Prof. Guido Cappelli, Lei è autore del libro Maiestas. Politica e pensiero politico nella Napoli aragonese (1443-1503) edito da Carocci: quali furono i capisaldi ideologici del potere aragonese?
Maiestas. Politica e pensiero politico nella Napoli aragonese (1443-1503), Guido CappelliLa politica degli Aragonesi a Napoli è stata oggetto di grande controversia storiografica. Negli ultimi anni, grazie alla collaborazione di più discipline e all’incontro sistematico tra studiosi che abbordano la questione da diversi e complementari punti di vista, si sta riscoprendo in tutta la sua portata la grande operazione di costruzione statuale portata avanti dagli Aragonesi. Personalmente, lavoro a questo tema ormai da più di venticinque anni, da quando cioè presentai come Tesi di laurea un lavoro sul Principe di Giovanni Pontano (capofila degli umanisti della Napoli aragonese), lavoro che nel 2003 sfociò nell’edizione critica dell’opera, per la Salerno Editrice. In questi anni ho potuto scoprire che l’elaborazione ideologica a Napoli fu particolarmente intensa e originale. Vi fu una straordinaria sinergia tra gli intellettuali (soprattutto l’avanguardia costituita dagli umanisti) e un potere politico gestito da governanti illuminati (per gli standard dell’epoca), i quali promossero coscientemente la sovranità dello Stato su basi etiche e laiche. Il potere, cioè, non si giustifica più solo per la discendenza dinastica e la sanzione divina, ma per la capacità del governante di convincere, con la prassi, col discorso e con la condotta personale, una nascente opinione pubblica e, in generale, i popoli.

La corte di Napoli in quest’epoca fu una delle più raffinate e aperte alle novità culturali del Rinascimento.
L’umanesimo arrivò relativamente tardi a Napoli, solo dopo la conquista di Alfonso d’Aragona, il Magnanimo, a partire dagli anni trenta del Quattrocento, e poi dopo l’insediamento definitivo nel Regno, dal 1442. Fu, inizialmente, un umanesimo “di importazione” e voluto dall’alto. Napoli si riempie di grandi umanisti provenienti da tutta Italia e chiamati espressamente da Alfonso, il quale crea anche una sontuosa biblioteca pubblica, una delle maggiori del tempo, istituisce borse di studio per alunni meritevoli, promuove le carriere degli intellettuali di corte ecc. Con il suo successore Ferrante quest’azione s’intensifica, incrementando la presenza di intellettuali autoctoni, anche in posti di alta responsabilità politica: è celebre e paradigmatico il caso di Giovanni Pontano, umanista di primissimo piano che arriverà a essere primo ministro del Regno. Sul piano squisitamente culturale, Ferrante riapre l’Università (1465) e, in definitiva, promuove con grande intensità la politica culturale, in sintonia con altri grandi centri della Penisola. La letteratura può avere funzioni diplomatiche, come quando Lorenzo il Magnifico disattiva un conflitto con Firenze scendendo a Napoli e recando in dono una preziosa antologia di poesia toscana con prefazione del Poliziano, la celebre Raccolta aragonese.

Nel Suo libro Lei descrive come la storiografia sia spesso stata strumento di propaganda politica: ad esempio nel caso della congiura dei baroni.
L’opera di costruzione statale messa in atto dagli Aragonesi aveva evidentemente nei baroni (cioè l’aristocrazia feudale) i suoi nemici giurati. Furono le riforme promosse da Ferrante – il più longevo e il più lucido politicamente degli Aragonesi – a scatenare la congiura. In realtà, la storiografia funzionò da supporto alla monarchia più nell’epoca di Alfonso, quando si trattava di legittimare una conquista militare e presentarla come positiva per il Regno. Con Ferrante, e in particolare nel rapporto coi baroni, contò di più la trattatistica teorico-politica. Anche se una parte della critica ha ancora difficoltà a accettarlo, i grandi trattati del secondo Quattrocento sulla costruzione dello Stato e sulla formazione del principe costituiscono l’avanguardia del pensiero politico italiano dell’epoca, ma funzionarono anche come legittimazione e al tempo stesso ispirazione, sul piano teorico, dell’azione politica dei sovrani, per esempio sul punto, delicatissimo, della repressione per disobbedienza o sedizione, la definizione dell’alto tradimento, il crimen lesae maiestatis.

