Maestri. Memorie e racconti di un apprendistato, Paolo CherchiProf. Paolo Cherchi, Lei è autore del libro Maestri. Memorie e racconti di un apprendistato edito da Angelo Longo: cosa significa insegnare letteratura italiana all’estero?
È un insegnare che essenzialmente è un “vendere”. Parlo soprattutto dell’America, degli Stati Uniti, perché è un ambito di cui ho esperienza diretta e perché in America è nato il modello dei “dipartimenti di lingua” che è stato imitato un po’ ovunque e che ha incrementato la presenza di “italianisti” nelle università dove una volta quel ruolo era coperto dal “lettori” che l’Italia mandava all’estero. Dicendo che insegnare significa “vendere” non voglio sembrare venale né alimentare il mito che in America contino solo i soldi, ma significa far valere e apprezzare la letteratura italiana che normalmente è pressoché sconosciuta fra gli stranieri, a parte pochissimi nomi. Ed è un vendere che deve competere con tutte le altre letterature nazionali, materia anch’esse d’insegnamento, e fra le quali predominano la francese e la spagnola, la prima per il prestigio e la seconda perché lo spagnolo è molto parlato in America. Ora, l’italianista deve rendersi conto che tutte le letterature straniere, inclusa la nostra, sono accolte nella misura in cui aiutano a comprendere la letteratura della nazione ospite. Per intenderci: agli italiani interessano poco o niente i poeti medievali inglesi, forse con eccezione di Chaucer, però sono molto curiosi di conoscere il romanzo inglese sette – ottocentesco. Gli americani si attengono al canone fissato dagli inglesi, quindi si interessano primariamente ai nostri autori medievali e al nostro Rinascimento, ma hanno scarsissimo interesse per altri autori incluso Leopardi o Manzoni. L’italianista che voglia avere studenti (e il loro numero in fondo giustifica il suo insegnamento e in fondo il suo lavoro) è quasi sempre obbligato a tenere corsi su Dante, Boccaccio, Ariosto, Castiglione, Machiavelli…. e poi sui contemporanei, come Calvino: gli autori che ho citato sono “la letteratura italiana” che interessa agli studenti americani, anche se non è detto che queste siano regole scritte in un qualche super-programma. Io da studente ho seguito corsi su Metastasio o su Verga, ma ero iscritto ad un programma di dottorato, e qui la funzione dell’italianista è più aperta. È una funzione che sta cambiando perché oggi con il calo delle iscrizioni nelle discipline umanistiche, molti italianisti espandono i loro programmi insegnando cinema perché “si vende” bene, nel senso che attira un numero alto di studenti. Nessun limite, invece, nel campo della ricerca personale: l’America in questo campo continua ad essere una terra di libertà intellettuale, e l’italianistica Americana produce studi su tutti i periodi anche se la parte del leone la fanno sempre Dante e il Rinascimento. Italianisti di primo piano come Gustavo Costa a Berkeley e Franco Fido ad Harvard hanno scritto molto sul Settecento ma il loro insegnamento verteva principalmente su temi più “popolari”. Immagino che un Dionisotti a Londra nel college di Bedford non abbia tenuto corsi sulle materie che più gli interessavano e su cui ha scritto da grande maestro quale era.

Per quanto riguarda il metodo dell’insegnamento, la tendenza generale è quella di seguire le metodologie dominanti: molti italianisti adottano approcci formalisti, e oggi si tende molto a fare “cultural studies”, per cui è di moda Gramsci, ma non quello della “letteratura nazional-popolare”, bensì quello della “egemonia”. Nel complesso gli italianisti in America rappresentano una “letteratura di servizio”, e pertanto per “vendere” bene questa letteratura si deve cercare di fare un passo in più nella direzione del comparativismo, cercando di inserire autori italiani in contesti più ampi di quelli strettamente limitati al “servizio” che dicevo. L’italianistica attuale è di livello molto più alto di quanto non lo fosse negli anni ’50 quando l’italiano conobbe una ripresa esponenziale dopo gli anni del discredito in cui era caduto nel periodo fascista. Purtroppo è anche vero che negli ultimissimi anni si registra un calo delle iscrizioni, ma è un fenomeno che procede in sintonia con la crisi generale degli studi umanistici e della letteratura in particolare, a cominciare da quella inglese.

