“Marco Giunio Bruto” di Roberto Cristofoli

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Prof. Roberto Cristofoli, Lei è autore della biografia di Marco Giunio Bruto, edita da Salerno, Il cesaricida che diede la vita in nome degli ideali della Repubblica, come ne recita il sottotitolo. Col cognato Cassio, Bruto forma, nella memoria collettiva, una specie di binomio: che ruolo ebbe nella congiura che portò alla morte di Giulio Cesare?
Marco Giunio Bruto, Roberto CristofoliLa genesi della congiura si lega piuttosto al nome di Gaio Cassio Longino, che fu promotore del disegno finalizzato all’uccisione di Cesare. Cassio si rese però presto conto che, se fosse riuscito a reclutare Marco Giunio Bruto nell’impresa, avrebbe ottenuto adesioni ulteriori e trasversali, a motivo dell’ottimo concetto che in molti, nella Roma del tempo, avevano di lui: per la sua statura morale, il suo orizzonte vasto, ed il suo essere ben inserito tanto fra i repubblicani, alla luce della parentela con Catone, di cui nell’estate del 45 aveva anche sposato la figlia, quanto fra i cesariani, dopo la battaglia di Farsalo e il perdono accordatogli da Cesare. Bruto divenne così uno dei capi della congiura, probabilmente con diritto di ultima parola, come si comprende da vari particolari conservati dalle fonti (è Bruto che contro Cassio decide, ad esempio, di permettere che Cesare venisse onorato con un funerale pubblico, come era stato ancora Bruto a impedire, nella fase ideativa della congiura, che Antonio venisse ucciso insieme a Cesare).

Chi era Marco Giunio Bruto?
Figlio dell’omonimo tribuno della plebe dell’83 e di Servilia (la più celebre amante di Cesare), nipote di Catone Uticense (fratellastro della madre), Marco Giunio Bruto apparteneva ad una famiglia il cui ramo paterno si vantava di discendere da Lucio Giunio Bruto, ed il cui ramo materno da Gaio Servilio Ahala: dunque si ricollegava più o meno fondatamente a uomini che erano stati simboli dell’opposizione alla tirannia agli albori della Repubblica. La sua vicenda va inquadrata, poi, nel contesto dell’aspirazione all’ascesa politica che accomunava la maggior parte dei giovani rampolli delle famiglie dell’aristocrazia: un’ascesa politica che intorno alla metà del I sec. a.C. era sempre più dipendente dal favore di quel “signore della guerra” o di quell’altro, come conseguenza delle riforme militari di Mario e delle vittorie in successione che illustrarono i nomi di Mario stesso, di Silla, di Pompeo e di Cesare. Altresì, Bruto era contraddistinto da un carattere da un lato incline a soppesare con attenzione e circospezione ogni scelta e ogni mossa, ma dall’altro lato pronto ad assecondare, di quando in quando, il desiderio di spazi di imprevedibile autonomia, che potevano stupire quasi tutti. Come quando, pur riabilitato da Cesare contro il quale si era schierato all’inizio della guerra civile, e da lui preposto a compiti importanti, tuttavia compose un elogio dello zio Catone, suicida ad Utica per non mettere la sua vita nelle mani di Cesare, e ne sposò la figlia; o come quando, pur nominato da Cesare pretore urbano e favorito dal dittatore sotto ogni aspetto, tuttavia partecipò alla congiura delle Idi di marzo del 44 a.C.

Quali ragioni lo condussero ad abbracciare il disegno tirannicida?
Ragioni inerenti alla psicologia dell’aristocrazia senatoria. La carriera politica veniva intrapresa come lustro per la propria famiglia, e come veicolo di affermazione personale; la successione delle cariche senatorie, pur se non comportava retribuzioni e se non conduceva che eccezionalmente all’esercizio di un potere solitario (peraltro eventualmente circoscritto nella sua durata), era tuttavia vissuta come la base di un potere reale, il cui raggiungimento dava il senso ultimo a tutta un’esistenza. Con l’affermazione delle grandi figure militari, ed in particolar modo sotto Cesare vincitore della guerra civile prima contro Pompeo a Farsalo e poi contro i pompeiani a Tapso e a Munda, ogni declinazione del potere veniva conferita nelle forme di una mera concessione, in una facciata repubblicana sempre più fittizia, sulla quale incombeva ormai un personaggio che sovrastava chiunque, e che si apprestava a varcare anche il limite che a Roma separava inderogabilmente gli umani dai celesti. Un personaggio al quale Bruto doveva molto, ed al quale poteva essere riconoscente, ma contro il quale scelse comunque di congiurare per riaprire la partita per un potere autentico. Non solitario, non monopolio di una sola parte: quel potere che nasceva dagli accordi, dalle trattative, dalla logica dell’alternanza tra famiglie e gruppi di famiglie, specifico della vita politica della Repubblica fino alla sua fase più tarda.

