“Madri, madri mancate, quasi madri. Sei storie medievali” di Maria Giuseppina Muzzarelli

Prof.ssa Maria Giuseppina Muzzarelli, Lei è autrice del libro Madri, madri mancate, quasi madri. Sei storie medievali edito da Laterza: cosa significava, per le donne del Medioevo, la maternità?
Madri, madri mancate, quasi madri. Sei storie medievali, Maria Giuseppina MuzzarelliEssere madre era una un’esperienza ovviamente diffusa nel periodo medievale (come lo è stato prima di quel periodo ed ha continuato ad esserlo anche dopo) e per le donne era un grande rischio considerato anche il numero alto di parti ai quali sottoporsi per riuscire ad arrivare ad avere almeno qualche figlio che si faceva adulto. Era infatti altissima la mortalità infantile e molto alta anche quella delle donne al parto. Si mettevano al mondo 10- 12 figli e più e spesso non diventavano adulti che pochi di loro. Ma non di questo parlo nel libro “Madri, madri mancate, quasi madri. Sei storie medievali”. Cerco invece da ricavare dalle fonti in nostro possesso elementi in grado di restituire la coscienza delle donne delle qual parlo del loro rapporto con i figli: un rapporto certamente molto diverso da quello che oggi intratteniamo con i pochi bambini che mettiamo al mondo eppure per certi versi prossimo alla nostra sensibilità. Coscienza di madri alle prese con il tema della cura, del prendersi cura.

Soprattutto mi interessava mettere in luce il fatto che anche allora, come ora, ci sono stati molti modi di “fare la madre” più che di “essere madre” e che l’esperienza di essere madri nel lungo Medioevo occidentale presenta molte sfaccettature e altrettante varianti, tutte culturalmente e socialmente determinate.

Ho scritto questo libro per cercare qualche elemento di risposta ad alcune domande dell’oggi: sono davvero così inediti i modi attuali di concepire la maternità? Madri surrogate, famiglie allargate e difficili armonizzazioni fra vita e carriera appartengono solo alla nostra contemporaneità? Ragionare sulla funzione materna in età medievale è un modo per rispondere a dubbi attuali e per avvicinarci a un’epoca matriciale rispetto a molti nostri modi di pensare e di essere. Ma è un modo anche di sottolineare differenze e specificità.

Cosa accomuna le storie da Lei scelte?
Nel libro mi occupo di figure molto diverse tra loro, di donne molto distanti tra loro nel tempo e nello spazio ma anche per appartenenza sociale. C’è Dhuoda nobile franca vissuta nel IX secolo, al tempo delle furenti lotte che seguirono la scomparsa di Ludovico il Pio; c’è Matilde di Canossa (XI secolo), donna potentissima, quasi re ma delusa nelle sue aspettative di maternità; c’è Caterina da Siena, la santa, che pur non avendo figli ha agito e scritto da “grande madre” italiana; c’è Margherita Bandini, nata nel 1360, moglie dell’importante mercante pratese Francesco Datini che non riuscì a dare un erede al marito ma crebbe come fosse sua figlia la bambina che egli ebbe con una schiava; c’è Christine de Pizan (1365-1431ca) , prima intellettuale di professione che, rimasta vedova, inventò il suo destino mettendo in gioco la sua cultura e riuscì a dare un’onorevole sistemazione ai suoi figli anche grazie alla carriera fatta; c’è Alessandra Macinghi Strozzi, nata nel 1406, ben presto vedova di un esule, che ha fatto da madre e padre ai suoi cinque figli. Storie diversissime eppure accomunate da un modo profondo e consapevole di essere madri e di agire da madri anche senza aver fatto l’esperienza biologica della maternità. Si può dire che quando nasce un bambino non sempre nasce una madre: se ciò è vero è anche certamente vero che si registrano casi, tutt’altro che rari, di grandi madri che non sono mai state fisicamente tali.

