Manuale di evasione fiscale. Conoscerla per contrastarla, Raffaello LupiProf. Raffaello Lupi, Lei è autore del libro Manuale di evasione fiscale. Conoscerla per contrastarla edito da Castelvecchi. Chiariamo innanzitutto un malinteso: il Suo libro non spiega le modalità pratiche per evadere.
La risposta è già contenuta nella sua domanda dove cita il sottotitolo del libro, “conoscerla per contrastarla”. Lo faccio coordinando e integrando le varie riflessioni, in genere sensate ma semplicistiche, che s’intrecciano nel pubblico dibattito, integrandole con informazioni (dati sociali) che ad esso normalmente sfuggono. Se esistessero fantomatici segreti dell’evasione, sarei ben contento di metterli in piazza in modo da aiutare gli uffici tributari nell’azione di contrasto. Però anche volendo, non è possibile consigliare “come evadere”, perché l’evasione viene dal basso, come l’umidità, si modella sulle caratteristiche delle varie attività economiche e sulle necessità operative dei contribuenti di gestire i loro incassi e pagamenti con clienti e fornitori. Proprio coloro che evadono, o potrebbero farlo, sono i più esperti della visibilità, anche fiscale, dei propri specifici affari, in relazione ai rapporti con clienti e fornitori, la visibilità dei beni e dei servizi oggetto dell’attività, le tracce che essa lascia, la sua flessibilità nel passare da soggetti giuridici diversi, anche in relazione alle sue dimensioni. Vede, i consulenti fiscali si occupano tendenzialmente di organizzare l’adempimento, di non consigliare le modalità di evasione, che talvolta apprendono proprio dalle domande, ipotetiche o confidenziali, dei clienti. L’evasione è insomma un arcipelago, dove ciascuno si regola in base ai propri bisogni e alla valutazione della propria visibilità e credibilità tributaria, compreso quanto gli uffici tributari sanno di lui. Il mio manuale fa quello che possono fare gli studi sociali, cioè trovare tendenze omogenee in questa variopinta realtà, individuarvi alcune chiavi di lettura e smontare alcune leggende metropolitane che ciclicamente emergono nel dibattito pubblico. Prima di tutto l’evasione è una questione di fatto, basata in massima parte sull’occultamento al fisco di incassi, e in misura minore sull’esposizione di costi fittizi. Anche le varie stime sull’evasione fiscale, che il testo analizza, confermano questa composizione, di semplice senso comune. Invece quella che vi viene presentata come cosiddetta “lotta all’evasione” è in buona parte diretta alla reinterpretazione di quello che viene dichiarato, in modo da assoggettarlo a un regime fiscale più oneroso, alimentando così i risultati di servizio. Al di là delle apparenze, in questi risultati la scoperta di ricavi non registrati o di costi fittizi, ha un’incidenza marginale. Tutte le grandi operazioni antievasione annunciate sui media, da Dolce e Gabbana, ad Apple e Google o Gucci, riguardavano la riqualificazione giuridica di vicende che nessuno aveva nascosto, ma erano dichiarate o comunque palesi, cioè non dichiarate in base ad una trasparente tesi giuridica. Tutto questo il fisco lo vede, e lo contesta, in una specie di “inferno del dichiarato”, mentre quello che non si vede immediatamente, e dovrebbe essere stimato, la fa in genere franca, semplicemente perché è difficile da provare. È il senso del titolo del mio volume del 2008 Evasione fiscale paradiso e inferno, dove al paradiso di ciò che è nascosto corrisponde l’inferno del dichiarato.

L’evasione rappresenta semplicemente una perversione privata?