Come immaginava Bruto il futuro della Repubblica e suo?
Occorre sgombrare il campo da un equivoco: spesso gli studiosi moderni hanno approcciato ai cesaricidi come a dei sognatori, guidati da mere illusioni e noncuranti di tutto ciò che avrebbe riguardato i cruciali momenti subito successivi alla morte violenta di Cesare. Bruto in realtà non si illuse affatto che, ucciso Cesare, la Repubblica di un tempo sarebbe risorta come per incanto. La scelta stessa, che fu sua, di risparmiare Marco Antonio – il quale avrebbe controbilanciato la forza di Marco Emilio Lepido, in quel momento a Roma alla testa di una legione poiché in procinto di partire per il governatorato provinciale – era mirata non solo ad evitare l’attacco armato di quei legionari contro gli assassini del loro capo, oltretutto insignito della sacrosanctitas, ma anche a porre le precondizioni per quella trattativa con la parte cesariana che Bruto sapeva di dover intraprendere, e che doveva seguire la morte di Cesare come un passaggio ineludibile. Bruto convinse gli altri congiurati che da tale interlocuzione fra cesariani e repubblicani sarebbe scaturito in maniera incruenta un nuovo corso, in cui ognuno avrebbe potuto di nuovo competere con personaggi di livello equipollente per un potere autentico, e non più calato dall’alto per benevola concessione.

Come si concluse la sua parabola politica?
Si concluse male, con una sconfitta e un suicidio. Ciò perché Bruto e gli altri congiurati erano stati sì realisti quanto alla necessità di indurre ad una trattativa (contro la prospettiva di una repressione cruenta) i leader della parte cesariana – immaginati tutt’altro che coralmente affranti, specie nel caso del console Antonio, per l’uscita di scena dell’ingombrante Cesare –, ma altresì troppo ottimisti circa la possibilità di riportare indietro il tempo (ed i modi della competizione politica), mentre restavano in vigore tutte le trasformazioni che il tempo aveva determinato, e mentre il ruolo che Roma andava assumendo nel mondo conosciuto presentava sempre più spesso come poco adeguate quelle strutture istituzionali, che del resto erano state create nella loro ossatura per una piccola città-Stato con ambizioni di potenza regionale. Sulla infelice conclusione della parabola politica di Bruto, le variabili della storia certamente incisero: su tutte, la scelta di consentire la lettura del testamento di Cesare. Gli errori ugualmente: ad esempio, una certa passività di Bruto e Cassio nella primavera del 44, un distacco troppo netto dagli interlocutori repubblicani dopo la partenza da Roma, una strategia militare non felicissima nei frangenti decisivi di Filippi. La sensazione, tuttavia, è che quello di restaurare la Repubblica tradizionale ripristinando la competizione autentica dell’aristocrazia per un potere reale, come era stato per secoli, si sarebbe fatalmente rivelato, alla lunga o già nel medio periodo, un obiettivo utopico. Non per nulla, Antonio condusse tutta la trattativa mirata a evitare la repressione ed anzi a riabilitare i cesaricidi solo in funzione dell’obiettivo di consolidare la sua presa su quelli che erano stati i sostenitori, i soldati e gli alleati politici di Cesare (la pars Caesaris), di cui ambiva a diventare ben presto il nuovo leader incontrastato.

Quale fortuna ha avuto, nella storia, la figura di Marco Giunio Bruto?
Notevole. Si tratta di un personaggio che ha polarizzato fin da subito la ricezione e l’interpretazione della sua vicenda, letta come il tentativo di contrastare il percorso verso un potere accentrato su singole grandi personalità. Chi dava della figura di Bruto, spesso (ma non sempre: non in Shakespeare, ad esempio) abbinata a quella di Cassio come in un binomio, e del cesaricidio una valutazione positiva, si faceva percepire come ostile alle forme accentrate di potere (si chiamassero principato o monarchia o tirannia o dittatura, ecc…); chi ne dava una valutazione negativa, si faceva invece percepire come favorevole a queste. Fin dall’antichità, censurare il cesaricidio significava voler palesare la positività del Principato instaurato da Augusto, mentre chi esaltava Bruto e Cassio si poneva su una linea nostalgico-repubblicana che in particolari momenti poteva comportare conseguenze pericolose: così, sotto Tiberio, lo storico Cremuzio Cordo vide finire al rogo la sua opera in cui aveva elogiato Bruto e Cassio, e si lasciò morire di fame; per converso, nel III sec. d.C. lo storico di Roma in lingua greca Cassio Dione, ammiratore dell’impero, affermava chiaramente che con la loro azione, negativa per Roma (perché le si voleva impedire di passare a una forma di governo che già lo storico Appiano aveva definito come la concordia costituita dal governo di uno solo), i due erano stati causa di innumerevoli mali per gli uomini del tempo. Valutarono negativamente Bruto e Cassio, tra i vari esempi, Dante (che li vide come traditori dell’impero) e la propaganda del Ventennio fascista, che li considerava esponenti di un’aristocrazia parassitaria: nella progettata trasposizione cinematografica del dramma in tre atti Giulio Cesare (1939), scritto da Forzano insieme a Mussolini, Bruto e Cassio, sarebbero stati definiti “assassini e traditori”, i quali agirono “in nome di una menzogna”. Tra gli estimatori, invece, Boccaccio e, in quel XVIII secolo che forse segnò l’apice dalla Fortuna di Bruto in particolare, Montesquieu, Alfieri e i rivoluzionari francesi, senza nulla togliere all’approccio elogiativo che nel secolo successivo avrebbero avuto nei suoi confronti Leopardi e i primattori del Risorgimento.

Roberto Cristofoli insegna Storia romana all’Università di Perugia. Oltre che di contributi di ricerca pubblicati in riviste scientifiche ed in volumi, ed incentrati su molteplici aspetti della storia e della letteratura di Roma antica, è autore di libri dedicati all’alimentazione romana, alla storia e a personaggi della tarda Repubblica romana, all’imperatore Caligola, alla propaganda di Costantino. Per la sua attività di ricerca ha ricevuto il Premio Salvatore Calderone nell’ambito della XXIII edizione del Premio Anassilaos di Arte, Cultura, Economia e Scienze.

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