“Management dell’economia circolare. Principi, drivers, modelli di business e misurazione” di Fabio Iraldo, Natalia Marzia Gusmerotti e Marco Frey

Prof. Fabio Iraldo, Lei è autore con Natalia Marzia Gusmerotti e Marco Frey del libro Management dell’economia circolare. Principi, drivers, modelli di business e misurazione edito da FrancoAngeli: innanzitutto, quale definizione è possibile dell’«economia circolare»?
Management dell'economia circolare. Principi, drivers, modelli di business e misurazione, Fabio Iraldo, Natalia Marzia Gusmerotti, Marco FreyNonostante l’economia circolare sia un concetto relativamente recente, le definizioni sono molte e diverse fra loro. Molti ritengono che la definizione principale sia quella fornita dalla Ellen MacArthur Foundation: «Un sistema industriale che è ristorativo o rigenerativo per intenzione e design. Esso sostituisce il concetto di “fine vita” con quello di ripristino, sposa l’uso delle energie rinnovabili, elimina l’uso di sostanze chimiche tossiche, che ne ostacolano il riutilizzo e mira all’eliminazione dei rifiuti attraverso una migliore progettazione dei materiali, prodotti, sistemi e, all’interno di questo, dei modelli di business». Anche la definizione sviluppata da Preston nel 2012 viene spesso ripresa citata, soprattutto con riferimento alle policy: «l’economia circolare è un approccio che intende trasformare la funzione delle risorse in economia. I rifiuti di una impresa possono diventare un prezioso input per un altro processo e i prodotti potrebbero essere riparati, riutilizzati o aggiornati anziché gettati via».

Ma queste sono solo due delle molte definizione proposte, ciascuna delle quali pone l’accento su dimensioni diverse, ma tutte integrabili nel concetto di circolarità. Alcune per esempio si focalizzano sulla gestione delle risorse, sulla necessità di creare cicli chiusi di materiali, di ridurre il consumo di materia prima vergine e il connesso impatto ambientale. In tale visione, il concetto chiave è la riduzione del consumo di risorse, dell’inquinamento e della produzione di rifiuti, in tutte le fasi del ciclo di vita dei prodotti. Altre definizioni pongono l’accento sul mantenere l’uso delle risorse il più a lungo possibile, così come sull’estrarre il massimo valore da prodotti e materiali mentre sono in uso, per il massimo tempo possibile e, successivamente, riciclarli e riutilizzarli. Più raramente le definizioni includono concetti che vanno oltre alla nozione di gestione delle risorse materiali, come, per esempio, abbracciando l’energia sostenibile, l’efficienza energetica, la conservazione della natura, la gestione e protezione del suolo e la gestione delle risorse idriche. Ancora più sporadicamente le definizioni fanno riferimento esplicito al capitale naturale e agli ecosistemi. In alcuni casi viene particolarmente enfatizzata la dimensione economica, riferendosi alla competitività, alla crescita, all’occupazione, al miglioramento complessivo del sistema economico e di vita. In tali contesti risulta ricorrente il riferimento a sistemi di produzione e consumo concepiti in cicli chiusi e nuovi business model, con un’attenzione più spiccata verso le aziende e il loro management.

Quale importanza ha assunto, nella società attuale, l’economia circolare?
L’economia circolare è una chiave di lettura particolarmente efficace del cambiamento di tutta la società all’insegna della sostenibilità, in quanto si propone di rivedere radicalmente il modello tradizionale di produzione e consumo. Negli ultimi anni è costantemente cresciuta l’attenzione da parte di tutti gli attori socio-economici nei confronti delle sfide della sostenibilità, culminata a livello internazionale con l’emanazione della cosiddetta “Agenda 2030”, ovvero la strategia delle Nazioni Unite orientata in modo esplicito al perseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile. L’Agenda 2030 trova nell’economia circolare importanti opportunità e leve di sviluppo. Nell’ambito dei Sustainable Development Goals (SDGs) l’economia circolare, infatti, risulta connessa ad un ampio spettro di obiettivi: al consumo e alla produzione sostenibili (SDG 12), all’energia (SDG 6), alla crescita economica (SDG 8), alle città sostenibili (SDG 11), ai cambiamenti climatici (SDG 13), agli oceani e risorse marine (SDG 14) e alla vita sulla terra (SDG 15). La transizione verso una Economia Circolare è un obiettivo promosso e sostenuto a livello di policy europee, da alcuni governi nazionali e da molte imprese nel mondo e sviluppato dai pratictioners, dalla business community e dai policy makers. Un grande potenziale dell’economia circolare risiede proprio nella sua attrattività verso le imprese, chiamate ad applicarla per contribuire operativamente allo sviluppo sostenibile.

