Prof. Massimo Beccarelli, come definirebbe la Sua passione per i libri: bibliofilia, bibliomania, o come?
Non è semplice, in effetti, definire la propria passione per i libri e la lettura. Si tratta, senza dubbio, di un’attitudine che è cresciuta e si è rafforzata negli anni, a seguito delle diverse esperienze vissute nel corso della vita, e con il trascorrere del tempo si è andata anche modificando, ad esempio con la predilezione per alcuni generi a scapito di altri. Il termine “bibliomania” non mi piace particolarmente, mentre “bibliofilia” credo si avvicini di più a quello che è il mio modo di avvicinarmi al mondo dei libri e della carta stampata in generale. L’amore per i libri, che si concretizza nel desiderio di leggerli e collezionarli, mi ha sempre accompagnato. Un’attenzione che passa anche dalla scelta delle edizioni, che devono essere il più possibile curate e culturalmente valide. L’importanza di un libro, comunque, secondo me, non si misura con il suo valore economico intrinseco, quanto dalla profondità delle conoscenze che ci può trasmettere.

Quando è nato il Suo amore per i libri?
L’amore per i libri è nato nel corso dell’infanzia e di questo devo ringraziare i miei genitori che mi hanno permesso di coltivarlo fin da allora. Tra i primi libri ricevuti in dono ricordo “Cuore” di De Amicis e “Senza famiglia” di Malot. Si trattava di edizioni illustrate, molto curate, che ho letto in pochissimo tempo, lasciando a bocca aperta i miei famigliari. Furono anni bellissimi di letture e divorai in pochi anni un gran numero di classici per ragazzi, anche perché ben presto iniziai a frequentare la biblioteca del mio paese, la biblioteca “Manara”, che mi permetteva di avere accesso a un numero vastissimo di volumi. E così, passando agevolmente da Gian Burrasca a Tom Sawyer alle avventure di Ettore Fieramosca, ha preso le mosse una passione che dura ancora oggi.

Le capita mai di fare tsundoku, acquistare cioè compulsivamente libri senza però poi trovare il tempo o la voglia di leggerli?
Credo che sia un rischio che, prima o poi, corrono tutti i grandi lettori, quello di voler leggere tutto o quasi e poi, per evidenti ragioni di tempo, restare con un certo numero di libri in sospeso. Negli ultimi tempi devo ammettere che, svolgendo l’attività di blogger letterario e scrivendo su diverse testate on-line, mi sono trovato anche a ricevere spesso libri in formato cartaceo o ebook direttamente da parte di molti scrittori emergenti che chiedevano una recensione o una segnalazione. Pur volendo rispondere a tutti, e cercando di leggere con passione, talvolta risulta umanamente quasi impossibile tenersi al passo, anche perché a questo si aggiungono i libri di quegli autori che amo leggere e che scelgo personalmente.

I dati Istat evidenziano come oltre il 60% degli italiani non legga: quali a Suo avviso le cause e quali le possibili soluzioni?
Da tempo risulta sotto gli occhi di tutti che il numero dei lettori è in costante calo mentre, paradossalmente, sembra aumentare il numero degli scrittori. Certo che, ogni volta che vengono diffusi i dati statistici inerenti la lettura, si resta sempre un po’ stupiti. Molto probabilmente la vita di oggi, così frenetica, sta rubando il tempo ad un’attività che richiede molta calma e concentrazione. La lettura richiede impegno, riflessione, pazienza. Si tratta forse di doti che le nuove generazioni stanno sempre più perdendo. Andiamo verso una società che dà sempre più importanza all’aspetto visivo, ai video, alle foto. Si pensi al successo di Youtube o Instagram. La lettura è un’altra cosa. Trovare una soluzione non è certo semplice. Forse bisogna ripartire con maggiore decisione dalla scuola, cercando di seminare la passione per la lettura fin dall’infanzia. Si tratta comunque di una strada in salita, ma bisogna provarci.

Quale ruolo possono avere i social, e il web in generale, nel favorire la diffusione e l’amore per i libri e la lettura?
Credo che i social network possano avere un ruolo molto importante in questo senso. Twitter in particolare ha dimostrato, negli ultimi anni, di nascondere enormi potenzialità. L’utilizzo degli hashtag letterari, a cui anch’io ho contribuito negli ultimi anni con #classicidaleggere, #bibliotecaideale e #twittamiunlibro, ha dimostrato che c’è una comunità di lettori appassionati che chiede solo di essere coinvolta e sollecitata. Si tratta di hashtag che hanno raggiunto tutti il primo posto nelle tendenze nazionali di Twitter, stimolando un dibattito molto proficuo in particolare sui libri classici. Analoghe iniziative le hanno promosse Maria Anna Patti di @Casalettori e @Twletteratura, che ha lavorato a progetti di riscrittura dei classici e non solo.

