Prof.ssa Eva Garau, Lei è autrice del libro Margaret Thatcher. La formazione e l’ascesa edito da Carocci: quale importanza riveste la figura della Lady di ferro nella storia del Novecento?
Margaret Thatcher. La formazione e l'ascesa, Eva GarauMargaret Thatcher è stata la prima donna a essere eletta primo ministro in una democrazia occidentale, nonché il primo ministro più longevo che la Gran Bretagna abbia mai avuto, con i suoi tre mandati consecutivi a coprire oltre un decennio (dal 1979 al 1990) di profondo mutamento sociale, politico ed economico. Niente fornisce una più chiara indicazione dell’importanza della “ragazza di Grantham” nella storia del Novecento quanto le reazioni, nel Regno Unito e nel resto del mondo, alla sua morte, nell’aprile 2013. La presenza della regina Elisabetta, che prima di allora aveva partecipato al funerale di un solo primo ministro, “il più grande di tutti” come lo aveva definito Thatcher stessa, ovvero Winston Churchill, il dispiegamento di forze dell’ordine, la partecipazione pubblica (di sostenitori e contestatori) e l’arrivo di politici stranieri di primo piano fissano iconicamente la fine della parabola politica e della vicenda umana di una delle personalità più controverse e più popolari dell’occidente contemporaneo. Una figura simbolica che, come ebbe a sottolineare l’arcivescovo di Londra Richard Chartres durante la funzione religiosa, era stata capace di farsi tutt’uno con l’ideologia che aveva poi preso il suo nome: il thatcherismo. Thatcher lasciava un’eredità il cui peso aveva travalicato i confini nazionali: dalla fede incondizionata nel monetarismo, nel libero mercato e nel non interventismo statale in campo economico, che la aveva portata a schierarsi contro la nazionalizzazione delle industrie, alla sfida, da un punto di vista sociale, al collettivismo – si ricorda l’incessante braccio di ferro con in sindacati – e al “decadimento” della società “permissiva”, avviati alla fine degli anni Settanta e risultati, nella sua visione, nella perdita dei valori di stampo vittoriano alla base del “carattere britannico”. Centrale nel pensiero della Lady di ferro è poi un’idea di democrazia fondata sulla proprietà privata e sulla libertà di scelta intesi come diritti irrinunciabili; una democrazia nella quale il merito è l’unico strumento per raggiungere il successo. Questa visione del mondo, venata da un “capitalismo compassionevole”, nella quale anche il pragmatismo si eleva a principio teorico, diviene paradigma e prassi di governo. Anche in campo internazionale e nella ridefinizione degli equilibri e dei rapporti tra Stati, la donna che ancora oggi la stampa, per sottolinearne l’imprevedibile ascesa, continua a indicare come “la figlia del droghiere” ha avuto un impatto notevole. Il suo lungo premierato è segnato dall’esitazione nell’adattarsi ai cambiamenti nell’assetto geopolitico globale, a partire dalla mai pienamente accettata unificazione tedesca al rapporto sempre conflittuale con l’Unione Sovietica. Mentre sul fronte interno l’attenzione di Thatcher rimane focalizzata sul “nemico numero uno”, il “socialismo, sul piano internazionale a occuparla sono la questione irlandese, i rapporti con il Commonwealth e con l’alleato atlantico e la relazione sempre più controversa con l’Unione europea, rispetto alla quale il primo ministro cambia posizione nel corso del tempo, da moderata sostenitrice della necessità (soprattutto di natura economica) di creare solidi rapporti di scambio con gli altri Stati membro ad accanita detrattrice negli ultimi anni di governo, nei quali tornano con maggiore insistenza i temi della sovranità nazionale e del primato della rule of law e di Westminster. Intanto il retaggio imperialista della donna ribattezzata dalla stampa sovietica “la Bismark britannica”, che sin dall’infanzia elegge Kipling a poeta di riferimento, la porta a ritenere immutata e non negoziabile la posizione centrale della Gran Bretagna nello scacchiere globale, nonostante l’Impero vada ormai sgretolandosi da decenni. A distanza di anni Thatcher rimane, per filosofia e azione di governo, un punto di riferimento imprescindibile per il neoliberismo globale, che sul suo pensiero ancora oggi fonda la propria grammatica politica.

Come si svolge la sua formazione?
