Prof.ssa Giovannella Cresci Marrone, Lei è autrice della biografia di Marco Antonio edita da Salerno. Il triumviro sconfitto da Ottaviano fu oggetto di una vera e propria damnatio memoriae: a dispetto di tale deformazione, quale profilo ci restituisce la documentazione superstite?
Marco Antonio, Giovannella Cresci MarroneMarco Antonio è un personaggio di cui è arduo ricostruire la biografia e tracciare un profilo; tale difficoltà risiede nella carenza di documentazione che lo riguarda, in quanto la sua memoria fu vittima del primo provvedimento ufficiale di sistematica rimozione; un ostacolo supplementare (e non sempre agevole da sormontare) è costituito inoltre dalla manipolazione della sua azione politica che fu soggetta all’opera di denigrazione posta in atto dapprima da Cicerone e poi dal suo antagonista Ottaviano/Augusto. Quest’ultimo, una volta affermata la sua egemonia in Roma, ebbe tempo (ben 45 anni di governo) e mezzi illimitati per veicolare una rilettura degli eventi relativi agli anni triumvirali, ovviamente penalizzante per l’avversario politico, che si affermò con successo nella storiografia posteriore.

Nonostante tali limitazioni, dalla documentazione superstite emergono alcuni tratti peculiari della personalità di Marco Antonio che si segnala per la sua complessità e la sua carica ‘rivoluzionaria’. L’aspetto che ritengo più degno di interesse riguarda il suo rapporto con la tradizione. Come altri esponenti della sua generazione egli, pur espressione di una famiglia aristocratica di antiche origini, viveva con fastidio ed insofferenza l’impostazione tradizionalista della società romana che imponeva ai giovani di vivere il presente e progettare il futuro sulla base degli esempi del passato, in quanto solo i comportamenti degli antenati (il cosiddetto mos maiorum) venivano considerati ispirazione legittimante per la condotta individuale. Ad una esistenza consacrata alla morigeratezza, alla sobrietà, allo spirito di sacrificio, all’impegno per l’interesse collettivo, egli contrappose invece un modello di vita che riservava spazio anche ai piaceri: le gioie dell’amore, l’ebrezza del vino, le raffinate prelibatezze della tavola, l’apprezzamento per ogni forma d’arte, la propensione per il lusso, la complicità cameratesca, la solidarietà con l’elemento femminile. Riteneva che fosse lecito per un Romano, e anche per un magistrato romano, godere la vita in tutti i suoi aspetti senza che ciò inficiasse la sua fedeltà alla repubblica. Significativo in proposito si rivela il nome di “Viventi Inimitabili” con cui intitolò il circolo dionisiaco che fondò insieme a Cleopatra. Lo stile di vita che egli intendeva adottare doveva nutrirsi di esperienze così eccezionali ed intense da non dovere e potere essere soggetto ad imitazione. L’esatto contrario dei dettami della tradizione.

Pur fedele alla sua famiglia ed orgoglioso della sua nobile genealogia, orientava inoltre i suoi comportamenti verso una condivisione non gerarchica con i ceti popolari, i soldati, gli stranieri; tali atteggiamenti, che gli assicuravano ampi consensi presso una clientela trasversale, venivano considerati dai benpensanti assai pericolosi e destabilizzanti e contribuirono ad accreditare la sua figura come un potenziale pericolo per la res publica.