Le imposte si chiamano così perché da millenni è necessario che qualcuno “le imponga”. Nessuno si tassa da solo, e l’espressione “autotassazione”, che lo farebbe pensare, è solo il riflesso della determinazione delle imposte attraverso i sostituti d’imposta, cioè datori di lavoro, committenti, banche, grandi fornitori organizzati, come la grande distribuzione che applica l’IVA, gestori di utenze e distributori di carburante che applicano le accise, rivenditori di generi di monopolio come le sigarette, notai per gli atti immobiliari e via enumerando. Tutte queste opportunità di esternalizzare l’applicazione delle imposte, da una cinquantina d’anni, hanno spinto alla generalizzazione del modello, anche dove non funziona, cioè su piccoli commercianti, artigiani in sede fissa e piccole organizzazioni, operanti verso consumatori finali. In tutti questi casi non esiste alcuna necessità di documentazione d’impresa cui la determinazione delle imposte possa agganciarsi. Però per chiudere il sistema, nel 1973 si sono obbligati anche questi soggetti a tenere una contabilità fiscale, cui non hanno alcun genuino interesse economico-gestionale. Essa rappresenta un puro e semplice costo, per retribuire un commercialista del tutto estraneo all’attività, che deve farsi dire dal cliente l’ammontare degli incassi. Insomma è una contabilità del tutto inutile, in cui il contribuente non ha problemi a scrivere quello che vuole. Anzi, gli imponibili dichiarati da piccoli commercianti e artigiani in sede fissa, consapevoli di essere visibili al fisco, sulla pubblica via, come lo sono agli occhi dei clienti, non sono palesemente irragionevoli. Si vede che l’evasione c’è, però dalle cifre sembra che questi contribuenti si preoccupino molto di salvare le apparenze. Insomma, evadono meno di quanto farebbe un operatore razionale, informato sulla quantità e la dislocazione dei funzionari addetti al controllo. Essi sono infatti dislocati solo nei capoluoghi di provincia, con grandi distanze da coprire per controllare tutto il territorio. Inoltre il reparto dei piccoli contribuenti, soggetti a studi di settore, fino a 5 milioni di euro di fatturato raramente supera i 100 addetti, in un rapporto irrisorio rispetto al popolo delle partite iva che dovrebbe controllare. Più che parlare di perversione privata, sembra che piccoli commercianti e artigiani in sede fissa, fiscalmente visibile, addirittura sopravvalutino le capacità di controllo degli uffici tributari, in questo spinti anche dai loro commercialisti, che con dichiarazioni più verosimili diminuiscono il rischio di dover gestire successivi controlli. Dove l’imposta la pagherebbe il contribuente, certo, ma loro dovrebbero gestire i contatti con l’agenzia delle entrate, tutto sommato, visti gli importi, per compensi non remunerativi. Vede, con questi contribuenti, il commercialista lavora sulla quantità di clienti e cerca di minimizzare grattacapi che per lui non sarebbero professionalmente remunerativi. Ad esempio, l’impegno professionale di un contenzioso spesso è sproporzionato per eccesso al valore della lite, su questi contribuenti. Quindi i commercialisti preferiscono prevenire quest’eventualità, spingendo i clienti ad essere almeno credibili. Ricollegandomi al titolo di un altro mio precedente volumetto, Evasione perversione privata o disfunzione pubblica, direi che la seconda è molto maggiore della prima. Non per onestà o senso civico, che non spiegano nulla in materia e anzi sono fuorvianti, ma per una sopravvalutazione delle capacità di controllo del fisco da parte di piccoli commercianti e artigiani in sede fissa. Tanto è vero che non appena questa sede fissa scompare, si chiude la partita IVA e si entra nella clandestinità dell’evasore totale, che non è il vertice dell’abominio, ma uno che si guadagna da vivere facendo lavoretti di muratura o idraulica a casa dei clienti. Insomma, uno che si arrangia del tutto in nero, e magari prende pure il reddito di cittadinanza. Se scorriamo i dati, possiamo desumere, indirettamente, che ce n’è qualche milione.

Perché si può affermare che l’evasione riflette la mancata comprensione della funzione tributaria come determinabilità dei presupposti economici delle imposte?