Margaret Hilda Roberts nasce a Grantham, nel Lincolnshire, il 13 ottobre 1925, in una famiglia che viene considerata di ceto medio. Il padre Alfred, figlio del fattorino di un calzolaio, è il proprietario di una drogheria nonché il predicatore laico della chiesa locale, una combinazione di fattori, questa, che, insieme alla sua passione per la politica, lo porterà a diventare una figura di riferimento per la vita pubblica della città, dalla chiesa al Rotary Club, fino a ricoprire la carica di sindaco dal 1945 al 1946. Mentre la madre di Margaret, Beatrice Stevenson, casalinga e occasionalmente sarta, rimarrà una presenza di secondo piano nella vita del futuro primo ministro, l’influenza del padre negli anni della formazione e oltre è oggi pienamente riconosciuta. La vita all’interno della casa di North Parade è scandita dall’alternanza tra le attività di beneficienza che ruotano intorno alla parrocchia, il lavoro nell’attività di famiglia e lo studio. La domenica è interamente dedicata alla lettura delle scritture, alla funzione religiosa e alle attività caritatevoli organizzate per la comunità. I momenti di svago sono legati alla musica (Margaret suona il pianoforte, ma da adolescente ne abbandona lo studio per dedicarsi alla scuola con maggiore rigore) e alle letture serali. I libri che Alfred prende in prestito alla biblioteca comunale, le riviste per ragazzi alle quali è abbonata e gli incontri con i personaggi di spicco locali a casa Roberts contribuiscono a stimolare nella giovane Margaret un crescente interesse per le vicende contingenti della sua epoca e, più ingenerale, per la letteratura e per la politica. Lo stile di vita della famiglia rispecchia un modello socio-culturale improntato alle rigide prescrizioni di una morale di stampo metodista profondamente radicata nell’etica del lavoro; in questa visione del mondo il destino dell’individuo e la sua realizzazione personale sono il risultato della dedizione, dei sacrifici e del rispetto dei valori di stampo vittoriano.

Nel giorno della nomina a primo ministro, molti ex compagni di scuola di Thatcher, intervistati dai cronisti, ricorderanno che Margaret era sempre attiva nei dibattiti in classe e che mostrava, già da giovanissima, una proprietà di linguaggio e una curiosità intellettuale che non aveva pari nell’ambito scolastico. Thatcher stessa ricondurrà questa attitudine al proprio lavoro, ricordando, una volta diventata primo ministro, di quella volta che, premiandola per aver recitato correttamente una poesia, la maestra aveva esclamato: “che fortuna!”. La risposta della giovane allieva, “Non è fortuna, me lo sono meritato!”, è indicativa dell’importanza che avrebbe attribuito per il resto della propria vita al rigore, all’impegno e al merito. Durante gli studi superiori Thatcher è considerata una studentessa di medio rendimento. Grazie a una borsa di studio, dal 1943 al 1947 studia chimica all’Università di Oxford, sotto la supervisione del futuro premio Nobel Dorothy Mary Crowfoot Hodgkin, conseguendo risultati dignitosi ma senza mai eccellere in nessuna delle materie previste dal curriculum. Al Somerville College diventa chiaro che se la chimica non è al centro dell’interesse della studentessa, la politica lo diventa ogni giorno di più. Come si evince dalle lettere alla sorella Muriel, Margaret si sente piuttosto isolata al college: da un lato la sua classe sociale la fa sentire esclusa da una vita mondana al di sopra delle sue possibilità, dall’altro deve rinunciare alla vita della Student Union, che non prevede la partecipazione delle donne. Prende così l’abitudine di ascoltare le riunioni dei membri da una galleria sovrastante la sala dove questi si incontrano. Aderisce invece all’associazione degli studenti conservatori (OUCA) e in breve tempo ne diventa presidente. Il primo documento ufficiale a sua firma è proprio un report stilato per la Oxford University Conservative Association nel quale delinea la sua idea di conservatorismo. Emerge in questa occasione la familiarità di Thatcher con i classici della filosofia politica e con alcuni economisti del suo tempo. Legge sicuramente in questi anni Marx, ma anche von Hayek (La via della schiavitù, del 1944) e Popper (La società aperta e i suoi nemici, uscito per Routledge nel 1945) e inizia a interessarsi attivamente alla vita politica di Oxford e di Grantham, partecipando da volontaria alla campagna elettorale di Quentin Hogg e aprendo i comizi del candidato conservatore della sua città, il comandante Worth. Dalla fine dell’università al 1949 non abbiamo notizie di impegni politici precisi. Ritroviamo il nome di Margaret Hilda Roberts nelle liste elettorali per le consultazioni del 1950.