Quale progettualità politica animava Marco Antonio?
Il disegno politico di Marco Antonio è più agevole da delineare nei suoi criteri ispiratori e più difficile da precisare per gli aspetti di carattere istituzionale. La sua carriera magistratuale e la sua esperienza politica maturarono all’ombra della figura di Cesare con cui finirono per schierarsi numerosi giovani esponenti dell’aristocrazia senatoria, che smentirono gli orientamenti conservatori dei rispettivi padri per aderire ad un progetto di rinnovamento dello stato che ritenevano più convincente: così Clodio, così Curione, così Marco Antonio e i suoi due fratelli minori, Gaio e Lucio. Solidali fra loro, accomunati da spregiudicatezza e fiuto politico, definiti da Cicerone “gioventù bruciata” per la larga politica di spesa che faceva loro guadagnare consensi e popolarità fra i ceti subalterni, si mossero con abilità nella contrapposizione fra la fazione dei popolari e quella degli ottimati e supportarono in modi diversi l’ascesa del dittatore. Formatosi alla sua scuola di guerra, Marco Antonio non solo mise al servizio di Cesare il suo coraggio fisico che lo portò a dimostrarsi decisivo in numerose occasioni belliche, ma cooperò con lui in delicate circostanze politiche nel corso dei conflitti civili. Assorbì dal dittatore alcune idee-guida che ispirarono la sua progettualità: la consapevolezza della necessità di adeguare le strutture dello stato alle dimensioni di un impero esteso ormai su tre continenti, l’attenzione per le richieste economiche della plebe urbana duramente colpita dall’indebitamento e dalla carestia, la disponibilità nei confronti dei veterani che richiedevano terre al termine del servizio, il rispetto per le esigenze e le aspettative dei provinciali, spesso impoveriti dalla pressione fiscale ma interessati ad ottenere i privilegi derivanti dalla concessione della cittadinanza romana.

Si inserì dunque nell’alveo delle riforme-simbolo della fazione popolare ma operò in circostanze di grave crisi ed instabilità politica nelle quali dette prova di duttilità. Utilizzò, a seconda delle circostanze, la severitas o la clementia: represse in Roma moti popolari, adottò in casi estremi lo strumento della decimazione a carico di soldati rivoltosi, ricorse contro gli avversari politici al provvedimento cruento delle proscrizioni; seppe tuttavia anche intercettare i bisogni dei ceti subalterni, condividere con i soldati semplici le durezze e i pericoli del servizio, perdonare gli amici che circostanze e convenienze contingenti spingevano all’approdo verso schieramenti a lui avversi.

La traiettoria delle sue scelte istituzionali sembra all’apparenza contraddittoria: offrì al dittatore Cesare la corona, ma, dopo il suo assassinio, abolì per legge la dittatura perpetua; istituì con Ottaviano e Lepido la magistratura emergenziale e sovraordinata del triumvirato, ma, alla vigilia dello scontro decisivo di Azio, si impegnò a deporre tali poteri eccezionali e a restaurare gli assetti repubblicani e, alla scadenza del triumvirato, sottomise l’assetto da lui disposto per i territori d’Oriente all’approvazione del senato; conferì al figlio di Cesare e Cleopatra e a quelli a lui generatigli dalla regina il controllo di ampi territori delle province orientali, ma sottomise le sue decisioni all’approvazione del senato.

Tali apparenti contraddizioni si spiegano non tanto con la volontà di imporre in Roma uno schema statuale modellato sull’esempio delle monarchie ellenistiche quanto con l’intendimento di conciliare Occidente ed Oriente e tale obiettivo si rifletteva anche nelle sue scelte personali. Aveva avviato il figlio primogenito Antillo alla pratica politica, chiamandolo a sé in Oriente quando era ancora adolescente; secondo la prassi del percorso formativo dell’aristocrazia romana, doveva imparare il greco, apprendere le pratiche amministrative e politiche delle realtà provinciali, farsi conoscere dalle legioni e iniziare il suo apprendistato militare. I figli avuti da Cleopatra, invece, crescevano ad Alessandria secondo le tradizioni educative della corte tolemaica. Per quanto attiene al rapporto coniugale, Marco Antonio intrattenne per più anni una bigamia di fatto che gli consentì di sfruttare le potenzialità politiche di entrambi i legami: il matrimonio con Ottavia, sorella di Ottaviano, gli permetteva di conservare nell’Urbe la rete relazionale e clientelare; l’unione con Cleopatra gli fruttava nel contempo non solo la stabilizzazione dell’alleanza con l’ultimo regno ellenistico d’Oriente, ma anche l’impostazione di proficui rapporti federativi con le realtà limitrofe. Le disposizioni circa il suo funerale riflettevano, esse stesse, tale dualismo: la cerimonia si sarebbe dovuta svolgere nell’Urbe secondo la tradizionale liturgia romana che prevedeva l’elogio funebre nel foro, ma la sepoltura doveva consegnare il suo corpo ad Alessandria in un mausoleo la cui costruzione era stata predisposta secondo una monumentalità consueta per gli standard autorappresentativi egiziani, ma estranea agli usi romani.