L’utilizzazione delle aziende e in generale delle organizzazioni amministrative, per determinare i presupposti economici delle imposte, è avvenuta senza essere stata previamente progettata; la riforma tributaria del 1973 ubbidì solo a fumose istanze economico-politiche, come l’introduzione dell’IVA per motivi europei e l’imposizione personale progressiva sul reddito. La determinazione dei presupposti economici d’imposta, cioè ricavi, costi, redditi, consumo furono del tutto trascurati, come pure quelli di gestione amministrativa dell’intervento del fisco. Lo studio giuridico dei tributi era in uno stadio embrionale, tra l’altro secondo un’equivoca impostazione processualistica, come se le imposte si determinassero in tribunale, anziché negli uffici tributari, con un’impostazione di diritto amministrativo. Si vagheggiava in proposito l’accertamento analitico, come se fosse possibile trovare prove contabili dell’evasione, da millenni determinata in via presuntiva, e non determinabile altrimenti; basta leggere a proposito di queste velleitarie concezioni non solo la relazione Bima-Silvestri alla legge delega del 1971 con cui fu varata la riforma tributaria del 1972-1973, ma anche la dottrina tributaristica del tempo. Nessuno si accorse in anticipo che le ritenute a titolo di acconto sui redditi, e gli oneri deducibili, avrebbero decuplicato il numero delle dichiarazioni dei redditi, impedendo la richiesta massiva delle relative imposte da parte degli uffici. L’autoliquidazione delle imposte del 1975, da parte degli stessi contribuenti, non fu progettata, ma fu una soluzione di ripiego per evitare la paralisi degli uffici e dell’acquisizione del gettito. Si giocava in difesa, seguendo gli eventi invece di anticiparli. Dove mancavano i sostituti d’imposta e le altre organizzazioni di cui alla domanda precedente fu resa obbligatoria una contabilità fiscale, anche per piccoli commercianti e artigiani. Essi non ne avevano però alcuna necessità gestionale, e la delegavano ai commercialisti di cui alla domanda precedente, indicando ad essi i ricavi da scriverci sopra. Insomma, un espediente di facciata per far finta di esportare la contabilità dove essa non aveva alcuna giustificazione come tassisti e gelatai. La naturale evasione fiscale di chi non era esposto alla determinazione degli imponibili attraverso le aziende, fu oggetto, a partire dal 1984, di reiterate campagne strumentali di immagine politica, dirette a usare gli evasori come capro espiatorio dell’inefficienza del settore pubblico. Non a caso l’ispiratore della prima campagna mediatico politica in questo senso fu la UIL, particolarmente forte nel pubblico impiego, la cui sindacalizzazione è uno dei principali motivi di inefficienza, assieme alla crescente burocratizzazione e deresponsabilizzazione. Sono passati più di trent’anni, ma gli evasori sono ancora tra i capri espiatori più gettonati per inefficienze di altra natura, soprattutto burocratico sindacali. Anche sotto questo profilo si conferma che l’evasione, più che essere una perversione privata è una disfunzione pubblica, collegata a forti carenze di spiegazioni sociali della produzione di serie attraverso le aziende.

Già, e qual è l’origine culturale degli odierni squilibri politico-sociali legati all’evasione?
Vede, le radici sono remote, affondando nell’inadeguatezza delle strutture mentali con cui noi analizziamo la società che ci circonda. La pubblica opinione usa un bagaglio socioculturale radicato nell’era preindustriale, neppure comprende la differenza tra l’azienda, come organismo sociale pluripersonale, e piccoli commercianti o artigiani; i comportamenti di questi ultimi, sono la pietra di paragone per analizzare le aziende, come fossero appunto pasticceri o fruttivendoli molto cresciuti. Ne consegue che, secondo questa volgarizzazione, la percentuale di “incassi in nero” di un fornaio potrebbe essere estesa, poniamo, alla Barilla. Sembra assurdo, ma questa volgarizzazione alimenta il mito dei grandi evasori riferito alle aziende, e utilizzatissimo nel marketing politico di ogni tipo e dimensione, da Casapound a Potere al popolo, con tutte le sfumature intermedie tra i due estremi. La politica, che non ha obiettivi pedagogici, ha semplicemente utilizzato per i propri obiettivi di consenso le lacerazioni sociali provocate dai deficit culturali sulla diversa determinabilità dei presupposti economici imponibili. Accanto all’utilizzazione dell’evasione come capro espiatorio dell’inefficienza, per mancanza di fondi, del settore pubblico, c’è l’utilizzazione di quest’ultima per giustificare l’evasione. Tra questi estremi si intrecciano infinite sfumature intermedie in un confuso circolo vizioso al ribasso. C’è chi afferma che piccoli commercianti, artigiani e altri contribuenti con caratteristiche analoghe, alcuni milioni, hanno avuto la possibilità di evadere in cambio del consenso elettorale. Altri all’opposto ne giustificano l’evasione come una reazione ad un peso fiscale insopportabile, per un settore pubblico inefficiente e sprecone. In questo confusionario intreccio di luoghi comuni, frutto della mancata spiegazione della diversa determinabilità dei presupposti economici imponibili, il libro mette alcuni punti fermi. Affermare che i contribuenti in questione hanno barattato il loro voto con la possibilità di evadere è grossolano in quanto la possibilità di evadere per essi ci sarebbe stata comunque. Questa possibilità non è una gentile concessione, ma viene dall’estraneità di queste categorie al suddetto circuito documental-contabile su cui fa leva la determinazione degli imponibili. Il voto di queste categorie non arriva alle forze politiche che le “lasciano evadere”, ma a quelle che, davanti a un’evasione di cui non si capisce il motivo, non le criminalizzano come imprecisate nemiche della società. Il bilancio politico di questa criminalizzazione è negativo, perché anche dipendenti e pensionati intuiscono la diversa determinabilità degli imponibili, e non seguono la narrazione secondo cui gli autonomi sarebbero altrettanti e disonesti nemici del popolo o peggio ladri. L’uso dell’evasione come bandiera politica finisce perciò, paradossalmente, per agevolarla, ostacolando la valutazione degli imponibili non determinabili contabilmente, cioè le vie d’uscita che immagino lei ora mi voglia chiedere..