Quali vicende segnano la sua ascesa politica e come si sviluppa il suo pensiero conservatore radicale che diventerà poi noto come thatcherismo?
Queste due domande sono strettamente collegate. Spesso si dice di Thatcher che la sua scalata al potere, dapprima come segretario del partito e in seguito con l’ingresso a Downing street, sia dovuta a circostanze dal carattere fortuito, per esempio la debolezza dei suoi avversari. Per questa ragione molti studi sulla figura del primo ministro partono dalla data del 1979 o, più raramente, dal 1975. Solo una volta che emerge in maniera netta in veste di leader del partito le si riconosce una rilevanza che viene presentata come “improvvisa”. Nel 1971, nel momento viene nominata ministro per la prima volta (nel governo conservatore formato da Edward Heath) il Guardian nel presentare i membri del nuovo esecutivo si sofferma sulla carriera politica di ciascuno di essi, mentre di Thatcher fornisce dettagli legati alla sua vita personale (“è madre di due gemelli, arriverà tardi a tutte le riunioni pur di non rinunciare a servire loro la colazione”) o sul suo aspetto fisico e sullo stile del suo abbigliamento (dall’incarnato pallido alla somiglianza con la regina Elisabetta, al suo essere “la quintessenza della tipica madre di famiglia della classe media”). Il giudizio superficiale su un personaggio che di lì a quattro anni sarebbe diventata segretario, deriva dal fatto che negli anni della sua lenta ascesa, mentre si formava a Westminster, tesseva relazioni, si dedicava allo studio e sviluppava il proprio pensiero, Thatcher era rimasta nell’ombra e sembrava essere esclusa dai circoli ristretti (per esempio i “gentlemen’ club”) intorno ai quali gravitava il potere politico. Il suo essere donna, inoltre, non ha fatto che contribuire a questa marginalizzazione in un partito decisamente “maschilista”; una tendenza, questa, trasversale ai partiti, considerato che il parlamento britannico contava nel 1974 un numero di donne quasi pari a quello del 1945 (27 e 24 rispettivamente). Ripercorre la lenta ma costante ascesa di Thatcher consente di decostruire lo stereotipo della svolta fortunata nella carriera della donna e di mostrare il consolidamento della sua posizione, di ricostruire la mappa del suo pensiero, gli elementi innovativi, il tentativo di dare al conservatorismo una base teorica in grado di superare sia la tradizione dell’uninazionalismo sia la proposta dei suoi predecessori, a partire proprio da Edward Heath, che per primo la sceglie per il suo governo e che poi verrà da Thatcher rinnegato e “superato a destra”. Inoltre, ricostruire i rapporti della prima Thatcher con alcuni esponenti di spicco del partito conservatore, come Enoch Powell e Sir Keith Joseph, analizzare la sua partecipazione al Centre for Policy Studies, rintracciare i punti di riferimento ideologici e teorici attraverso il loro ricorrere nei discorsi e nei dibattiti parlamentari sono attività utili per comprendere le ragioni dell’influenza della corrente più radicale del conservatorismo nella formazione di Thatcher e nell’elaborazione di un pensiero – improntato su uno stile aggressivo e ancorato ad alcuni principi imprescindibili – che a torto è stato talvolta giudicato poco originale rispetto alla tradizione del conservatorismo.