La necessità di passare da un modello economico lineare ad uno circolare rappresenta, inoltre, una risposta ad alcuni preoccupanti trend, che si registrano a livello globale: a partire dalla volatilità dei prezzi di alcune risorse, alle stime sulla disponibilità di alcuni materiali e agli attesi circa tre miliardi di nuovi consumatori entro il 2030, che spingeranno la domanda di beni e servizi a livelli mai registrati. La dipendenza da risorse scarse espone, infatti, le imprese ad alcuni rischi rilevanti, quali, a titolo di esempio, l’aumento dei costi di approvvigionamento, la riduzione dei ricavi, la business continuity. È chiaro che l’uso delle risorse è strettamente correlato alla stabilità economica: le risorse naturali – biomassa (legno, colture agricole, carburanti, materie prime e materiali a base vegetale), combustibili fossili (carbone, gas e petrolio), metalli (come ferro, alluminio e rame), minerali non metallici (compresa la sabbia, ghiaia e calcare), acqua e terra – forniscono le basi per i beni, i servizi e le infrastrutture che compongono i nostri attuali sistemi socio-economici. In generale, la crescita globale è diventata sempre più dipendente dal trading di materie prime, mentre la volatilità dei prezzi è diventata un fattore determinante per il commercio e la produzione di tutto il mondo. L’uso e l’impatto delle risorse svolgono, poi, un ruolo importante in molti conflitti e migrazioni. L’utilizzo di queste risorse naturali è – come è noto – una delle principali cause degli impatti più urgenti sul benessere planetario e umano: l’estrazione e la lavorazione delle risorse naturali da sole causano oltre il 90% della perdita globale di biodiversità e stress idrico e oltre la metà di emissioni globali di gas serra. Inoltre, l’uso delle risorse provoca inquinamento da rifiuti ed emissioni, inclusi particolato e sostanze chimiche tossiche.

In particolare, la connessione tra uso dei materiali e cambiamento climatico è chiara ed evidente. È stato calcolato che il 62% delle emissioni globali di gas serra (esclusi l’uso del suolo e la gestione forestale) vengono rilasciate in fase di estrazione, processing e manufacturing di prodotti; mentre solo il 38% sono emesse nella distribuzione di prodotti e servizi. Si tratta, peraltro, di una attività di estrazione ed uso che è passata da 27 miliardi di tonnellate nel 1970 a 92 miliardi di tonnellate nel 2017, mentre la produttività globale dei materiali non è migliorata negli ultimi 20 anni.

Per tutte queste ragioni. I business models dell’economia circolare possono essere particolarmente importanti nelle strategie di riduzione delle emissioni di gas climalteranti. Un approccio sistemico per l’applicazione di strategie circolari potrebbe, effettivamente, risultare fondamentale nella lotta al cambiamento climatico.

Quali sfide pone l’economia circolare a policy makers, managers, professionisti e ricercatori?
L’economia circolare pone sfide molto ardue innanzitutto ai manager d’impresa. Il cambiamento di modello di riferimento, da lineare a circolare, ha conseguenze epocali, ad esempio, per il design dei prodotti e dei servizi su molte delle sue dimensioni “co-essenziali”, come per esempio: sulla natura (tipologia) e quantità delle materie prime necessarie e su come vengono utilizzate, sui business model, sul come i beni e i servizi vengono usati nelle fasi di consumo (e.g. sharing, servitizzazione) e gestiti al termine dei cicli di uso (e.g. take back system), sulla logistica (e.g. reverse logistic), sull’innovazione tecnologica di supporto all’allungamento della vita utile dei prodotti (e.g. manutenzione, refurbishment), al loro riutilizzo nel tempo (e.g. reuse, remanufacturing), al loro riciclaggio e recupero (con particolare riferimento all’innovazione, alla ricerca e allo sviluppo). Il nuovo modello economico stimola inoltre i manager a riflessioni impegnative su temi che sono trasversali alla gestione di impresa, basti pensare alle (nuove) competenze, alla (nuova) conoscenza, al management del cambiamento e della complessità, al networking, alla possibilità che il valore generato venga condiviso (non più solo lungo una catena lineare ma attraverso un sistema reticolare: value chain vs value networks), alle sfide inter-organizzative legate a flussi materiali ed energetici inter-aziendali e inter-settoriali (e.g. la simbiosi industriale).