Molti altri andrebbero citati, ma questi sono alcuni esempi significativi. Anche Facebook e Instagram, seppure in modo diverso, stanno dando un contributo significativo in questo senso. Un’altra esperienza da non sottovalutare è quella dei book-blogger, in particolare di quelli che si affidano alle video-recensioni su Youtube. Sono tutti modi per coinvolgere il pubblico giovanile e non solo quello. È bello vedere che tanti di loro oggi collaborano anche con giornali importanti sul web. Non so se tutte queste attività contribuiscano a far crescere il numero effettivo di lettori ma, senza dubbio, male non fa.

Può dare a chi non legge una ragione per farlo?
Non è per nulla facile rispondere a questa domanda. Rispondo parafrasando quello che diceva a questo proposito Umberto Eco, ossia che chi non legge vive una sola vita, la propria, mentre chi legge è come se avesse vissuto tantissime vite e quindi accumula esperienze. Credo che questa sia la risposta migliore. Inoltre non bisogna dimenticare che la letteratura non è solo arricchimento, ma deve essere anche un piacere. Non ritengo sia vero quello che sostengono alcune persone, ossia che non leggono perché leggere è noioso. Leggere non vuol dire solo scorrere testi complessi, difficili o astrusi. E visto che ho citato Eco, il grande semiologo fece scalpore, ormai diversi anni fa, dicendo: “posso leggere la Bibbia, Omero e Dylan Dog per giorni e giorni senza annoiarmi”. Leggere, infatti, può significare anche leggere un fumetto, un romanzo rosa o un articolo di giornale. L’importante è leggere, mantenendo il giusto atteggiamento critico.

È possibile educare alla lettura? Se sì, come?
Credo che si possano educare alla lettura i giovani, a partire dalla scuola. Tuttavia, non è per nulla facile. Daniel Pennac, nei “dieci diritti del lettore”, ha colto alcuni aspetti da tenere in considerazione che, sintetizzando, credo dimostrino che la lettura non può subire imposizioni. Imporre una lettura rischia di ottenere l’effetto contrario.

Bisogna fornire ai ragazzi costanti occasioni di lettura, proponendo un ventaglio di libri adatti alla loro età, ma lasciando un ampio margine di scelta. Si può cercare di indicare volumi che si leghino a loro particolari passioni, oppure abituarli a frequentare le biblioteche. I libri devono entrare nella scuola, essere a disposizione dei giovani lettori. Si pensi a progetti come il premio “Bancarellino” di Pontremoli, che ogni anno invia nelle scuole decine di copie di libri che i ragazzi devono leggere e valutare, contribuendo in modo decisivo alla formazione della classifica del premio.

Un ruolo altrettanto importante può essere quello della famiglia che, però, deve educare con l’esempio, più che con i sermoni. I genitori dovrebbero essere i primi a leggere, mostrando così, nei fatti, l’importanza della lettura.

La tecnologia fatta di tablet ed e-book reader insidia il libro cartaceo: quale futuro per i libri?
I tablet e gli e-book reader presentano indubbi vantaggi, rendendo disponibile un grande numero di testi salvati in poco spazio e ad un costo contenuto. Io stesso, come molte altre persone, li utilizzo spesso, seppure alternandoli ai libri cartacei, che preferisco. Credo, tuttavia, che non porteranno per adesso all’estinzione del libro tradizionale, che ha ancora un gran numero di estimatori. Ci sono tanti aspetti, in particolare quelli legati all’aspetto corporeo, materiale, del libro, che mantengono un fascino insostituibile, specialmente per i lettori tradizionali. Il profumo della carta, i segnalibri, la possibilità di sottolineare un passo con la matita, garantiscono emozioni difficilmente riproducibili con un e-book reader. Forse l’avvento delle nuove generazioni potrebbe cambiare le cose. Vedremo.

Quali provvedimenti andrebbero a Suo avviso adottati per favorire la diffusione dei libri e della lettura?
Purtroppo non c’è una ricetta efficace ed immediata, ed il problema è molto complesso. La lettura viene spesso percepita come una passione strettamente personale che una persona può avere o non avere. Può anche essere che la cultura, nel nostro paese, non sia ancora giustamente valorizzata, per cui leggere sembra quasi una perdita di tempo. Molti addirittura non considerano un pregio essere persone di cultura, perché hanno ben altri modelli da imitare. La mia speranza è che, a partire dai giovani, possa diffondersi un rinnovamento culturale, che dia la giusta importanza al patrimonio letterario, culturale e artistico del nostro paese.