Negli anni Cinquanta Thatcher, dopo essersi momentaneamente ritirata dalla politica per dedicarsi allo studio (si laurea in giurisprudenza, specializzandosi in diritto tributario) e alla vita privata (sposa Denis Thatcher e nascono i gemelli Carol e Mark), si candida senza successo in diversi collegi elettorali. A tagliarla fuori dalla scena politica sono talvolta le scelte del partito che le preferiscono candidati di maggiore esperienza e talvolta i risultati elettorali che premiano i laburisti, nonostante la candidata prevalga per numero di voti nei collegi nei quali si presenta, come quello di Orpington nel 1955. È in questi anni che matura le prime esperienze strutturate della vita politica e si distingue per le capacità oratorie che portano i membri del comitato elettorale del partito a riconoscere, per usare le parole di Beryl Cook, che “Margaret Roberts ha la politica nel sangue!”. Gli anni Cinquanta sono caratterizzati da un clima di convergenza tra partiti (il cosiddetto “consensus”). La rottura di questa disposizione al dialogo e alla conciliazione verrà in seguito attribuita proprio a Thatcher, che in questo periodo riprende nelle sue campagne elettorali alcuni temi cari ai laburisti, come quello dell’edilizia popolare, senza però mai perdere di vista la lotta contro il “socialismo”.

Una volta eletta a Finchley nel 1959, dove si impone sull’avversario con una maggioranza di 16.000 voti, inizia una lenta ma costante ascesa politica. Nel 1961 ottiene la prima carica parlamentare, come sottosegretario al ministero delle Pensioni e della previdenza sociale. Pur non soddisfatta di un incarico che consiste nell’esame e nella gestione di passaggi burocratici piuttosto che nella stesura di policy di ampio respiro, Thatcher si specializza nella materia e inizia a farsi la fama di “hearthless” (senza cuore). Nello studio approfondito del rapporto Beveridge alla base della creazione del welfare britannico, il sottosegretario riconosce un principio imprescindibile assimilato attraverso l’educazione religiosa impartitale dal padre: quello della necessità di prendersi cura delle fasce più deboli della popolazione, ma inizia a mostrare i primi segni di criticismo verso la “cultura della dipendenza” dai sussidi, un tema che prenderà piede molti anni più tardi in Gran Bretagna. A dimostrazione di quanto a prevalere nel tempo sia la disapprovazione nei confronti di quelli che definisce “i pesi morti” della società, sarà lei stessa, una volta divenuta primo ministro a introdurre alcune misure correttive al sistema dei benefit. La sconfitta elettorale dei conservatori nel 1964 si riflette inevitabilmente anche sulla carriera di Thatcher. Se il suo ruolo in seno al partito non viene messo in discussione, si apre un periodo di rimescolamenti interni che la vedono assegnata a una serie di incarichi minori e da lei stessa ritenuti marginali: al ministero ombra della Casa e del territorio, al ministero ombra del Tesoro, a quello per il Petrolio e l’Energia, fino ai Trasporti e all’Istruzione. Tutti questi “unpolical job” – così li definirà nella sua autobiografia – tuttavia, sembrano fornirle l’occasione di affinare la conoscenza dei meccanismi parlamentari che le torneranno utili in seguito e ad acquisire una reputazione solida in ambiti nei quali nessun’altra donna si era distinta.

In questi anni iniziano a emergere i temi fondamentali di quello che sarebbe divenuto poi il thatcherismo, sebbene non sia ancora possibile affermare che le posizioni della Lady di ferro si distinguessero così nettamente da quelle del partito. Tra le convinzioni che rimarranno immutate ci sono la fede incrollabile nella libertà individuale, il non interventismo statale nella sfera economica, il rifiuto intransigente dell’ideologia “socialista”. Su altri temi Thatcher si schiera in maniera indipendente rispetto al partito, esprimendosi a favore del diritto all’aborto, contro la depenalizzazione della pornografia e in favore della pena di morte. Rispetto alla questione dell’appartenenza europea (il 14 gennaio 1961 de Gaulle aveva opposto il proprio veto alla domanda d’ingresso del Regno unito presentata da Heath) il supporto privo di entusiasmo del futuro primo ministro si fonda su ragioni di opportunità legate all’apertura di nuovi mercati e al consolidamento della posizione economica del Paese. In questa fase gli obblighi e i rapporti vincolanti con la Comunità non sembrano rappresentare per la Lady di ferro un limite all’esercizio della sovranità nazionale. Non solo Thatcher vede la compagine europea come un “blocco” in grado di contrastare il potere degli Stati uniti e dell’unione Sovietica, ma ritiene pericolosa una eventuale esclusione da un consesso che avrebbe comunque esercitato una serie di pressioni sulla