Come si svolge l’apprendistato di chi insegna letteratura italiana all’estero?
Esiste — e parlo sempre degli Stati Uniti — un tirocinio che comincia con gli studi ‘undergraduate” al College, cioè studi non specializzati, in cui uno studente può scegliere un indirizzo verso una materia e magari apprendere bene una lingua (la scelta è libera, ma ogni studente deve apprendere o studiare almeno per due anni una lingua straniera) e seguirla per i quattro anni del College. Negli ultimi due anni segue corsi di letteratura in quella lingua, quindi scrive una tesina e consegue il Bachelor’s Degree. Se ha interesse a continuare gli studi specializzati di letteratura italiana, si iscrive ad un’università o graduate school che abbia un dipartimento di Italiano, e consegue prima un Master e poi un PhD. I corsi di studio e i programmi cambiano da università a università, ma non possono essere tanto diversi perché è importante raggiungere uno standard di competenze professionali senza le quali è difficile trovare una sistemazione. La mira fondamentale è quella di raggiungere un livello di conoscenze ritenute imprescindibili. È impensabile, ad esempio, che un PhD in Italiano non abbia letto il Cortegiano o l’Orlando Furioso, per citare solo due testi che raramente i laureati italiani conoscono integralmente. Insomma, un sistema è buono non quando è disegnato per produrre dei geni, ma per garantire che tutti gli utenti raggiungano le competenze che gli consentano di esercitare una professione. Se poi è un genio, lo mostrerà in seguito, ma mentre vive dentro il sistema deve apprendere quello che tutti i professionisti devono saper fare con professionalità. Per intenderci: se uno è tagliato per fare solo bibliografie, apprenderà certamente a farle bene.

Quali sono i maestri che l’hanno guidata?
Io mi sono laureato in Italia con un filologo romanzo, e questa è la disciplina alla quale mi sarei voluto dedicare, ma non ho potuto farlo perché, venuto in America per completare le ricerche iniziate con la mia tesi di laurea, mi sono trovato a fare l’italianista, sia perché in America non esiste la filologia romanza come la si pratica in Italia, sia perché il dipartimento di Italiano di Berkeley in California mi dava la borsa di studio per sostenermi e seguire i corsi per un PhD in Italiano. Però ho continuato a studiare filologia romanza “a distanza”, tenendomi in contatto con filologi italiani ma dovendo anche collaborare con italianisti americani spesso di formazione italiana. Nel libro racconto un po’ la storia di questo mio apprendistato, dai miei primi passi fatti a Cagliari sotto la guida del mio primo maestro, Alberto Del Monte, poi con maestri ispanisti incontrati durante un mio biennale soggiorno in Spagna — fra questi ricordo in particolare, un ispanista di Los Angeles, Joseph Silverman. E poi in America ho conosciuto italianisti che come me si erano laureati in Italia, ma in filosofia o in inglese, e si erano riciclati come “italianisti” una volta arrivati in America, e da loro ho appreso molte cose, soprattutto come fare l’italianista in America. Alcuni di loro sono i maestri dei quali parlo nel mio libro. Ora sono tutti scomparsi, e di qualcuno avevo scritto un necrologio. Ad un certo punto mi sono reso conto che quei ricordi inamidati nelle formule del “necrologio” non dicevano molto né delle loro qualità personali né del mio rapporto con loro. Ho pensato che organizzando questi ricordi in ordine cronologico, aggiungendone dei nuovi e intrecciandovi la storia del mio apprendere da loro poteva creare una sorta di “autobiografia”, una storia del mio apprendistato da italianista, e mi rendevo conto che la mia poteva essere la storia di tanti italiani che, formatisi in Italia, si trapiantano negli USA e diventano italianisti. Da questa storia emerge una specie di dramma esistenziale tipico di ogni italianista che professa in America: deve cambiare lingua, che vuol dire spesso cambiare anche una gamma di valori e di prospettive; deve adottare un canone di studi diverso da quello appreso nelle nostre università; deve pensare non ad uno ma almeno a due pubblici perché  se scrive in italiano non viene letto in America e se scrive in altra lingua non viene letto in Italia …, e nel complesso non è più un italiano come i suoi colleghi che praticano in Italia, e non è mai pienamente americano per cultura e per mentalità. Il libro illustra in buona parte questo dramma, per cui è un libro in cui molti dei miei colleghi si possono riconoscere. Dirò di più: credo che tutti gli italianisti che insegnano all’estero vivano un’esperienza analoga.

