Massimo Bray è direttore generale dell’Istituto della Enciclopedia italiana e presidente della Fondazione per il libro, la musica e la cultura, l’ente promotore del Salone internazionale del libro di Torino. È stato Ministro per i Beni, le attività culturali e il turismo del governo presieduto da Enrico Letta.

Massimo BrayDott. Massimo Bray, l’edizione 2018 del Salone del Libro vede la luce all’insegna delle vicende legate alla liquidazione della Fondazione per il Libro: cosa cambia per il Salone?
La Fondazione per il Libro, in 24 anni di attività, è stata il cuore del Salone, ma le vicende degli ultimi anni hanno dimostrato chiaramente che fosse opportuna e necessaria una scelta di discontinuità per guardare al futuro.
Le scelte sono, quindi, un altro passo, dopo quello dello scorso anno, verso il rinnovamento dell’organizzazione del Salone, che permetterà di avere una struttura ordinata e di dare spazio a nuovi soci che vorranno partecipare a questa grande avventura, che già nell’edizione 2017, a dispetto di quanti la credevano un’esperienza giunta al capolinea, ha dimostrato di avere ancora molto da dire al Paese sui cruciali temi dello sviluppo culturale ed editoriale e della promozione della lettura. Come hanno detto i Soci assumendo la decisione, la chiusura della Fondazione permetterà di uscire finalmente dallo stato di emergenza che ha caratterizzato gli ultimi anni del Salone e di tornare a lavorare in serenità, costituendo un nuovo soggetto più ampio e partecipato. Già il fatto che per la prima volta hanno partecipato al tavolo degli organizzatori anche gli editori storici del Salone, insieme al ritorno dei grandi editori italiani, mostra che la strada che si sta tracciando è quella giusta.

Cosa rappresenta il Salone del Libro oggi?
Io sono convinto che il Salone, oggi, rappresenti ancora e ancor più quello che voleva essere e che divenne in quel 18 maggio 1988 quando Angelo Pezzana e Guido Accornero ne inaugurarono la prima edizione: ovvero, il maggiore appuntamento dell’editoria italiana e uno dei più importanti momenti della vita culturale del Paese, che è arrivato a competere con le fiere di Parigi e Francoforte e che, nel decennio scorso, è stata la prima fiera libraria in Europa per numero di visitatori.
Stiamo ancora portando avanti quella che il Nobel per la Letteratura Iosif Brodskij definì «un’idea luminosa con un pizzico di follia»: perché, in un Paese in cui non si riesce ancora ad invertire la pericolosa china della progressiva diminuzione del numero dei lettori abituali, e in cui gli investimenti pubblici in cultura sono sempre minacciati dalla forbice dei tagli, continuare a scommettere su una fiera editoriale può sembrare a prima vista una scelta azzardata.
Ma i risultati dimostrano che non è così: Torino è la città della cultura e del libro, e credere nel suo Salone significa credere nella più grande ricchezza del nostro Paese, cioè la cultura per la quale tutto il mondo viene a visitarci.

Quale ritiene possa essere il ruolo del Salone nel panorama degli eventi editoriali nostrani?
Il Salone è stato, è e continuerà ad essere il modello al quale gli eventi editoriali italiani guarderanno per il loro sviluppo. Il numero di festival, piccoli e grandi, dedicati al libro e alla lettura è per fortuna notevolmente cresciuto negli ultimi decenni: questo è indice del fatto che non tutti si rassegnano alla vulgata della crisi della lettura e della morte del libro, ed è un grande segnale del fatto che in ogni parte del Paese ci sono persone che vogliono rimboccarsi le maniche e fare qualcosa di concreto per aumentare l’offerta culturale presente sul nostro territorio. E per tutti questi festival il Salone deve rimanere un esempio virtuoso a cui rivolgersi, perché rappresenta prima di tutto l’emblema della possibilità di costruire dal nulla qualcosa di grande e duraturo e di farla sopravvivere anche attraverso difficoltà e traversie grazie all’impegno e alla passione che permettono di guardare sempre al futuro, anche nei momenti di maggiore incertezza.