Gran Bretagna. Tra i temi più ricorrenti nei discorsi pubblici della seconda metà degli anni Sessanta troviamo la difesa e la necessità di rafforzare la flotta aera, la questione della Rhodesia, la lotta alla criminalità, la riforma delle relazioni industriali e quella del sistema pensionistico e del welfare, il diritto alla casa e l’istruzione. Nel 1971, una volta nominata ministro, sarà proprio il tema di sua pertinenza, l’istruzione, a catapultare Thatcher sulle pagine di tutti i quotidiani, in seguito alla battaglia per il mantenimento delle grammar school (abolite dai laburisti in favore di un sistema scolastico unico). Thatcher, che ritiene il sistema pluralistico garanzia della libertà di scelta dei genitori, nell’ambito della battaglia contro il processo di “comprehensivisation”, diventa famosa per un dettaglio incluso nella proposta di legge. Incalzata dalle linee guida del governo che apriva una fase di tagli agli sprechi della pubblica amministrazione, propone di limitare la distribuzione del latte nelle scuole, guadagnandosi l’appellativo di “milk snatcher” (rubalatte) e diventando per la prima volta agli occhi dell’opinione pubblica “the most unpopular woman in Britain”, come titola il tabloid “The Sun” il 9 luglio 1971. Lo scandalo del latte trasforma il ministro da personaggio semisconosciuto, nonostante la decennale esperienza in parlamento, a volto noto al grande pubblico. In un periodo di crescente malcontento, dovuto a una sfortunata congiuntura economica caratterizzata dall’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, dalla combinazione di stagnazione e aumento dell’inflazione e dei tassi di disoccupazione, Thatcher inizia a distinguersi per la sua intransigenza. Interrogata dai giornalisti sul proprio futuro politico, in questa fase si dice ancora convinta del fatto che non vivrà abbastanza a lungo per vedere l’elezione di un primo ministro donna e neanche la nomina di una donna a ministro del Tesoro, un ruolo che riteneva di importanza strategica (proprio per questo aveva deciso di prendere una pausa dalla politica per studiare diritto tributario). Thatcher non sarà mai una femminista. Ai commentatori politici che le chiedono quanto si senta penalizzata dal suo essere una madre di famiglia – una circostanza che l’aveva pesantemente marginalizzata nei primi anni della sua carriera – risponde di non sentirsi svantaggiata, mentre si presta alle curiosità sulla sua vita personale, dal matrimonio alla gestione della famiglia. Non solo non si sottrae al ritratto che ne fanno i giornali, ma sfrutta questa immagine di casalinga rassicurante per attirare consenso, puntando in particolare al voto delle donne, e mostrandosi spesso in ritratti casalinghi e apparendo, anche nei poster elettorali, intenta in attività domestiche (per esempio nell’atto di lavare i piatti). L’abitudine di paragone le proprie doti di gestione delle questioni domestiche (dall’educazione dei figli al risparmio nella spesa) a quelle necessarie per governare la nazione rappresenta uno dei tratti più spinti del pragmatismo thatcheriano. L’immagine di affidabilità e competenza passerà, per tutta la sua carriera, sia attraverso l’ostentata capacità di organizzare la “casa”, sia attraverso lo studio dei numeri e la precisione nella stesura di un report o di un intervento in parlamento. Entrambi rappresentano una garanzia di affidabilità e concorrono a consolidare quell’immagine della donna di destra intenzionata a difendere i valori tradizionali e per la quale la responsabilità individuale, la fermezza di intenti e la coerenza si dimostrano tra le mura domestiche così come a Westminster. La fermezza Thatcher avrebbe iniziato a mostrarla di lì a breve soprattutto nei confronti dei sindacati. Lo sciopero dei minatori iniziato il 9 gennaio 1972 la vede schierata contro il governo del quale fa parte, che ritiene troppo stia concedendo nelle negoziazioni, e opporsi con forza a qualunque proposta di aumento dei salari che, ritiene, ricadrebbe sui contribuenti. Nella sua ferma condanna arriva a definire pubblicamente i lavoratori in protesta come “sovversivi” dell’ordine e della legge, inclini a usare la violenza per “rovesciare il sistema democratico”, mentre attribuisce agli scioperi la ragione della battuta d’arresto nella lotta all’inflazione. Thatcher non gode ancora di visibilità e potere sufficienti per contrastare l’apertura del governo nei confronti dei rappresentanti delle Trade unions, ma è nota la posizione che prenderà durante gli anni della sua premiership, rimasti nella memoria collettiva e anche nella cultura popolare (con una serie di romanzi ambientati nelle cittadine più duramente colpite dalla repressione degli scioperi – tra tutti How I killed Margaret Thatcher, di Cartwright).