Ma per tornare a quelli che mi sono stati i maestri, oltre ai già menzionati ricordo in ordine Gustavo Costa, Aldo Scaglione, Bernard Weinberg, Theodore Silverstein, Joseph Fucilla, — sono tutti maestri del mio primo periodo americano — Michelangelo Picone, quindi Cesare Segre, Alberto Varvaro, Domenico De Robertis, Arnaldo Momigliano, Brian Dutton, Danilo Aguzzi Bargagli, Nicola Tanda e, l’unico vivente, Pedro Cátedra. Molti di essi risulteranno sconosciuti ai lettori di questa intervista, ma sono tutti per me “maestri” sia per quel che mi hanno insegnato, sia perché mi hanno aiutato a scoprire e poi a sostenere una vocazione, se posso permettermi di usare paroloni del genere. Vero maestro è colui che ispira e che fa amare una disciplina, e non quelli che impartiscono sapere ma non suscitano empiti di emulazione e di gratitudine. I veri maestri spesso non insegnano dalla cattedra, ma molto più spesso trasmettono tesori di sapere e di esperienza in una semplice conversazione. Maestri come Costa e Scaglione mi fecero capire con il loro esempio che per fare bene e in modo relativamente felice l’italianista in America bisogna “aprirsi” all’America, apprendere del molto che l’America offre perché solo apprendendo si ha modo di farsi ascoltare. Dei grandi filologi romanzi italiani che ho nominato non devo aggiungere altro, ma non posso omettere il fatto che da romanisti erano anche loro molto aperti a quel che succedeva fuori dell’Italia. Ad altri come a Theodor Silverstein devo moltissimo per quello che mi ha insegnato e per come me lo ha insegnato. Non sono mai stato un allievo diretto di Arnaldo Momigliano ma lo ho frequentato per una quindicina d’anni perché insegnava periodicamente all’University of Chicago dove io ho fatto praticamente la mia carriera accademica per circa quarant’anni. Chi frequentava Momigliano ne usciva arricchito dal suo sapere impareggiato e dal suo modo di capire da storico, ossia per causas, i fenomeni culturali. E tutti gli altri mi hanno fatto capire tante cose, e se non furono proprio maestri di “conoscenze tecniche” lo furono di conoscenze vitali.

Quale attenzione e quale valore ha la letteratura italiana all’estero?
Credo di aver risposto in parte a questa domanda quando cercavo di spiegare cosa comporti il lavoro di insegnare letteratura italiana all’estero. Di solito tale importanza è molto minore di quella che immaginiamo. Si ha un po’ l’impressione che la letteratura italiana sia andata in pensione dopo il fulgido periodo rinascimentale ed è questa impressione che in gran parte determina la funzione dell’italianista all’estero, sempre combattuto tra l’impresa di abbattere quel pregiudizio o di accettarlo per amor di pace e anche di lavoro. Per un italianista è importante ricordare che il suo lavoro è almeno in parte quello di far conoscere la nostra letteratura, ma non può pensare di avere grande seguito se fa un corso su “Parini e l’illuminismo lombardo”, come feci io a Cagliari quando vi insegnava Giuseppe Petronio. Avrà un pubblico considerevole se tiene un corso su Dante o su Boccaccio – e spesso questi corsi si tengono in inglese al livello undergraduate perché sono autori che interessano anche agli studenti di letteratura inglese e medievale in generale. Avrà un discreto seguito se tiene un corso sul Futurismo o sul Neorealismo, ma avrà pochissimi studenti e solo di dottorandi se tiene corsi sul Barocco o sul Romanticismo. In termini più generali, la letteratura italiana è poco conosciuta e quindi poco considerata, e l’italianista deve stabilire se ciò costituisca un vantaggio perché gli consente di far scoprire la letteratura italiana a studenti che hanno nozioni vaghe e verginali in questo campo; oppure se ciò gli imponga di limitarsi ad insegnare quegli autori di cui la sua audience ha una nozione per quanto vaga essa sia.