Il libro in realtà tratta anche della proposta politica umanistica: in cosa consisteva?
A questa domanda risponde in una certa misura quanto detto in precedenza. Il pensiero aragonese è parte di quello italiano (che possiamo definire umanesimo politico), ne è ispirato e a sua volta lo ispira. Si trattò di una grande proposta che vedeva la politica come un affare interamente umano, laica, libera da ipoteche metafisiche e autonoma, cioè obbligata a legittimare il potere attraverso le qualità del governante, tecnicamente dette virtutes. Solo un comportamento, pubblico e privato, di eccezionale virtù – sotto la guida diretta degli intellettuali umanisti – può giustificare l’esercizio del potere ed evitare la taccia, potenzialmente mortale, di “tiranno” – colui cioè che invece di procurare il bene pubblico (bonum commune) ricerca l’interesse privato. Questa importanza concessa al comportamento individuale spiega perché non vi sia una differenza sostanziale tra testi di ambiente monarchico o signorile e testi di provenienza “repubblicana”. In realtà, la forma istituzionale per l’umanesimo politico è secondaria rispetto alla moralità e alla capacità di chi governa – anche perché la realtà storica dell’Italia era fatta di stati regionali tendenzialmente autocratici (le cosiddette “Signorie”), comprese le città che, come Firenze o Venezia, si proclamavano ancora formalmente repubblicane. Ciò rende abbastanza irreali e anacronistiche certe ricostruzioni anglosassoni del nostro Rinascimento, come quelle di Skinner o Viroli. Infine, è importante sottolineare che, in ultima istanza, il controllo dell’operato del governante, nell’umanesimo politico, è demandato al popolo, il corpus sociale che scruta continuamente le azioni del sovrano, che, in questo senso, devono essere sempre, radicalmente pubbliche, visibili e dunque controllabili. In questo senso, l’umanesimo politico ha ancora qualcosa da dire al nostro tempo.

Che eredità politica e culturale lasciò il breve dominio napoletano della dinastia alfonsina?
Questa è una domanda complessa cui stiamo cercando di dare risposta proprio in questa fase della ricerca, in sinergia con i colleghi storici, filologi, filosofi. Da una parte, l’esperienza aragonese fu unica: Napoli non avrebbe riconquistato l’autonomia se non molti secoli dopo e in circostanze molto diverse. Il Regno cessò di essere tale e diventò un Viceregno della Spagna: ciò fu motivo di sofferenza da parte dei corpi sociali della città e ne causò sicuramente una certa decadenza. D’altra parte, gli Spagnoli ripresero molte delle istituzioni create o riformate dagli Aragonesi e proseguirono nell’opera di neutralizzazione dell’aristocrazia, anche se non ebbero assolutamente la stessa fiducia e la stessa collaborazione con il mondo intellettuale e preferirono il compromesso e la cooptazione col baronaggio. È importante evitare una visione troppo continuista: in realtà la parte migliore dell’esperienza aragonese (autonomia della politica, controllo del potere, laicismo) si perse nelle epoche successive; allo stesso modo in cui il raffinato pensiero politico umanistico, basato sulle arti della parola e della pace, cederà in tutta Italia il posto, a partire dal primo Cinquecento, alla politica delle armi e del segreto, tipica delle grandi monarchie neofeudali d’Europa. Ciò che senza dubbio si conservò, sia pure in modo spesso sotterraneo, fu l’eredità culturale umanistica: la stessa che riaffiorerà nei secoli e darà nomi imperituri come Telesio, Vico o Croce.