Come tutti i progetti politici miranti a obiettivi di conciliazione e composizioni di realtà culturali molto difformi, esso fallì di fronte ai richiami identitari che Ottaviano seppe mirabilmente agitare alla vigilia dello scontro di Azio e che gli valsero l’appoggio della tota Italia e delle province occidentali.

Quale influenza ebbe su di lui la regina d’Egitto Cleopatra?
Alla regina d’Egitto è volutamente riservato nel libro uno spazio non proporzionato a quello che le accordano le fonti antiche e che, sull’onda di esse e dell’opera shakespeariana, le assicurano le tante ricostruzioni filmiche, interessate agli aspetti sentimentali del rapporto Antonio-Cleopatra. La propaganda ottavianea infatti insistette nell’attribuire alla regina la responsabilità della ‘degenerazione’ del triumviro d’Oriente; Cleopatra, a seguito dell’incontro avvenuto nel 41 a.C. e della convivenza decennale, con le sue arti seduttive avrebbe manipolato la volontà del generale, lo avrebbe spinto a tradire i costumi patri, orientalizzandone la condotta e gli stili di vita. Lo avrebbe indotto infine a donare ai propri figli territori di proprietà del popolo romano. La sottomissione ad una donna era volta a delegittimare la figura dell’antagonista e trovò in Roma conferma quando Ottaviano trafugò il testamento di Marco Antonio depositato presso le Vergini Vestali, ne lesse alcuni stralci compromettenti in senato e rivelò al popolo che il triumviro aveva programmato di essere sepolto ad Alessandria d’Egitto, accreditandone strumentalmente il proposito di trasferire la capitale dell’impero nella città nilotica. Coerentemente con tale versione la dichiarazione di guerra che precedette lo scontro finale fu indirizzata da Ottaviano contro Cleopatra e non contro Marco Antonio, al fine di mascherare il conflitto civile come guerra esterna.

In realtà le fonti permettono di documentare che taluni orientamenti politici di Marco Antonio erano maturati ben prima dell’incontro con Cleopatra e della permanenza continuativa in Oriente. Così la propensione ad indossare in provincia il costume del luogo per veicolare un messaggio di inclusione si produsse in Gallia Cisalpina nel 45 a.C., prima che il triumviro lo replicasse in Egitto, in Grecia, in Macedonia, in Oriente. Egli fu dunque Gallo fra i Galli, Macedone fra i Macedoni, Ateniese fra gli Ateniesi, Egiziano fra gli Egiziani, e intendeva essere, laddove li avesse sconfitti, Parto fra i Parti. Il suo progetto era verosimilmente quello di un impero in cui fosse consentita la molteplicità di abiti, di stili di vita e, dunque, di identità culturali senza la necessità, ai fini dell’integrazione nei diritti politici, dell’omologazione al costume romano: una struttura statuale che prevedesse la compresenza di differenti realtà e tradizioni culturali, senza l’imposizione dell’adozione del modello dominante romano, simboleggiato dalla toga.

Ancora, la decisione di scegliere quale divinità di riferimento Dioniso maturò già nel 49 a.C. e rappresentò una opzione tanto inconsueta quanto dirompente. Alla divinità greca, assimilata al nume latino Bacco e all’italico Liber Pater, era tributato infatti un culto iniziatico; gli adepti, riuniti in associazioni dette tiasi, celebravano cerimonie chiamate baccanali nel corso delle quali, attraverso il consumo del vino che contribuiva ad esaltare le emozioni istintuali, attingevano ad esperienze mistiche. Guardata con sospetto dai benpensanti italici, l’identificazione con Dioniso rappresentò per il triumviro, quando agì in Oriente, uno strumento efficace per facilitare i rapporti, soprattutto con la componente popolare delle comunità grecaniche.