Lei si sente un ‘cervello in fuga’?
No, per niente. Quando lasciai l’Italia, nel 1963, non si “fuggiva” perché era un periodo in cui non era difficile trovare lavoro in Italia. Se fossi rimasto dopo la laurea mi sarei sistemato anch’io come hanno fatto tanti miei amici, insegnando o all’università oppure in dignitosissimi licei. Io andai a Berkeley contando di rimanervi per un periodo sufficiente per completare una ricerca. Nel periodo che trascorsi in Spagna conobbi molti studenti e studiosi americani che mi parlavano delle biblioteche americane tanto che sognavo di frequentarle. In effetti, arrivato in America constatai che erano veramente biblioteche ricchissime e funzionanti con una perfezione che in Italia non avrei mai immaginato. Non sono più tornato in Italia, eccetto che per visite di famiglia, e solo quando sono andato in pensione, ho ceduto al “richiamo dei cervelli” e sono andato a Ferrara dove ho tenuto la cattedra di letteratura italiana per sette anni (2002-2009). Non ho mai sentito l’America come una terra d’esilio o di un espatrio coatto. Mi sono ambientato e ho appreso ad apprezzare una civiltà diversa dalla nostra. Quasi tutti i miei amici italiani che vivono in America non tornerebbero più in Italia perché si sono “ambientati” in una cultura nuova, non migliore e non peggiore, ma semplicemente “altra”. Si apprende con il tempo a non fare paragoni perché presto si rivelano ingiusti nei riguardi dell’una e dell’altra cultura, le quali, essendo veramente “diverse”, sono di fatto non paragonabili.  Dirò di più: da lontano si valuta con maggior serenità il mondo italiano. È vero per altro che vivendo all’estero e insegnando una letteratura straniera è inevitabile sentire un senso di “displacement” che è dovuto a quanto dicevo: l’italianista in America, e probabilmente ovunque, diventa per necessità un italianista che si allontana dal contesto nel quale si è formato, e deve reinventarsi in terra straniera. È un errore che si compie spesso di vivere e professare all’estero senza dialogare con i nuovi vicini di casa perché si diventa stranieri due volte: in Italia, perché questa procede per conto suo e non la si può seguire da lontano, e in America dove è facile estranearsi se si vuole essere semper fidelis alla terra natia. Questo “displacement” non esiste fra gli italianisti formatisi in università americane: di solito sono molto orgogliosi di insegnare italiano, almeno molto più di quanto non lo siano gli italianisti trapiantati.

Quali difficoltà e quali opportunità comporta la scelta di vivere all’estero?
Per “estero” intendo specificamente gli Stati Uniti. Le difficoltà di viverci sono reali ma superabili. Si tratta di imparare a superare il forte pregiudizio che l’America sia paese del “capitalismo selvaggio”, e che sia anche un paese “barbaro” perché non usa il sale grosso o perché si cena alle sei di sera o si beve il latte dal frigorifero; e con il tempo si apprende a capire che quei difetti comportano anche dei benefici pratici. È un mondo piuttosto difficile se pensiamo di cambiarlo magari secondo le idee politiche e culturali che ci portiamo dietro. In genere si vive male se si pensa di fare il padrone di casa in terra altrui. La cosa più difficile, almeno per me, è accettare molte delle sue manifestazioni sul piano della giustizia e dei costumi regolati da una cultura di matrice protestante, e quindi severa più di quanto non lo sia quella cattolica. Ma visti da un altro punto di vista questi tratti culturali costituiscono dei vantaggi: comportano il rispetto delle opinioni altrui, il rispetto del lavoro, la fiducia nella parola … L’America è il paese fatto da emigrati, ma il miracolo è come tutti vengano assimilati e tutti conservino la “identity” originaria. Naturalmente non è il paradiso; ma prevale un pragmatismo che offre tanti vantaggi pratici anche per chi studia, che è il tema che ci riguarda più da vicino. E si comincia dalle biblioteche. Se, per esempio, nella biblioteca della mia università manca un libro, posso richiedere in modo semplicissimo che lo acquistino, e di solito tale richiesta viene accolta. Biblioteche come quella della University of Chicago che ha oltre dodici milioni di volumi, che funziona a scaffale aperto, che è aperta al prestito, e dove i bibliotecari sono al servizio dei lettori, sono cose che nelle biblioteche nostrane sono impensabili. Non dico della snellezza burocratica in quasi tutti i settori della vita civile, dell’attendibilità dei servizi e delle cure mediche: sono cose che rendono la vita comoda. E non è vero che solo chi ha mezzi può studiare: gli esempi di Clinton e di Obama dovrebbero smentire questa leggenda. Ma quello che più conta per lo studioso che venga dall’estero è la libertà di muoversi come meglio pensa di fare. L’America è un paese generoso e poco regolato da pregiudizi ideologici: ai miei tempi in Italia non si poteva scrivere se non seguendo la linea critica o marxista o cattolica; in America sono cose che contano poco, e io, ad esempio, ho goduto di ogni indipendenza possibile nel fare lavori eruditi anche quando le mode prevalenti erano di tipo formalistico. Infine un grande vantaggio di vivere all’estero è che da fuori si vede l’Italia in un contesto mondiale, e, tutto sommato, non la si vede né migliore né peggiore di tante altre nazioni. Si diventa un po’ cosmopoliti e si perde molto del provincialismo in cui inevitabilmente cade chi non vede altri che sé stesso.

