“Maniac” di Benjamín Labatut

Maniac, Benjamín LabatutPrima la fisica, ora la matematica. Benjamín Labatut torna in libreria con un nuovo capitolo della “saga” sulle migliori menti del Novecento. Nel romanzo evento Quando abbiamo smesso di capire il mondo c’erano i fisici al centro della narrazione. In Maniac è il genio di Neumann János Lajos, noto anche come Johnny von Neumann, a parlare di sé.

Trama

«Tutti pendevano dalle sue labbra, tutti erano in attesa di un’ultima scintilla, di un’ulteriore idea dall’individuo che aveva partorito il moderno computer, formulato le basi matematiche della meccanica quantistica, scritto le equazioni per l’implosione della bomba atomica, concepito la teoria dei giochi e del comportamento economico, preconizzato l’avvento della vita digitale, delle macchine autoreplicanti, dell’intelligenza artificiale e della singolarità tecnologica e promesso loro un controllo divino sul clima terrestre, e che ora deperiva davanti ai loro occhi, gridava in preda ad atroci sofferenze, era perso nei suoi deliri e stava morendo, come qualunque altro uomo.»

Considerato uno dei più grandi matematici moderni, prese parte al clan degli ungheresi, scienziati ebrei rifugiatisi negli Stati Uniti e chiamati a partecipare, durante la seconda guerra mondiale, al progetto Manhattan, programma di ricerca e sviluppo in ambito militare della bomba atomica. Johnny apportò contributi significativi in molti campi della scienza, fra cui la teoria dei giochi e l’intelligenza artificiale, studi da cui nacque il Maniac, Mathematical Analyzer Numerical Integrator and Computer, capace di «afferrare la scienza alla gola scatenando un potere di calcolo illimitato».

Visionario e cinico allo stesso tempo, Labatut ne coglie il demone, attraverso il racconto in soggettiva di quanti lo conobbero. Una biografia costruita su aneddoti bizzarri e intuizioni inquietanti, che fanno di lui quasi un essere alieno, concepito dalla mente di Philip Dick: qualcuno «si chiedeva se un cervello come quello di von Neumann non fosse indice di una specie superiore, di un’evoluzione oltre l’umano».

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MANIAC
  • Benjamín Labatut (Autore)

A introdurre e concludere questa parabola, geniale e inquietante allo stesso tempo, ci sono due uomini: Paul Ehrenfest – fisico e matematico – e Lee Sedol – uno dei più grandi giocatori di Go al mondo -. Entrambi finemente intuitivi e umanissimi, segnano figurativamente le origini e gli esiti del pensiero di Von Neumann: il primo sottolineando il fallimento totale della ragione, «slegata da tutti gli altri aspetti più profondi e fondamentali della nostra psiche»; il secondo proponendosi come “l’intelligenza umana” che tenta di sconfiggere la sua stessa creatura, “l’intelligenza artificiale”. I due sono mossi da un trasporto emotivo e sentimentale che Johnny non sembra mostrare: Ehrenfest arriva addirittura a togliersi la vita dopo aver inflitto la morte al figlio affetto dalla sindrome di down, quale gesto d’amore per salvare il ragazzo da un regime nazista capace di mettere in atto una politica volta esclusivamente all’eugenetica. Lee Sedol, invece, dopo la sconfitta 4 a 1 contro il programma AlphaGo di Google, nonostante quell’unica vittoria mai registrata contro l’intelligenza artificiale, decide di abbandonare il gioco del Go proprio per via di quel crescente dominio della tecnologia, disumanizzante e calcolatrice.

Recensione

La comunicazione della scienza viene spesso considerata una prerogativa degli addetti ai lavori. Un contesto che cerca di raggiungere gruppi sempre più ampi di pubblico, ma che, a volte, sembra rimanere ai margini della vita sociale e politica. All’assegnazione, lo scorso anno, del premio Galileo per la divulgazione scientifica a Benjamin Labatut, alcuni se ne sono risentiti. Quando abbiamo smesso di capire il mondo, infatti, è un libro che parla di scienziati, ma non di scienza, almeno in termini puramente tecnici. Lo ha specificato l’autore stesso: «Questo libro è un’opera di finzione basato sulla realtà».

