tutelate dal diritto stesso della chiesa, che ne aveva da tempo riconosciuto, come detto, la validità. Infatti, l’interdizione espressa dal concilio non comportava in alcun modo lo scioglimento del vincolo e la separazione dei coniugi, ma solo una punizione canonica, per quanto terribile come la scomunica.

Una svolta fondamentale in tema di unioni interconfessionali tra cattolici e ortodossi si ebbe con il concilio di Firenze del 1439, che decretò, seppur temporaneamente, il superamento dello scisma tra chiesa latina e greca del 1054 e la ricomposizione dei due corpi ecclesiali in un unico organismo. La conseguenza fu la rimozione dell’ultimo ostacolo frapposto dalla dottrina alle unioni miste tra cristiani di rito latino e orientale: quello tra un latino e un greco non era più un matrimonio tra un cattolico e uno scismatico, ma più semplicemente tra due battezzati di diversa confessione e rito. Malgrado ciò, la chiesa romana continuò a deplorare (e spesso a contrastare) le unioni interconfessionali, per paura della contaminazione e dell’apostasia dell’elemento cattolico e per scongiurare la minaccia del proselitismo, ritenendo tali unioni valide ma illecite e pericolose.

L’unione delle chiese romana e bizantina tentata a Firenze naufragò ben presto. La convivenza matrimoniale tra greci e latini divenne di nuovo motivo di grave imbarazzo per la chiesa di Roma e fu fatta oggetto di un biasimo crescente. Il concilio di Trento (1545-1563), pur non contestando la validità dei matrimoni misti, nel rispetto di una lunga tradizione giuridica, ne ribadì con forza e severità la natura illecita e trasgressiva. Da allora, la chiesa vincolò la formazione di tali matrimoni al rilascio di una dispensa papale, dietro garanzia che la prole fosse educata nella fede romana e l’impegno del partner cattolico a convertire il coniuge eretico o scismatico; in Italia, addirittura, fu consentito solo in caso di abiura e conversione del partner acattolico.

Ermanno Orlando insegna Storia medievale presso l’Università per Stranieri di Siena. Tra i suoi libri: Migrazioni mediterranee. Migranti, minoranze e matrimoni a Venezia nel basso medioevo (Il Mulino 2014); Venezia e il mare nel medioevo (Il Mulino 2014); Strutture e pratiche di una comunità urbana. Spalato, 1420-1479 (Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti 2019); Le repubbliche marinare (Il Mulino 2021); Medioevo migratorio. Mobilità, contatti e interazioni in Italia nei secoli V-XV (Il Mulino 2022); Le Venezie di Marco Polo. Storia di un mercante e delle sue città (Il Mulino 2023).

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