In questa fase Thatcher, che durante il congresso del partito del 1970 era ancora nell’ombra, largamente trascurata da media e colleghi, inizia in sordina a rappresentare un punto di riferimento per alcuni nuovi parlamentari, mentre si allinea con l’ala più radicale del partito, critica della debolezza mostrata da Heath negli anni da primo ministro (coloro verranno ribattezzati, a posteriori, “thatcherite”). Nel 1973 l’ambasciatore americano a Londra, Walter Annenberg, in un report segreto destinato alla circolazione interna all’apparato amministrativo statunitense, la definisce “un membro conservatore di un certo peso”, non attribuendole però una grande influenza sul partito, e annota la sconfinata ammirazione che la parlamentare nutre nei confronti del collega conservatore Sir Keith Joseph. Sicuramente Thatcher guardava a Sir Keith come a un possibile leader del partito, posizione che solo due anni più tardi sarà lei a ricoprire, proprio in seguito alla rinuncia di Joseph a correre, a causa dello scandalo suscito da un suo discorso pubblico nel quale, in alcuni passaggi altamente controversi, avrebbe fatto riferimento all’inferiorità morale e intellettuale della working class e non troppo velatamente auspicato un ricorso all’eugenetica. Thatcher in questa fase viene descritta come allineata alle posizioni del partito, esclusa dai consessi nei quali si prendono le decisioni (per esempio l’Economic Dining Club, le riunioni al Carlton Club, il 1922 Committee) e tutto sommato ininfluente. Va sottolineato che anche all’indomani della sua elezione a segretario del partito, nel 1975, Thatcher, al suo ingresso in parlamento, viene schernita come se fosse una principiante: dalle file dell’opposizione nel momento in cui viene accolta dal primo ministro Wilson le urlano “Give him a kiss Maggie!” e la stampa la descrive come “abbastanza accorta da limitarsi a pronunciare poche parole”, mentre l’analista politico del “Guardina”, Ian Atkins, riferisce l’opinione di molti parlamentari sulla sua nomina: “un tuffo a occhi chiusi e naso turato negli abissi del movimento di liberazione femminista”. La donna che aveva battuto al primo turno il segretario uscente Heath, viene presentata come “un’attrice”, uscita dalla competizione elettorale grazie a meri calcoli strategici, un personaggio fino ad allora sconosciuto che nel giro di due settimane si era trasformata in un personaggio di spicco dei programmi televisivi. Peter Jerkins, che ne aveva seguito le vicende sin dalle prime indiscrezioni su una sua possibile candidatura (che Thatcher nega fino all’ultimo) afferma che si era parlato fin troppo di lei e che il pubblico doveva sentirsi “saturated”, o meglio “Thacherated”. Nel suo mostrarsi critico verso il nuovo segretario, il giornalista conia involontariamente il primo termine (seguono “thatcherite” e “thatcherism”) derivato dal cognome del futuro primo ministro.

Negli anni che intercorrono tra il congresso di Selsdon del 1970 e la nomina a segretario Thatcher partecipa alle attività del Centre for Policy Studies, improntato alla ricerca su temi di natura politica ed economica, spesso affrontati in maniera comparativa e tenendo conto dei successi e delle derive delle politiche economiche e sociali di altri Paesi europei. In questi anni inizia a lavorare intensamente alla propria immagine, affidandosi a una serie di esperti che la aiuteranno a moderare il tono di voce stridulo e aggressivo, un tratto caratteristico spesso sfruttato dai suoi avversari politici nei dibattiti televisivi per mostrarne il lato intransigente e “distante” dall’elettorato. Ben prima della campagna elettorale del 1979 Thatcher si affiderà all’agenzia pubblicitaria Saatchi and Saatchi mostrando una spiccata comprensione dei meccanismi di propaganda e, proprio per questa ragione, finendo per essere bersaglio di critiche feroci della stampa, che la paragona a una “soubrette” o a un’attrice consumata. L’influenza dei parlamentari più radicali, quali appunto Keith Joseph e Enoch Powell (quest’ultimo espulso dal partito conservatore per la condanna inappellabile al multiculturalismo, espressa in discorsi dai toni accesi, come “The rivers of blood speech”) diviene chiara nel periodo tra la nomina a segretario e l’elezione a primo ministro. In questa fase Thatcher inizia ad acquisire consapevolezza del fatto che la sua leadership è vista con favore (quando non con entusiasmo) dai backbencher e dai nuovi parlamentari e, in generale, da un crescente numero di membri del partito che si sentono pronti per un cambiamento radicale di un partito nel quale a lungo aveva prevalso l’anima centrista, retaggio degli anni della convergenza. Il rapporto con Joseph e Powell, la partecipazione alle attività del Centro, i primi viaggi da rappresentante del governo ombra, soprattutto in Unione Sovietica e negli Stati Uniti e l’impegno nell’ambito del referendum del 1975 per la permanenza del Regno Unito in Europa sono tutti passaggi cruciali nell’affermazione di un carattere politico che va consolidandosi a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta.