Pensa che sarà possibile replicare il successo dell’edizione passata?
Non vorrei naturalmente peccare di eccessivo ottimismo, ma credo che anche quest’anno ci siano tutte le carte in regola per poter definire un progetto di qualità come quello della stagione passata. Certamente l’edizione del 2017 contava su alcuni punti di grande richiamo – in primo luogo il trentennale, ma anche la legittima curiosità del pubblico verso una organizzazione completamente rinnovata. Tuttavia, credo che la sempre maggiore apertura agli scenari editoriali esteri e allo stesso tempo la connessione con il territorio, nonché la grande spinta all’innovazione che condivido con il direttore Lagioia porteranno anche quest’anno i loro frutti. Inoltre, nel 2018 ci sono anniversari storici e culturali di grande importanza che sono convinto daranno un notevole impulso al mondo del libro: primo fra tutti, naturalmente, il cinquantenario del Sessantotto, un anno intero di rievocazioni di un movimento culturale che per molti versi ha contribuito a forgiare il mondo in cui viviamo. Ma anche il confronto con i temi e i problemi della contemporaneità; il Salone deve essere uno spazio pubblico, la piazza dei cittadini, dove ascoltare e discutere, senza pregiudizi, riflessioni autorevoli e di alta qualità. Ci sarà tantissimo da leggere, vedere e raccontare e il Salone è il luogo ideale per farlo, grazie alle centinaia di appuntamenti, reading, proiezioni e spettacoli che ospita.

I dati Istat evidenziano come oltre il 60% degli italiani non legga: quali a Suo avviso le cause e quali le possibili soluzioni?
Certamente scuola e famiglia rimangono i punti fermi per il radicamento dell’abitudine di leggere nei ragazzi ma, secondo dati Istat 2017, in una casa su 4 ci sono meno di 10 libri. Questi dati fanno quasi pensare alla necessità di una rialfabetizzazione pervasiva, che attraverso la scuola intercetti e coinvolga anche le famiglie. Quanto al mantenimento dell’attitudine alla lettura dopo la conclusione del percorso scolastico, entrano in ballo variabili complesse: la crisi economica e la precarietà non lasciano spazio per ancora troppe persone alla spesa culturale, ma allo stesso tempo è necessario anche un cambiamento del paradigma sociale, che ci induca a reinvestire il tempo e il denaro in attività costruttive piuttosto che in consumi frenetici. Tullio De Mauro, il grande linguista scomparso un anno fa, ha più volte ripetuto che rischiamo di perdere le competenze acquisite durante gli anni della scuola, se non le esercitiamo continuamente. Il fatto che, come indicano i dati Istat, il 20% dei laureati e il 40% dei diplomati non leggano neppure un libro all’anno è un dato molto sconfortante.

È possibile educare alla lettura? Se sì, come?
È certamente possibile educare alla lettura, come dimostra la storia del nostro Paese: in primo luogo con l’alfabetizzazione di massa postunitaria, poi con quella del secondo dopoguerra, che ha comportato anche l’utilizzo massiccio e virtuoso del medium televisivo (pensiamo ad esempio ad Alberto Manzi); e poi negli anni Novanta e Duemila, in cui si è assistito a un continuo aumento dei lettori, prima dell’inizio della parabola discendente che si innesca nel 2010. Quindi, come questa grande opera di elevazione culturale dei cittadini è stata portata avanti in passato, così si può fare oggi, anche se la società è mutata in modo rapido e profondo in pochissimi anni. E dunque, perché sia possibile ricominciare a educare alla lettura, occorre una grande sinergia, che includa tutti gli ambiti della società: famiglia, scuola, lavoro, istituzioni. Come dicevo prima, le famiglie devono essere coinvolte nel percorso scolastico dei figli, spronate a leggere ai bambini, indirizzate alle biblioteche di quartiere, ai mercatini di libri usati; occorre insomma dimostrare in primo luogo che non c’è bisogno di spendere una fortuna per dedicarsi alla lettura. I circoli di lettura e i gruppi di lettura stanno forse avendo nuovamente successo, grazie anche agli strumenti offerti dalla rete (pratiche di social reading, gruppi di lettura online o anche “fisici” ma che proseguono la loro vita sui social network o su blog e forum, anche perché talvolta animati dai cosiddetti influencer), con la conseguenza di favorire, anche se talvolta in maniera diversa rispetto al passato, la socializzazione e il lato “sociale” della lettura. Qui potrebbe essere interessante un richiamo al volume Le reti della lettura di Chiara Faggiolani e Maurizio Vivarelli [C. Faggiolani e M. Vivarelli (a cura di), Le reti della lettura. Tracce, modelli, pratiche del social reading, Editrice Bibliografica, Milano 2016.], che analizza (attraverso big data, data analytics e network science) le nuove pratiche e i nuovi spazi della lettura online, in particolare esaminando le piattaforme di social reading. Il luogo di lavoro è diventato volatile e incerto come il resto della società, ma ciò non toglie che soprattutto le aziende più grandi e più solide dovrebbero riprendere politiche culturali per i lavoratori. Quanto alle istituzioni, il loro ruolo principale è naturalmente quello di coinvolgere i cittadini, legiferando anche in proposito se necessario; la concessione di bonus a pioggia spesso non risolve le lacune culturali dei giovani, bisogna prima costruire una solida competenza culturale per insegnare loro a scegliere come utilizzare i fondi messi a disposizione dallo Stato.

