“Macerie d’Italia. Storia politica di una nazione in lotta contro la natura” di Salvatore Botta

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Prof. Salvatore Botta, Lei è autore del libro Macerie d’Italia. Storia politica di una nazione in lotta contro la natura edito da Le Monnier: in che modo le calamità naturali hanno segnato e scandito la storia politica e sociale dell’Italia repubblicana?
Macerie d'Italia. Storia politica di una nazione in lotta contro la natura, Salvatore BottaLe calamità naturali sono un fattore momentaneo di crisi che, nel «sollecitare» le istituzioni pubbliche e le forze politiche a trovare soluzioni all’emergenza, si dimostrano importanti «cartine tornasole» con le quali misurare lo «stato di salute» di una nazione. L’Italia repubblicana con la sua reiterata cronaca di terremoti, esondazioni, eruzioni e smottamenti, con la sua periodica conta di vittime e danni, è un caso di studio di primaria importanza per comprende come si dispiega l’azione di governo nel momento in cui vengono messe in campo risorse normative, tecniche, finanziarie, culturali e umane destinate a «svelare», nel contesto di una calamità, l’evolversi o meno del rapporto tra lo Stato e la società civile.

L’alluvione del Polesine del novembre 1951 fu la prima grande emergenza che si trovò ad affrontare l’Italia del dopoguerra: quali conseguenze ebbe quell’evento catastrofico?
La catastrofe del 1951 si consuma in un contesto nazionale duramente segnato dalla guerra. Il secondo conflitto mondiale concluso da pochi anni ha lasciato dietro di sé macerie e disperazione. A ciò si aggiunge la crescente conflittualità tra i grandi partiti popolari: la Democrazia Cristiana, da un lato, la sinistra comunista e socialista, dall’altro. Uno scontro senza esclusioni di colpi che si inserisce nello scenario ormai manifesto della Guerra Fredda. Gran parte dei comuni polesani sono guidati da giunte «rosse», mentre il governo nazionale è in mano alla maggioranza «scudocrociata». Le «frizioni» emerse in tale quadro politico vengono amplificate dall’esplodere dell’emergenza ambientale che vede il governo della DC guardare con apprensione e sospetto agli aiuti portati sui luoghi della tragedia da sezioni del partito comunista e da rappresentanze sindacali. Lo scontro che si consuma sul taglio della Fossa Polesella, allo scopo di accelerare il deflusso delle acque, rappresenta da questo punto di vista il «barometro» di una catastrofe umanitaria che assume connotati fortemente politici. Senza considerare che molte famiglie del Polesine, già in precarie condizioni economiche da generazioni, di fronte alle vastità delle terre allagate, sfollano in altre province da cui poi non torneranno più. Anche perché la ripresa economica della penisola, grazie agli aiuti del piano Marshall e nonostante il parziale fallimento della riforma agraria voluta da De Gasperi, si traduce in quel decennio in una rapida meccanizzazione delle coltivazioni che costringe i tanti braccianti di quelle martoriate terre a cercare fortuna altrove.

Cosa rappresentò per il nostro Paese la tragedia del Vajont?
La tragedia del 1963 rappresenta la «cartina tornasole» di una fase storica, quella a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, che vede l’Italia protagonista di una crescita economica senza precedenti destinata a cambiarne per sempre il volto: in positivo, ma anche in negativo. Il disastro del Vajont affonda infatti le proprie radici in profonde ragioni antropiche, ovvero in un processo di industrializzazione del Paese tanto vorticoso, quanto predatorio che si traduce non solo nella cementificazione selvaggia delle città, ma anche nella costruzione di grandi opere pubbliche affidate a progettisti e dirigenti senza scrupoli. I timori e gli allarmismi cresciuti di pari passo con l’innalzamento della diga certo non si conciliano con l’euforia miope di cui sono preda gli italiani in pieno «boom economico». La diga rappresenta un’opera benefica per lo sviluppo di un Paese che fatica ancora a riprendersi dalle devastazioni della guerra e gli interessi in gioco, privati e pubblici, sono tanti. Il paese di Longarone, sommerso da una poltiglia di fango e detriti che ha inghiottito intere comunità, rappresenterà per molto tempo l’immagine plastica di una natura che si ribella all’azione dissennata dell’uomo e lo specchio di una politica che, come si registrerà per altri motivi anche all’indomani del terremoto nel Belice del 1968, pare distante anni luce dal saper governare la modernità.