L’economia circolare ha anche implicazioni sostanziali per chi, alla guida delle istituzioni, deve definire politiche di sviluppo (sostenibile) per migliorare l’uso efficiente delle risorse e la competitività dei Paesi e delle regioni. Il modello di economia circolare non presenta un costrutto teorico stabile, come abbiamo detto, e quindi non è in grado di fornire ai policy maker indicazioni univoche ed omogenee, con la conseguenza che viene interpretato e applicato in modi (parzialmente) diversi a differenti livelli (micro, meso, macro) e in diverse regioni del mondo. Ad esempio, le politiche e la regolamentazione sviluppate in Cina pongono l’accento su modelli di produzione e consumo cleaner e sull’approccio delle 3R (riduzione, riutilizzo e riciclaggio), in stretta applicazione dei concetti di ecologia industriale. In Europa, invece, l’attuazione della economia circolare si è affermata inizialmente attraverso politiche sui rifiuti volte a promuoverne il riciclaggio. Successivamente, soprattutto a valle di una più profonda esplorazione del concetto ad opera di un numero crescente di ONG (e.g. Ellen McArthur Foundation, Circle Economy e Institut de l’économie circulaire), il modello unionale si è spostato verso l’efficienza dell’uso delle risorse, sulla chiusura dei cicli e sulla considerazione di tutte le fasi tipiche della produzione di beni e servizi (approvvigionamento, design, produzione, distribuzione, uso e fine vita), e non più soltanto su raccolta, riciclaggio e recupero. L’approccio di policy europea oggi risulta molto focalizzato sul “system thinking” e sulla centralità del design e appare strettamente connesso all’approccio cosiddetto Cradle-to-Cradle. Ed è con questo spirito che, nel dicembre 2015, la Commissione Europea ha adottato una prima policy denominata “Pacchetto sull’economia circolare” (Commissione Europea, 2015) e, nel marzo del 2020, “Un nuovo piano d’azione per l’economia circolare” (Commissione Europea, 2020).

Ma l’economia circolare è sfidante anche per i docenti e i ricercatori, i quali stanno guardando sempre di più a queste tematiche, che insieme a quelle connesse ai processi di digitalizzazione, caratterizzano un periodo di forte evoluzione delle scelte delle imprese e del sistema economico, politico, tecnico ma anche sociale, in cui esse operano. La rapida trasformazione in corso può avere, infatti, un impatto molto significativo su moltissimi aspetti della ricerca, imponendo a chi opera in questo ambito un upgrading delle proprie competenze e la capacità di assumere una visione nuova e più interdisciplinare.

In che modo il contesto istituzionale può rappresentare un fattore propulsivo del cambiamento verso l’economia circolare?
Il contesto istituzionale deve essere in grado di consentire alle imprese e agli altri attori del sistema socio-economico di superare le barriere che oggi stanno ostacolando l’affermarsi del modello dell’economia circolare.

Queste barriere sono di natura molto diversa. Vediamo alcuni esempi.

Asimmetrie informative – in molti casi, ad esempio, i produttori e i consumatori hanno conoscenza scarsa o nulla relativamente agli impatti ambientali causati da un prodotto/servizio, e quindi li sottovalutano.

Barriere di mercato – una delle barriere maggiori è rappresentata sicuramente dai bias di prezzo: praticamente tutti i settori produttivi e i mercati soffrono di una forte distorsione nel prezzo dei prodotti, che non è in grado di riflettere i costi legati all’impatto ambientale delle filiere produttive da cui essi originano. Accade così che le imprese produttrici che inquinano di più sostengano costi fissi e variabili inferiori (scaricando quelli ambientali sulla collettività), poiché non investono in innovazione, potendosi quindi permettere di fissare prezzi più bassi per i propri prodotti. In assenza di correttivi, questo garantisce loro migliori performance competitive, soprattutto in una fase decisamente recessiva come quella attuale, in cui la concorrenza di prezzo ha molta presa su un consumatore più attento alla convenienza dei prodotti che acquista.