La tecnologia fatta di tablet ed e-book reader insidia il libro cartaceo: quale futuro per i libri?
Io sono convinto che il proseguire su una contrapposizione sterile e già vecchia tra supporti tradizionali e supporti di nuova generazione sia in un certo senso inutile, se non dannoso: mi pare, infatti, ormai già ampiamente evidente che le due tipologie, cartacea e digitale, possono invece assumere un ruolo complementare nella missione di diffondere e incrementare, specie tra i più giovani, l’attitudine alla lettura, allo studio, alla ricerca. Prima ho citato Alberto Manzi: un uomo che, come molti altri, ha saputo cogliere le potenzialità del medium televisivo nell’incentivare la lettura tradizionale. Così come il cinema non ha ucciso il teatro, così come la canzone non ha ucciso la poesia, così come si può fare buona televisione anche in mezzo alla giungla dei reality show, allo stesso modo le nuove tecnologie possono essere utilizzate per comunicare cultura, creare nuove connessioni tra i lettori e, perché no, ribadire le prerogative del libro cartaceo, che in tantissimi continuano a preferire all’e-book soprattutto per quanto riguarda la poesia, lo studio, la lettura meditativa e tutto quello che non è pura consultazione.

Quali provvedimenti dovrebbe adottare la politica per favorire la diffusione dei libri e della lettura?
Per invertire questa crisi sistemica occorrono certamente misure a sostegno del settore e occorre anche che si recuperi la consapevolezza dell’essenziale funzione svolta dall’editore, che è quella di mediazione e di scelta nella quale si sostanziano il compito e la responsabilità di una casa editrice, a maggior ragione in un’epoca nella quale la possibilità per chiunque di pubblicare qualsiasi cosa su Internet e la presenza in rete di una quantità enorme di informazioni quasi mai criticamente vagliate rende davvero cruciale questa assunzione di responsabilità. Mettere al centro della nostra riflessione, e quindi delle scelte, il ruolo essenziale dei mediatori culturali – definizione che non amo, ma che utilizzo per sottolineare l’errore di tutti coloro che troppo rapidamente hanno condiviso la propensione del mondo digitale a scardinare tutte le forme di mediazione – è certamente un punto di partenza necessario. Queste, forse, sono le coordinate tramite le quali si può pensare di superare la crisi dell’editoria che ha investito l’Occidente.
Le istituzioni debbono agire di conseguenza: aiutando gli editori nel loro lavoro attraverso incentivi, sgravi fiscali e semplificazioni burocratiche, e di contro agendo per arginare il caos informativo che regna in alcune aree di quello sterminato coacervo di contenuti che è Internet.
Il Mibact è dotato di organi appositamente istituiti per la promozione della lettura – primo fra tutti il Centro per il libro e la lettura – ma per portare avanti il suo scopo ha bisogno di più pianificazione, più fondi, più personale, insomma di una più lungimirante linea d’azione.

L’ultima proposta di legge per la promozione della lettura non è purtroppo stata approvata prima della fine dell’attuale legislatura; è essenziale, dunque, che la prossima prenda in mano la materia e si adoperi finalmente per dotare il nostro Paese di leggi a favore della lettura paragonabili a quelle di altri stati europei, come la legge Lang in Francia che esiste addirittura dal 1981.
Si tratta dunque, in conclusione, di mettere in campo un’azione continua e diffusa che sappia creare occasioni di condivisione e promozione di questa attività, trasformando i presidi istituzionali – la scuola, ovviamente, ma anche le biblioteche, i musei, perfino gli ambulatori, com’è meritorio intento dell’associazione nazionale Nati per Leggere – in altrettanti centri propulsori per una vera educazione permanente alla lettura. I libri e le case editrici possono infatti continuare a esistere solo se hanno intorno a sé idee, contenuti, donne e uomini capaci di credere nella libertà, nell’eguaglianza, nei valori della cultura, perché i libri dicono la verità, insegnano ad ascoltare, invitano a conoscere le culture diverse dalla nostra, a rispondere alle angosce del presente e a disegnare, nel modo migliore, il futuro.