A dimostrazione della maturazione di una visione politica coerente e originale, che riassume la visione del mondo della Lady di ferro, ci sono una serie di editoriali e articoli che Thatcher scrive ancora prima di prendere la guida del partito. In questi interventi Thatcher insiste sul primato dell’individuo (di molti anni più tardi la celebre espressione “la società non esiste, esistono le famiglie e gli individui”), sui rischi per la democrazia rappresentati dal primato dell’economia, dall’interventismo statale, dalle tasse quando “punitive” dell’iniziativa dei privati, dalla “collettivizzazione tipica del socialismo”, dai sindacati e da un welfare che “deresponsabilizza” i cittadini. Mentre si occupa di questioni pratiche, dalle condizioni di accensione di un mutuo alla riforma del sistema scolastico, cerca di inserirle in un quadro teorico che consenta di delineare i contorni e i princìpi di un conservatorismo differente da quello posto in essere dal partito. La crescente intransigenza dei “thatcherite” nei confronti delle nazionalizzazioni, la visione radicale del monetarismo e il rigido rifiuto delle istanze sindacali vanno contestualizzati in una fase di profondo mutamento in seno a entrambi i partiti mainstream. La polarizzazione interna agli schieramenti labour e tory e il crescente antagonismo tra i due partiti sono caratterizzati al riferimento a forti basi teoriche e ideologiche e alla fine dell’anti intellettualismo di maniera che aveva contraddistinto il periodo precedente. Nello scivolamento verso gli estremi si ripropone l’antagonismo classico tra due pensieri inconciliabili: è lo scontro tra Marx e Adam Smith, che, a un secolo di distanza, torna con forza nel dibattito pubblico e, parallelamente, nei discorsi di Thatcher. In questa progressiva marcia verso il radicalismo marxista, da un lato, e il neoliberismo capitalista, dall’altro, la componente ideologica ha peso nella misura in cui da entrambe le parti si esasperano le radici storiche e culturali delle due istanze, così come l’inconciliabilità delle rispettive posizioni e il rifiuto di qualunque atteggiamento di moderazione sia tra i due partiti che all’interno degli stessi, tra le diverse correnti. In questo quadro emergono i rimedi che Thatcher propone contro “l’inesorabile declino” del Paese: il godimento della libertà individuale (libertà soprattutto dai vincoli dello Stato), il patriottismo basato sui valori di stampo vittoriano e la lotta al socialismo, attraverso una leadership refrattaria al compromesso, decisa negli obiettivi e determinata a ridefinire il significato dell’identità nazionale britannica. Tutti aspetti, questi (ai quali in seguito si aggiungerà il tema dell’immigrazione come fattore di “annacquamento del carattere nazionale”), che nel corso del suo lungo premierato Thatcher sarà portata ad esasperare, peraltro rivendicando con orgoglio l’appellativo di Lady di ferro.

Eva Garau è assegnista di ricerca in Storia contemporanea all’Università degli Studi di Cagliari. Ha insegnato alla University of Bath (Regno Unito) e all’università americana di Roma Arcadia University e ha tenuto corsi al Bath City College e al King’s College di Londra. Tra le sue pubblicazioni: Politics of National Identity in Italy. Immigration and ‘Italianità’ (Routledge, 2015).

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