Abitudini e cultura – Le abitudini di acquisto e la cultura del consumo hanno senz’altro un grande peso nel determinare le possibilità di recuperare materiale e di produrre manufatti in materiale riciclato, in grado di avere successo sul mercato. In molti mercati, ad esempio, oggi il recupero delle materie prime seconde è frenato dalla difficoltà di far accettare al consumatore finale prodotti con una peformance inferiore ai prodotti concorrenti più convenzionali (i.e. fabbricati con materie prime vergini).

Geografia e sviluppo infrastrutturale – si pensi, ad esempio, a quanto le grandi distanze e l’estensione dei confini geografici, dovuta alla sempre più spinta globalizzazione, impediscano od ostacolino l’applicazione della c.d. reverse logistics, la quale presuppone la gestione e la movimentazione dei prodotti a ritroso nella supply chain, dalla destinazione finale fino al produttore iniziale o ad un nuovo soggetto o luogo della catena, al fine di recuperare i resi, o smaltire correttamente il prodotto, o ancora, nei casi più avanzati, riutilizzarlo ove possibile.

Tecnologia – si possono verificare freni alla rapidità con cui si sviluppa il tasso d’innovazione e di sostituzione delle tecnologie, spesso in grado di inibire lo sviluppo di soluzioni che possano consentire un alto tasso di recupero delle materie prime seconde.

Regolamentazione – non è raro, infine, che vengano posti limitazioni anche di tipo normativo che possano rendere difficile la chiusura dei cicli e quindi la circolarità dei processi dell’industria. Si pensi, ad esempio, ai vincoli normativi all’utilizzo delle materie prime seconde, oggi di grande attualità.

Le istituzioni e i policy maker devono agire soprattutto per attuare iniziative, programmi e politiche che consentano il superamento di queste barriere, principalmente fornendo incentivi esterni per l’assunzione di comportamenti e di scelte orientate alla circolarità da parte degli attori in gioco.

Tali incentivi esterni devono derivare da policy ben progettate e in grado di agire efficacemente sulle inerzie che generano le forze centrifughe opposte alla circolarità. Se non vi sono incentivi per il consumatore ad acquistare prodotti in materiale riciclato, lo sforzo di produrne in quantità maggiori sarà vano. Se non vi sono incentivi in grado di fungere da driver per l’innovazione tecnologica nella produzione e nell’impiego di nuovi polimeri e materiali plastici di recupero, il mercato italiano rimarrà “al palo”, ovvero legato alla sola possibilità di utilizzare il PET come materia prima seconda.

Ciò riporta alla teoria di Porter, studioso di management e consulente di grandi multinazionali, che già nel 1995 aveva teorizzato e dimostrato che “solo una regolamentazione ambientale, ben progettata e opportunamente costruita, è in grado di innescare l’innovazione, di generare efficienza evitando la produzione di scarti e rifiuti inutili, o recuperandoli ove possibile, e, di conseguenza, incoraggiare fortemente la competitività delle imprese, compensando in parte o del tutto il costo della dovuta conformità legislativa”.

In che modo occorre ripensare i modelli di business per la circolarità?
Un business model rappresenta un insieme di decisioni strategiche che stabiliscono in che modo le aziende creano, trasferiscono e acquisiscono valore in base alle proprie attività interne e alle proprie relazioni con gli stakeholder, tra cui fornitori e clienti.

Il modello di business rappresenta, quindi, per le aziende un motore di competitività, che contribuisce alla definizione della propria posizione sul mercato rispetto alla concorrenza. Il design del Business Model rappresenta, per questo, una priorità strategica per le imprese anche nell’ottica dell’economia circolare. Il nuovo paradigma richiede infatti che le imprese adattino il proprio modello di business o ne creino uno nuovo. I modelli di business dell’economia circolare sono accomunati da alcuni tratti che li caratterizzano, sotto forma di stili di management, approcci innovativi, azioni cooperative o soluzioni operative. Nel processo di sviluppo di tali modelli, l’adozione di azioni tipiche dell’economia circolare – come la reverse logistic, la valutazione dello stato di usabilità dei prodotti, la redistribuzione e il riuso, il remanufacturing e il recycling – si aggiungono o si sostituiscono alle più tipiche attività imprenditoriali, richiedendo nuove tecnologie e competenze.