In effetti ci siamo arrivati, secondo lei in che modo è possibile raggiungere il massimo della perequazione tributaria praticabile?
È indicato chiaramente nel volume, riprendendo e sviluppando i suggerimenti contenuti nei precedenti. Un punto fermo è l’impossibilità di abbandonare l’esternalizzazione della funzione tributaria sulle organizzazioni amministrative, dove esse esistono, perché quasi tutto il gettito viene da lì. Dove però mancano bisogna rivitalizzare le tradizioni millenarie dell’imposizione tributaria, cioè la stima, il più possibile capillare, da parte degli uffici tributari e il loro controllo del territorio. Non c’è bisogno di controllare tutti, ma basta una minoranza più elevata rispetto alle cifre simboliche di adesso. Bisogna che gli operatori economici avvertano la presenza del fisco nel loro circuito di relazioni territoriali, amicali, imprenditoriali, anziché vederlo solo nei passaggi televisivi o leggerlo sui giornali. È sul territorio, non in televisione, che si fa la cosiddetta lotta all’evasione, espressione controproducente che andrebbe però abolita. Non si chiama infatti l’istruzione “lotta all’ignoranza”, l’ambiente “lotta ai rifiuti”, la sanità “lotta alle malattie”, l’assistenza “lotta alla povertà”, e via enumerando. Più che qualcuno contro cui “lottare”, c’è una funzione pubblica da svolgere. Cioè determinare con pragmatica perequazione ricavi, costi, redditi, consumi e altri presupposti economici d’imposta. In un contesto di autotassazione si deve controllare per ordine di grandezza la credibilità economica del dichiarato, piuttosto che la sua precisione numerica. Solo in questo modo sarebbe possibile massimizzare l’impatto dei controlli sull’adempimento, spingendo “gli autonomi” a determinazioni credibili. Sarebbe così superata una assurda lacerazione sociale tra “autonomi” e “dipendenti” che, con questa intensità, esiste solo in Italia.

Raffaello Lupi, di formazione economico-giuridica, è professore ordinario di diritto tributario dal 1990, prima presso l’Università Ca Foscari di Venezia e poi presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università Tor Vergata di Roma, dove insegna tuttora. Ha diretto dal 1998 al 2000 la scuola centrale tributaria del Ministero delle Finanze ed ha fatto parte di numerose commissioni di studio. Coordinatore scientifico della Rivista di Diritto Tributario, ha fondato nel 1994 la rivista “Rassegna tributaria”, dedicandosi a partire dal 2003 alla rivista “Dialoghi tributari” Come studioso sociale delle funzioni pubbliche, partecipa spesso al dibattito sui mezzi di informazione e sui social. Ha approfondito la funzione tributaria come determinazione dei presupposti economici delle imposte, su cui ha scritto decine di volumi, tra cui, per Castelvecchi, Diritto amministrativo dei tributi. Ovvero: le imposte si pagano quando qualcuno le impone (2017) e da ultimo per Giuffrè Diritto delle Imposte, 2020.

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