Se da un lato, dunque, c’è stato chi – con scetticismo – ha tentato di placare gli animi intorno al caso letterario degli ultimi tempi, relegandolo a semplice trovata commerciale riuscita abbastanza bene; dall’altro moltissimi altri – più fiduciosi – ne hanno apprezzato quella stessa finzione, scorgendo nella scrittura di Labatut qualcosa di assolutamente nuovo.

L’originalità a cui ci ha abituato lo scrittore cileno, non viene smentita in Maniac, uscito ancora una volta per Adelphi. Nel mondo raccontato da Labatut sono sempre gli scienziati a tessere le fila della trama, uomini spesso fragilissimi, e colpiti per lo più da patologie mentali, elemento qui scatenante di una genialità ai limiti dell’umano. Fin dal titolo, il rimando a una doppia faccia del reale è innegabile: Maniac è sì la macchina responsabile della prima bomba a idrogeno, ma contemporaneamente allude a un manipolo di scienziati visionari, che, nonostante il disagio psichico, sanno leggere attraverso le trame della realtà. Che sia la chiave per accedere a formule irrisolte o la consapevolezza dei propri limiti, non importa: quel che interessa è semplicemente il racconto dell’animo umano incompreso, perennemente in tensione verso mondi altri, inesplorati e oscuri, dove i confini non esistono e la mente può letteralmente visualizzare immagini impossibili per occhi mediocri.

In questo nuovo capitolo della saga labatutiana sono tre i personaggi scelti, secondo una logica facilmente intuibile: se Paul Ehrenfest rappresenta lo scienziato umano, che raccoglie l’insegnamento crudele della vita, arrivando a uccidere il figlio disabile per salvarlo dal nazismo, von Neumann è lo scienziato inumano, che mette al centro la macchina, l’intelligenza artificiale, il superamento dell’errore attraverso l’uso di un calcolatore. Alla fine è il giocatore di Go, Lee Sedol, a mostrare l’esito dirompente del “non umano” privo di sentimenti, il cui unico scopo non è la vittoria nel gioco, ma un risultato matematico che sia semplicemente positivo.

Ed è proprio la matematica al centro della vita di Neumann, unico strumento a sua disposizione per tentare di capire – ed entrare in contatto – con l’anima dell’umanità. Johnny è, infatti, umano e demoniaco, corporale e spregiudicato, una mente talmente vulcanica che Einstein in confronto a lui «sembrava una torpida, anziana tartaruga, perché passava anni, se non decenni, a rimuginare su una singola questione.» Per lui la rovina non fu soltanto una questione di squilibrio psicologico, ma soprattutto di idee mal digerite ancora oggi, di un’arma nucleare che non avrebbe mai dovuto essere pensata e di un’intelligenza artificiale troppo avanti per essere afferrata: «verità che non possono essere dimostrate, contraddizioni che non possono essere evitate – questi incubi logici autoreferenziali lo assillavano come potenti demoni di cui, ora che sono stati evocati, non potremo mai liberarci, demoni che tormentavano anche il mio caro amico János». Tanto che la prossimità della morte lo gettò oltre il confine della disperazione, in luoghi macabri e tenebrosi, indicibili a qualsiasi altro uomo. «Dopotutto la tecnologia è un’escrezione umana, e non dovrebbe essere considerata come qualcosa di Altro. È parte di noi, così come la tela è parte del ragno. Tuttavia il progresso tecnologico sempre più rapido sembra in procinto di avvicinarsi a una singolarità fondamentale, un punto di non ritorno nella storia della nostra specie oltre il quale l’esistenza umana come la conosciamo non potrà continuare. Il progresso diventerà incomprensibilmente veloce e complicato. Il potere della tecnologia in quanto tale è sempre ambivalente, e la scienza non può che essere neutrale, limitandosi a fornire mezzi di controllo applicabili a qualunque scopo, e indifferenti a tutto. Il pericolo non sta nella natura particolarmente distruttiva di una specifica invenzione. Il pericolo è intrinseco. Per il progresso non c’è cura.»

Elisa Scaringi

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