Marco FerrarioMarco Ferrario, quando è nato il Suo amore per i libri e la lettura?
Quello per i libri da sempre; quello per la lettura si è intensificato e consolidato nel tempo.
Mi sono sempre piaciute le librerie, nelle quali entravo con un grande senso di curiosità fin da piccolo. Le copertine sugli scaffali, tutte diverse, colorate, ciascuna l’inizio di una storia; gli autori conosciuti, quelli da scoprire e quelli di tendenza dei quali si parlava; gli scaffali organizzati per temi e per autori; e poi i librai, molti discreti, che anche quando ti conoscevano, ti salutavano e ti suggerivano con molto rispetto e nessuna intrusione una nuova lettura. Le librerie sono sempre state tra i miei negozi preferiti e i libri tra gli oggetti che mi hanno dato più soddisfazione acquistare.
Per questo, pur avendo una laurea in economia, ho sempre desiderato lavorare alla Mondadori; e quando, dopo 5 anni di lavoro in finanza per puro caso mi hanno chiamato, non ho esitato un attimo.
Oggi leggo molto di più, sento un vero e proprio bisogno di leggere, che in passato non era così forte. Leggo in tutti i formati e su tutti i supporti e recentemente ho scoperto anche l’ascolto di audiolibri, che è stata una vera rivelazione.

Quali innovazioni ha portato il web nell’industria editoriale?
Mi è sempre piaciuto il cambiamento, ho sempre guardato al futuro con ottimismo imparando tuttavia che cambiamento e futuro vanno scrutati con sguardo critico, sapendo anche riconoscere traiettorie sbagliate.
Il web ha cambiato l’industria editoriale fin dalle radici e siamo probabilmente solo agli inizi. La comunicazione tra esseri umani è in profonda trasformazione in ogni ambito, sia essa intrattenimento, informazione o apprendimento. Da un lato, ci sono centinaia di milioni di persone in più che ogni anno hanno accesso al web e attraverso di esso a forme di conoscenza; dall’altro, si sono sviluppate forme di manipolazione dl pensiero specifiche del contesto digitale.

I confini stessi dell’industria editoriale non sono più tracciati con la precisione e la distinzione di qualche lustro fa e le categorie che definiscono la concorrenza tra i diversi operatori sono del tutto nuove: oggi le storie, in qualunque formato, competono fra loro nel catturare l’attenzione e i tempo delle persone in contesti dove le regole ancora non sono stabilite: nascono così sia fenomeni mondiali del tutto inaspettati (uno dei più recenti e noti, “Storie della buonanotte per bambine ribelli” di due imprenditrici italiane), sia l’uso criminale delle fake news capaci di condizionare le elezioni politiche nelle democrazie più avanzate.

La nuova industria editoriale, o industria dei contenuti, comprende tutto questo e i libri e le storie che contengono ne fanno parte.
Io sono un entusiasta di queste trasformazioni, continuo a pensare che le opportunità che il contesto digitale offre all’industria editoriale siano sconfinate e tutte da esplorare; e faccio fatica a capire chi sa avere solo uno sguardo pieno di nostalgia all’editoria prima del web.

Qual è il Suo giudizio del mercato editoriale italiano?
In generale, ho sempre ritenuto che uno dei principali difetti del mercato editoriale in tutto il mondo sia l’autoreferenzialità; e la conseguente chiusura rispetto a contaminazioni di diverso tipo. L’industria editoriale internazionale dominante è quella occidentale, con una forte matrice culturale bianca, espressione di classi sociali benestanti e tendenzialmente “liberal”. C’è una certa approssimazione in questa affermazione, ma ritengo che esprima chiaramente un concetto.

Da un lato, dunque, una tendenza molto forte a compiacersi e a parlarsi addosso, dall’altra l’illusione di grandi aperture intellettuali, ideali e culturali per l’oggettiva capacità di assumere posizioni e di sostenere idee spesso anti-sistema.
Penso che l’industria editoriale italiana sia, nel bene e nel male, l’espressione locale di questo modello.
A ciò si associa il fatto che l’editoria libraria è un’industria da sempre (da Gutenberg in poi) guidata dall’offerta: sono gli editori che decidono, attraverso i propri programmi editoriali, che cosa si leggerà, quando e in quale formato. I lettori hanno solo la possibilità di scegliere in un assortimento comunque molto ampio. E questa storia va avanti da circa 500 anni.

La combinazione di queste caratteristiche rende il mercato molto refrattario a cambiamenti strutturali e di “governance” e ad aperture verso culture – anche industriali – diverse. C’è relativamente poca flessibilità nello sperimentare nuovi modelli produttivi e soprattutto distributivi e anche poco ricambio tra i soggetti che siedono nelle stanze dei bottoni, non solo generazionale, ma soprattutto in relazione alle competenze di cui essi dispongono. È anche per questo che l’editoria cosiddetta indipendente gioca un ruolo fondamentale nel sistema, perché è lì che si trovano le eccezioni che a me sembrano più interessanti.
Tutto ciò ha reso il mercato editoriale estremamente fragile di fronte a cambiamenti strutturali come l’avvento del web; l’Italia, non fa eccezione.