Quali consigli si sente di dare a quanti oggi lasciano l’Italia per trovare lavoro negli Stati Uniti e altrove?
Apprezzo molto questa domanda visto che oggi molti laureati italiani cercano lavoro nelle università americane. E anche se oggi non è più facile come una volta trovarlo, consiglierei a tutti gli studenti di studi umanistici di fare un’esperienza americana. Intanto svanirebbero molti dei pregiudizi che si hanno nei riguardi della cultura americana: non è la cultura “dei soldi” come si pensa. Si comincia facendo domanda di iscrizione ad un dipartimento di Italiano o di Romance Languages. Se si viene accettati vuol dire che si ottiene una borsa di studio che consiste in un uno stipendio che consente di vivere discretamente anche con coniuge e figli. Lo studente di solito deve insegnare lingua italiana mentre segue i corsi per il suo dottorato. Una volta ottenuto il titolo cerca lavoro presso le università che hanno programmi di italiano. Ai miei tempi il problema non era trovare lavoro ma scegliere la sede dove praticarlo; oggi, però, le cose sono cambiate in peggio, e trovare lavoro non è più facile. Vale la pena comunque fare un’esperienza americana e conoscere un mondo di cui tanto si parla e si sparla, e magari trovare altre possibilità di impiego. Forse si trova lavoro in un piccolo college sperduto nello stato del Dakota o delle Wyoming, ma se così dovesse andare, non è la fine del mondo: oggi le distanze sono diverse da quelle che si coprivano con il piroscafo e con gli aerei a elica come ai tempi in cui io venni in America. E l’internet e il prestito librario consentono di fare ricerca ovunque. Poi l’America è il paese della mobilità e anche le sedi di lavoro cambiano. Se uno studioso si fa notare, si muove con facilità e anche con vantaggi economici perché le chiamate sono “contrattate” e normalmente lo stipendio è una delle condizioni. Per i i giovani italiani di oggi è più facile muoversi e ambientarsi perché sono molto più aperti al mondo di quanto non lo fosse la mia generazione; di solito conoscono benino o benissimo l’inglese e non fanno storie se trovano che gli spaghetti sono stati cotti con il sale fine. La motivazione principale deve essere quella di continuare a studiare e non semplicemente di trovare un lavoro accademico: non lo si trova se si crede di trovare le porte aperte. È probabile che inizialmente un laureato italiano si trovi scontento: le lezioni gli sembreranno di livello elementare e di tipo manualistico, e sarà vero. Ma con il tempo si renderà conto che quel metodo punta a creare quella solidità di base che a noi spesso manca. E come sempre, diventano inevitabili i paragoni. Si rimpiange l’Italia dove spesso i professori d’italiano sono splendidi maestri di eloquenza e si studia solo “un problema” (il corso monografico”) perché si ritiene che “formi” lo studente a pensare. Sarà vero, ma quello studente imparerà la storia della letteratura leggendo un manuale, e non scriverà una sola pagina prima della tesi, mentre uno studente in America si formerà leggendo i testi e scrivendo un “paper” per ogni corso che segue. I giovani che pensano di trovare lavoro in America non devono aver timore di farlo: troveranno un paese aperto agli stranieri, e colleghi italianisti di ottima qualità. I quali fanno di tutto per far apprezzare la nostra letteratura, magari entrando a far parte dei gruppi di “comparative literature” o inserendo i nostri autori in convegni nazionali e internazionali. Un po’ di orgoglio nazionale fa bene; è prudente, però, e positivo non ritenersi superiori e assumersi il ruolo di “civilizzatori”: gli americani furono fra i primi “colonizzati” a ribellarsi.

Paolo Cherchi. Laureato in lettere (1962), PhD in Romance Languages and Literatures, University of Berkeley California (1966); ha insegnato Letteratura italiana, Letteratura spagnola e Linguistica romanza all’University of Chicago (1965-2003), e Letteratura italiana all’Università di Ferrara (2003-2009). È socio straniero dell’Accademia dei Lincei. Fra i suoi ultimi libri segnaliamo Il tramonto dell’onestade (Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2016), Tirante ammiraglio. Studi sul Tirant lo Blanch (Modena, Mucchi, 2018), e Petrarca maestro. Linguaggi dei simboli e delle storie (Roma, Viella, 2028).