“Mastro-don Gesualdo” di Giovanni Verga: riassunto

Mastro-don Gesualdo è uno dei più noti romanzi dello scrittore siciliano Giovanni Verga. Pubblicato nel 1889, appartiene al cosiddetto “Ciclo dei vinti”, ossia a una serie di romanzi, che comprende anche l’altrettanto celebre I malavoglia, che lo scrittore verista ha realizzato per descrivere le vite di coloro che in qualche modo sono usciti sconfitti dal progresso e dal processo di sviluppo economico.

L’opera, piuttosto complessa e caratterizzata da differenti registri linguistici, si divide in quattro parti per un totale di 21 capitoli. La vicenda è ambientata in parte a Vizzini, paese della Sicilia che è anche paese natale dell’autore, e in parte a Palermo.

Protagonista del romanzo è Gesualdo Motta, muratore di umili origini che è riuscito, lottando con tutte le proprie forze, a elevare il proprio stato sociale diventando proprietario terriero e potendo dunque aggiungere il “Don” al proprio nome.

La prima parte, che narra l’ascesa sociale del protagonista fino al matrimonio con la nobile donna Bianca Trao, si apre con la scena di un incendio notturno nella villa dei Trao: “Dal palazzo dei Trao, al di sopra del cornicione sdentato, si vedevano salire infatti, nell’alba che cominciava a schiarire, globi di fumo denso, a ondate, sparsi di faville. E pioveva dall’alto un riverbero rossastro, che accendeva le facce ansiose dei vicini raccolti dinanzi al portone sconquassato, col naso in aria”.

A causa dell’incendio, la giovane Bianca si trova bloccata nella propria stanza insieme al cugino e amante Ninì Rubiera: la scoperta della relazione clandestina è naturalmente un oltraggio per l’onore della famiglia Trao. Si cerca dunque di ricorrere al matrimonio riparatore, ma la madre di Ninì vi si oppone in quanto Bianca, benché nobile, è priva di dote.

L’unica soluzione sembra essere quella di dare in sposa Bianca a Gesualdo Motta che, benché abbia umili origini, si è però creato una certa ricchezza costruendo mulini. Anche se osteggiato da tutti, il matrimonio viene celebrato e permette a Bianca di salvare l’onore e a Gesualdo di cercare di innalzarsi a livello delle aristocratiche e potenti famiglie del paese. Queste, tuttavia, non desiderano accoglierlo tra i propri membri, per la sua origine borghese.

Ed è nella seconda parte del romanzo che Don Gesualdo arriverà a trionfare sulla nobiltà: lavorando duramente strappa, vincendo un’asta comunale, le terre ai nobili, diventando così il più ricco del paese.

Nel frattempo il fratello di Bianca, Don Diego Trao, muore di tisi, mentre Bianca dà alla luce una bambina, Isabella, che, si sospetta, potrebbe essere figlia di Ninì Rubiera.

Quest’ultimo, intanto, si innamora di un’attrice, Aglae, giunta a Vizzini con la propria compagnia teatrale. Per conquistarla il ragazzo si indebita proprio con Don Gesualdo, suscitando l’ira della baronessa sua madre che minaccia di diseredarlo. La donna viene però colpita da un colpo apoplettico che la rende paralitica.

Nella terza parte del racconto protagonista è invece Isabella, la figlia di Gesualdo. Fin dall’età di cinque anni la ragazza era stata mandata a studiare nel Collegio di Maria. Don Gesualdo, “adesso che aveva delle pietre al sole, e marciava da pari a pari coi meglio del paese, così voleva che marciasse la sua figliuola: imparare le belle maniere, leggere e scrivere, ricamare, il latino dell’uffizio anche, e ogni cosa come la figlia di un barone.” In seguito la ragazza viene mandata in un altro Collegio, altrettanto elitario, a Palermo, ed è qui che si trova quando scoppia in tutta la regione l’epidemia di colera.

Per sfuggire al contagio, la famiglia di Don Gesualdo, Isabella compresa, decide di spostarsi nel podere Mangalavite, “un gran casamento annidato in fondo alla valletta”. Qui la ragazza, che ha ora 16 anini, si trova per la prima volta a stretto contatto con il padre, di cui finisce per detestare la rozzezza dei modi. Si innamora di un cugino, Corrado La Gurna, ma non appena Don Gesualdo si accorge della relazione rinchiude nuovamente la ragazza in collegio.

Dato che il matrimonio con il cugino Corrado, orfano di padre e povero, è da escludere, Don Gesualdo si affanna per trovare un marito adatto per la figlia e lo identifica nel duca di Leyra, nobile di Palermo. Per acconsentire al matrimonio il Duca pretende in dote un elevato numero di terre, che diventano ancora di più quando si scopre che Isabella è incinta del figlio di Corrado. Don Gesualdo è così costretto a cedere figlia e terre e, “stretto da tutte le parti, tirato pei capelli, si lasciò aprir le vene, e mise il suo nome in lettere di scatola al contratto nuziale: Gesualdo Motta sotto la firma del genero che pigliava due righe: Alvaro Filippo Maria Ferdinando Gargantas di Leyra”.

Con la cessione di queste terre ha inizio il declino di Gesualdo, che rappresenta l’argomento della quarta e ultima parte del romanzo.

Mentre l’Italia è scossa dai moti rivoluzionari del 1948, Bianca si ammala gravemente e poi muore. Al suo capezzale si radunano le varie famiglie nobili, tra cui i Rubiera, che vorrebbero approfittare della situazione per allearsi, eventualmente anche attraverso un nuovo matrimonio, con il vedovo Gesualdo, in modo da poter rimettere le mani sulle terre comunali.

Ma nel frattempo Don Gesualdo viene preso di mira dai rivoluzionari: viene accusato dell’uccisione di Nanni L’Orbo, capo degli insorti, e i suoi magazzini vengono attaccati dalla folla inferocita. Costretto a fuggire a Mangalavite, Don Gesualdo si scopre però egli stesso gravemente malato e viene quindi trasferito a Palermo, presso il palazzo del Duca di Leyra dove vive la figlia Isabella. Qui viene ricoverato nella foresteria del palazzo. Senza l’assistenza né della figlia, che lo ignora, né del genero, impegnato più che altro a controllare gli esiti del testamento, è circondato unicamente dalla servitù che considera le sue sofferenze solo l’ennesima seccatura. “Ma non lo lasciava dormire quell’accidente!” si lamenta il servitore costretto a dormire vicino alla stanza di Gesulado. “Un po’ erano sibili, e un po’ faceva peggio di un contrabbasso, nel russare. Appena il domestico chiudeva gli occhi udiva un rumore strano che lo faceva destare di soprassalto, dei guaiti rauchi, come uno che sbuffasse ed ansimasse, una specie di rantolo che dava noia e vi accapponava la pelle. Tanto che infine dovette tornare ad alzarsi, furibondo, masticando delle bestemmie e delle parolacce.”

Ed è proprio sotto gli occhi di questo domestico infastidito che Gesualdo muore, solo e ignorato da tutti, soltanto un vecchio che alla fine “se n’era andato, grazie a Dio”.

Silvia Maina

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