Lei è il fondatore di BookRepublic: come è possibile contrastare lo strapotere di Amazon nella vendita online di libri?
A mio modo di vedere, Amazon è un colosso a due facce: da un lato, ha costretto, attraverso il web, a guardare all’industria editoriale, dei media e poi a molta parte dell’industria che utilizza determinati canali distributivi in modo totalmente nuovo; dall’altro, possiede una naturale predisposizione al monopolio. Il primo aspetto è affascinante e molto stimolante; il secondo, quando si accompagna a pratiche commerciali che sfruttano certi vuoti normativi, è deleterio, perché alla lunga può distruggere interi ecosistemi.
Contrastare lo strapotere di un colosso globale che capitalizza diverse centinaia di miliardi di dollari non è una buona idea, a meno che non ti chiami Apple, Google o che abbia conti in banca e flussi di cassa capaci di sostenere un confronto.

Bookrepublic, soprattutto attraverso ExLibris – la piattaforma proprietaria di distribuzione degli ebook – svolge un ruolo utile sia per gli editori e i detentori dei diritti che per piattaforme globali come Amazon. Portiamo a conoscenza di una grande parte del mercato editoriale le opportunità di distribuzione e vendita dei contenuti; mettiamo a disposizione strumenti tecnologici che facilitano la vendita; svolgiamo analisi che condividiamo con gli editori. Svolgiamo insomma un ruolo di cinghia di trasmissione indispensabile al sistema.
Come librai, restiamo convinti che la cosiddetta “curation” cioè il modo in cui si presentano e si raccontano i libri ai lettori sia il principale elemento di distinzione e di fidelizzazione dei lettori stessi. Da sempre, il libraio migliore non è il più efficiente: è quello con il quale i lettori, soprattutto quelli forti, sentono la maggiore affinità.

I dati Istat evidenziano come oltre il 60% degli italiani non legga: quali a Suo avviso le cause e quali le possibili soluzioni?
Si è molto parlato negli anni delle possibili cause e ho poco da aggiungere. Dalla differenza tra paesi cattolici e protestanti, al clima e alla distanza dall’equatore e dalle zone più calde, all’approccio della scuola alla lettura individuale, al contesto familiare e molte altre ancora. Tutte hanno qualcosa di vero.
Una cosa mi ha sempre stupito: chi si è occupato nel tempo di promuovere la lettura nel nostro paese proveniva sempre dalle classi culturali e sociali a cui ho fatto cenno sopra, persone per le quali la lettura è un bisogno – quasi – primario e per le quali leggere è sempre e per forza “bene”. Credo che non siano le persone più adatte a parlare a chi della lettura importa poco o niente e infatti le campagne sono state quasi tutte fallimentari.

Io investirei ogni centesimo a disposizione nella scuola e nelle biblioteche. La lettura di per sé non è nulla se non proviene dal desiderio di conoscere altre persone, altri luoghi, altri tempi, dal piacere di immergersi nelle storie vere o inventate che ci raccontano. È un investimento a lungo termine, che poco appartiene alla cultura sociale e politica del nostro paese.
Questa è forse la ragione strutturale che più incide sul nostro scadente tasso di lettura: la definizione di “lungo termine” è molto diversa nei paesi del sud Europa rispetto a quelli del nord, da noi si intendono 3 anni, al nord 10. Questo rende la programmazione di politiche strutturali molto più efficace al nord che al sud.

È possibile educare alla lettura? Se sì, come?
Lo ripeto: rendendo le scuole e le biblioteche dei luoghi belli da frequentare. Bisogna crederci e purtroppo non vedo ora in Italia nulla che possa far presagire un impegno in questa direzione.
Anzi, gli eventi recenti vanno da tutt’altra parte. Il racconto delle nostre vite in tempo reale a caccia di riscontri di qualsiasi tipo suona molto falso, superficiale e di nessun interesse.

La tecnologia fatta di tablet ed e-book reader insidia il libro cartaceo: quale futuro per i libri?
No, non è così e non lo è mai stato. L’abbiamo sempre detto: la lettura su ebook reader e su tablet aggiunge semplicemente una possibilità di lettura. Ci sono ragioni per cui molti di noi che leggiamo, in alcuni momenti o luoghi specifici preferiamo farlo su un device dedicato, perché è più leggero e può contenere tanti titoli.

Se per futuro del libro intendiamo la diffusione di storie organizzate in determinate strutture narrative e linguaggi, a prescindere dal supporto, non possiamo che essere molto fiduciosi e ottimisti.
I formati digitali hanno moltiplicato enormemente il numero di titoli pubblicati nel mondo ogni anno; pensiamo al self publishing, alla scrittura collaborativa o alla grande crescita della fanfiction. Scriviamo e leggiamo quanto non era mai stato fatto prima: se ciò trova sbocco sulla carta – e continuerà a trovarlo ancora per moltissimo tempo – è in qualche modo secondario.
La domanda giusta è: quale futuro per gli editori, i distributori e i librai?

Quali provvedimenti dovrebbe adottare a Suo avviso la politica per favorire la diffusione dei libri e della lettura
La politica potrebbe fare molto nella direzione che ho detto. Alla politica spetterebbe non solo la programmazione di una crescita di scuole e biblioteche, ma anche la creazione di una cultura forte e identitaria del bello, inteso come patrimonio di storia, scienza, arte di cui i nostri territori sono tremendamente ricchi.
Purtroppo, non vedo alcun interesse della politica per tutto questo.