La value proposition delle imprese in un modello economico circolare può inoltre basarsi su sistemi di PSS (product service system), offrendo, quindi, prodotti a minore contenuto fisico, che non passino di proprietà ai clienti, rispetto ai quali i clienti possono usufruire di molteplici servizi. Si tratta di un modello di business “funzionale”, in cui i clienti pagano per un uso che possono trarre dai prodotti o servizi o per l’ottenimento di taluni risultati, che implicano il passaggio al “pay per use”.

Un ultimo elemento di interesse è la necessità di cooperare con gli attori della filiera ma anche con i clienti, basata su un nuovo modello di acquisto, basato ad esempio sull’acquisizione di un set di servizi invece che della proprietà del bene. Questa direttrice di trasformazione dei business model, che potremmo definire di “networking”, si rivela un cardine imprescindibile per l’adozione di strategie efficaci di economia circolare da parte delle imprese.

È possibile misurare la circolarità? Quale contributo possono offrire al riguardo comunità scientifica, istituzioni e aziende?
La misurazione della circolarità non solo è possibile, ma rappresenta un requisito imprescindibile per l’attuazione del percorso di transizione da un modello lineare verso un modello avente come paradigma di riferimento quello dell’economia circolare. La misurazione si fonda sul monitoraggio di aspetti fisici ed economici dei sistemi di volta in volta presi ad esame (es.: organizzazioni, filiere, settori, etc.), al fine di acquisire informazioni utili a identificare gli ambiti di miglioramento e stabilire nuove priorità. In tale contesto, diviene pertanto necessario definire precisi riferimenti per misurazione di un livello di economia circolare, standardizzabili, verificabili e soprattutto, replicabili nonostante la specificità delle attività da monitorare. Non esiste, infatti, ad oggi, un approccio di misurazione unico ed universale che consenta di cogliere adeguatamente la complessità e i molteplici aspetti coinvolti nel percorso verso l’economia circolare. Il monitoraggio di indicatori rilevanti per la circolarità aiuta a stimolare le performance a livello d’impresa, di settore e di sistema socio-economico territoriale. Nel nostro libro abbiamo condotto una ricognizione delle diverse esperienze in ambito di misurazione della circolarità, sviluppate a nel mondo scientifico, tecnico ed istituzionale, per arrivare, infine, all’approccio alla misurazione della circolarità a livello micro – e le sue articolazioni – sviluppato dai due gruppi di ricerca in cui operano gli autori: l’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna e GEO, il Green Economy Observatory dell’Università Bocconi di Milano.

Come possono rispondere le aziende all’economia circolare?
Sulla base del lavoro presentato nel nostro volume, si possono tracciare le direttrici evolutive che il management d’impresa dovrebbe seguire per poter valorizzare appieno le potenzialità dell’economia circolare.

Molte esperienze aziendali, da noi non solo analizzate, ma anche direttamente “vissute” come ricercatori impegnati sul campo a supporto delle imprese, dimostrano che le opportunità e i benefici conseguibili grazie all’attuazione di strategie e azioni di economia circolare sono non solo significativi e concretamente disponibili, ma anche alla portata delle imprese, perfino di quelle di minori dimensioni.

Per far fronte efficacemente alle sfide emergenti in termini di circolarità, il management delle aziende dovrebbe essere in grado, da un lato, di riconfigurare le risorse e le capacità esistenti e, dall’altro, di sviluppare nuove capacità per ridefinire le strategie, le strutture aziendali e i modelli di business in modo tale da “svincolarli” dal pensiero ancora dominante dell’economia lineare. Per comprendere come ciò possa avvenire, può essere utile rispondere alla stessa domanda che ci siamo posti nel nostro volume, ovvero: “quale management per l’economia circolare?”.