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Nel libro Lei presenta figure di madri autentiche anche oltre l’effettiva esperienza biologica, come Margherita Datini: in che modo la sua storia è esemplare?
La storia di Margherita Datini è rappresentativa di una possibilità che forse non è stata abbastanza messa in luce, quella di realizzare una famiglia allargata, composta da bambini che vivevano presso una coppia che non era quella genitoriale assieme ai figli naturali della coppia o assieme a figli di altre persone che convivevano sotto lo stesso tetto. Margherita non ebbe figli nonostante ripetuti tentativi e nonostante le cure di cui si era capaci all’epoca ma accolse e crebbe come una figlia la piccola Ginevra nata fuori dal matrimonio. Di fatto governò una famiglia sparsa e vasta nella quale non mancavano i bambini che costituivano una sorta di “brigata” della quale lei si prese cura. All’epoca risultano tutt’altro che infrequenti le forme di maternità surrogate e temporanee a cui assistiamo nella storia della coppia Datini. Sta di fatto che Margherita, che pure non ha mai partorito, è stata madre, si è sentita madre ed è stata riconosciuta come tale.

Matilde di Canossa e Caterina da Siena costituiscono esempi di donne in azione oltre la sfera domestica: in che modo esse vivono la loro mancata maternità?
Delle sei donne di cui mi sono occupata in questo libro tre sono state effettivamente madri e tre no e non lo sono state per ragioni diverse: diverse almeno le ragioni di Caterina rispetto a quelle di Matilde di Canossa e di Margherita Datini. Le ultime due non sono riuscite ad avere i figli che pur avrebbero desiderato mettere al mondo. O meglio, Matilde ebbe una bimba che morì poco dopo la nascita e tentò una seconda volta e con un secondo marito di dare la luce a una creatura ma senza successo. Matilde donna potente che ha osato agire, spesso sola, come un uomo, è finita all’angolo perché, donna, non è riuscita ad essere madre. Come non ci è riuscita Margherita. Quanto a Caterina Benincasa, che ha scelto di non sposarsi e di non essere madre, mi è parso importante mettere in luce l’atteggiamento, che si ricava dalle sue centinaia di lettere rivolte a diverse categorie di persone, dai più potenti ai più umili. A tutti si rivolgeva con la medesima formula: “scrivo a voi con desiderio di….” e seguiva la specificazione dei “desiderata”. A tutti scriveva specificando cosa si aspettava da loro per condizionarli ed esercitando una sorta di soft power come una madre partecipe, intrusiva e sempre pronta al sacrificio: in questo senso ho parlato di “grande madre” italiana.

Christine de Pizan rappresenta un esempio di «donna in carriera» ante litteram: come seppe destreggiarsi tra famiglia e professione?
Christine de Pizan negli ultimi anni ha attratto l’interesse di numerose studiose e studiosi che a più riprese hanno messo in luce la straordinarietà della sua figura di intellettuale. Meno trattata la sua figura di madre. Come spesso accade quando una donna riesce a entrare, il che accade raramente, nei libri di storia, la dimensione personale risulta ignorata o addirittura rimossa, quasi che la ordinarietà del ruolo materno togliesse importanza alla straordinarietà complessiva della donna andata oltre i limiti del suo genere. A me invece interessava proprio capire come è riuscita a tenere insieme “vita e carriera”. E ci è riuscita. Proprio grazie al prestigio guadagnato come intellettuale contesa da più corti e capace di accogliere diverse commesse ha potuto sistemare i suoi figli Jean e Marie e assicurare loro una vita all’altezza dell’ambiente cortese in cui Christine aveva vissuto prima al seguito del padre e poi per propri meriti. Ho cercato di coglierla in azione come madre mentre si stava affermando come scrittrice ed anche di capire, per quanto è stato possibile, il ruolo giocato da sua madre nella vita di Christine. L’ultima opera di Christine è dedicata a Giovanna d’Arco, una sorta di figlia ideale, l’incarnazione della sua tesi generale circa le potenzialità del suo genere e l’onorabilità delle donne. In Christine dunque si combinano più dimensioni, non solo quella di donna e di intellettuale (all’epoca difficilmente conciliabili) ma anche quella di madre reale e di madre ideale e ciò offre un’altra possibile lettura di questa straordinaria figura femminile.

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