Vero è che il legame sentimentale con la regina d’Egitto unì per Marco Antonio le soddisfazioni di una convivenza fortemente sintonica ai benefici di un rapporto oltremodo conveniente sotto il profilo politico; poté infatti sfruttare l’autorità e il prestigio del regno tolemaico nel problematico quadrante orientale, le cospicue risorse economiche e militari nonché l’ampia rete diplomatica e relazionale della regina.

Peraltro il rapporto paritario che instaurò con Cleopatra era stato preceduto da un analogo atteggiamento di empatia affettiva e di coinvolgimento politico (assolutamente inusuale per il costume romano) che il triumviro aveva impostato con la moglie Fulvia, la terza con cui aveva contratto matrimonio, e poi con Ottavia, la sorella di Ottaviano con la quale per la quarta volta era convolato a nozze. Marco Antonio sapeva infatti apprezzare l’intelligenza femminile, era uso intrattenere con le compagne di vita un’intensa complicità sentimentale e per la prima volta, riproducendone i volti sulle monete da lui emesse, conferì loro un riconoscimento pubblico.

È dunque necessario, per valutare correttamente l’influenza esercitata da Cleopatra sul triumviro d’Oriente, sottrarsi alle facili suggestioni della propaganda e contestualizzarne il rapporto alla luce sia delle consuetudini relazionali di Marco Antonio con i soggetti femminili sia delle convenienze politiche del momento.

Ci consenta un esercizio di ucronia: come si sarebbe evoluta la storia di Roma se a trionfare ad Azio fosse stato Marco Antonio?
È noto che la storia controfattuale è un esercizio teorico indisponibile alla verifica, ma talvolta utile a prospettare scenari che, per quanto ipotetici, stimolano la riflessione e l’approfondimento. Se ad Azio Marco Antonio non avesse assunto la decisione bellica sbagliata con la quale compromise una luminosa carriera militare e le sorti del conflitto si fossero risolte a suo favore, i destini politici di Roma avrebbero forse imboccato due itinerari inediti. Il primo riguarda la politica estera che assai probabilmente non avrebbe abbandonato l’obiettivo della conquista partica che il dittatore Cesare aveva programmato e a cui il suo erede rinunciò in favore di una pattuizione contrabbandata in patria come atto di sottomissione spontanea dei nemici. La rinuncia all’espansione ad Oriente da parte di Augusto fu argomento di critica che animò dibattiti culturali e segnò, così come l’abbandono della Germania, l’esclusione dal cosmo romano di territori cruciali sotto il profilo economico e geopolitico.

Il secondo probabile scenario su cui si sarebbe esercitata la differente visione di Marco Antonio avrebbe riguardato i percorsi di integrazione delle realtà provinciali. È presumibile che l’estensione della cittadinanza romana sarebbe stata accordata secondo ritmi più accelerati, con più rapido coinvolgimento anche delle comunità orientali, ma soprattutto senza la richiesta di omologazione agli usi e costumi romani che invece rimase l’ineludibile prerequisito per l’integrazione.

Meno prevedibili sarebbero stati gli sviluppi istituzionali perché non è chiaro come Marco Antonio avrebbe saputo conciliare la restaurazione in patria della repubblica con il riconoscimento in Oriente della galassia di regni intestati a figli della regina tolemaica. Proprio il giovane Tolemeo XV (detto Cesarione), nato dal dittatore Cesare, i gemelli Alessandro Helios e Cleopatra Selene, nonché il piccolo Tolemeo XVI, nati dal triumviro d’Oriente, sarebbero stati pegno e garanzia di un vagheggiato futuro di osmosi e conciliazione.

Giovannella Cresci Marrone insegna Storia romana ed Epigrafia latina presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia

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