La transizione verso il modello economico “circolare” ha una serie di implicazioni per il management d’impresa che riguardano tutte le fasi della catena del valore (o “del ciclo di vita del prodotto” – c.d. life-cycle perspective -, se si adotta una visione dell’azienda che ricomprenda le sue interazioni con l’ambiente).

Le imprese dovrebbero innanzitutto ricercare, fin dalla fase di progettazione dei propri prodotti, materia, energia, acqua che siano rinnovabili, rigenerabili, ovvero che provengano dal riuso. La possibilità di far leva su tali risorse, dipende da e si collega strettamente ad un design innovativo, concepito e attuato ad esempio, in modo tale da progettare nuovi prodotti o servizi che siano disassemblabili, riciclabili, riutilizzabili alla fine di ogni ciclo di consumo. Anche la fase di produzione può essere strutturata in una logica di circolarità, ponendosi nella prospettiva del remanufacturing, dell’ecologia (o simbiosi) industriale; ovvero, come vedremo nel corso della trattazione, di ideare processi capaci di integrarsi a monte (componentistica) e a valle (con altre produzioni complementari) in modo da ottimizzare l’uso delle risorse.

Nella fase di distribuzione, l’indicazione principale per le imprese è organizzare la logistica in modo efficiente, riducendo al minimo gli imballaggi e favorendo una logica di reverse logistics. Quest’ultima, partendo dal luogo di consumo (o di raccolta), è finalizzata a riattribuire valore ad un prodotto che ha esaurito il proprio ciclo di vita, riconducendolo a ritroso lungo la catena di distribuzione al produttore originario o ad altro soggetto in grado di valorizzare la materia o le risorse in esso ancora contenute. Un’altra possibilità, pienamente nel solco dell’economia circolare, è quella di sostituire la distribuzione di un prodotto con l’offerta di un servizio al consumatore di “fruizione” di quello stesso prodotto, ma non cedendone la proprietà, per un periodo molto lungo, includendo manutenzione e sostituzione del prodotto a fine vita, con l’obiettivo di massimizzare il valore dei materiali e delle risorse.

Il consumo è un momento centrale della circolarità perché in esso si concentrano gli ampi spazi di azione che un consumatore consapevole (ovvero orientato alla riduzione del consumo di risorse a parità di benessere percepito) ha a propria disposizione. L’impresa dovrebbe aiutare il consumatore e il cliente ad assumere questi comportamenti. Ad esempio, supportandolo nell’utilizzare al meglio un prodotto o servizio in modalità condivisa, sfruttando al massimo il rapporto tra vita utile e utilità erogata (si pensi alle varie forme e opportunità di sharing), oppure allungarne al massimo la vita utile attraverso la riparazione o la sostituzione di parti, nonché conferirlo nel luogo migliore e con le modalità più efficaci affinché sia riutilizzato o riciclato.

Anche il momento della raccolta deve essere concepito in modo tale da consentire, da un lato, alle risorse riutilizzabili di non assumere la natura di rifiuto, ma di essere recuperate (recover) e reimmesse nel mercato dopo l’opportuna preparazione; dall’altro, ai rifiuti differenziati di essere separati in modo da massimizzare la qualità delle materie riciclate. Infine, la fase del riciclaggio deve infine essere connessa alle molteplici filiere che si originano dalle materie prime seconde, perché esse diano luogo a nuovi prodotti finiti o ritornino in ciclo all’interno del sistema produttivo, realizzando operativamente tutti quegli ambizioni obiettivi che le stesse definizioni di economia circolare, da cui è partita questa intervista, si pongono sul piano dei principi generali.

Fabio Iraldo è professore ordinario di Economia e gestione delle imprese presso l’Istituto di Management della Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna di Pisa, dove co-coordina il gruppo di ricerca SuM – Sustainability Management. Dal 1994 è Research Fellow presso GREEN (Center for Geography, Resources, Environment, Energy and Networks) dell’Università Bocconi e dal 2014 è co-direttore di Geo, il Green Economy. È vice-direttore del centro interuniversitario Cesisp – Circular Economy, Simbiosi Industriale e Sostenibilità dei Prodotti, creato con l’Università di Genova. Ha pubblicato più di 100 articoli su riviste scientifiche nazionali e internazionali.

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