L’alluvione di Firenze scosse il mondo intero mobilitando da ogni dove i famosi «angeli del fango»: a prevalere sugli effetti del disastro fu la solidarietà internazionale?
La catastrofe del 1966 ha una eco internazionale incomparabilmente maggiore rispetto alle catastrofi naturali che nei primi decenni dell’epoca repubblicana segnano la storia della nostra penisola. Questo perché l’alluvione colpisce una delle culle della cultura italiana e mondiale: Firenze. Il fiume di melma che deturpa monumenti, invade palazzi storici e assedia intere collezioni di inestimabile valore nelle biblioteche e musei del centro cittadino è una ferita di tale portata che giovani da tutti gli angoli del globo accorrono nella città del giglio per offrire il proprio aiuto. S’immergono per ore nel fango fino alle ginocchia, sopportando i rigori dell’inverno, per poi riposarsi in alloggi di fortuna, pur di strappare alla devastazione beni che sentono appartenere al patrimonio culturale dell’intera umanità. Da questo punto di vista l’alluvione assume una sorta di potere di «disvelamento», poiché costringe l’opinione pubblica, non solo italiana, a misurarsi con l’emergere di un nuovo «ceto sociale»: i giovani. Non sono ancora quelli arrabbiati e violenti del decennio successivo, sono i beat e i capelloni verso i quali è permesso usare sarcasmo e ironie, e che invece accorrendo nella Firenze ferita mostrano tutto il proprio valore e senso civico. A portare il loro aiuto e la loro testimonianza arrivano anche personaggi celebri: da Richard Burton e Franco Zeffirelli a Giorgio Albertazzi, da Ted Kennedy a papa Paolo VI. L’attenzione mediatica che si sviluppa intorno alla tragedia farà dell’alluvione anche un fattore propulsivo nel campo del restauro delle opere d’arte (l’Opificio delle Pietre Dure diventa il centro più all’avanguardia nelle tecniche conservative) e aprirà la strada alla nascente Protezione civile.

Il Friuli costituisce un esempio virtuoso di gestione dei disastri, con la ricostruzione all’insegna del «dov’era, com’era»: quali sono gli elementi di questo successo?
Il post-terremoto nel Belice del 1968, il primo vero appuntamento con l’emergenza sismica in epoca repubblicana, rimarrà alla storia come il simbolo dell’improvvisazione e dell’impotenza di uno Stato che abbandona per decenni quelle popolazioni siciliani nell’indigenza e nella precarietà abitativa. La catastrofe del 1976, invece, segna un cambiamento di rotta. Il modello operativo utilizzato per affrontare la ricostruzione vede infatti il pieno coinvolgimento dei sindaci sotto la guida di un commissario straordinario. Una scelta vincente frutto di molteplici fattori: il recente varo delle regioni, quali entità amministrative già previste dalla costituzione del 1948, che sposta verso il basso la gestione del territorio. Ma anche la «testa dura» dei friulani che da subito impongono di riedificare seguendo il motto «Com’era, dov’era». Amministratori locali, preti, imprenditori, semplici cittadini si rimboccano le maniche e animati dello spirito del «fasìn di bessoi» impediscono lo scempio consumatosi nel Belice: intere comunità strappate alle proprie terre in forza del trasferimento in altri centri abitanti nei quali saranno destinati a smarrire le proprie radici sociali. Scenario che purtroppo si ripeterà anche nel 2009 all’indomani del terremoto dell’Aquila, quando intorno al centro storico del capoluogo abruzzese lasciato in balia delle rovine sono sorti mirabolanti insediamenti nuovi di zecca, ma avulsi dalla cultura del territorio, dalla cultura delle pietre, dei vicoli, degli scorci, che per secoli hanno riempito con soddisfazione lo sguardo di quelle comunità.

Ricorre quest’anno il quarantennale del terremoto in Irpinia, il «terremoto infinito», come lo definisce nel libro: a distanza di tanto tempo, quale bilancio si può fare di questa gestione?
Analoga «suggestione efficentista» aveva mosso trent’anni prima i governi chiamati a gestire la ricostruzione in Irpina. S’immagina di poter trasformare il terremoto del 1980 nell’occasione per far fare un salto di qualità al Mezzogiorno d’Italia. Siamo alle soglie del secondo boom economico del nostro Paese e il fiume di denaro che con l’emergenza sismica affluisce nel Sud dovrebbe servire a creare aree industriali d’eccellenza. Invece, come segnaleranno reportage e commissioni d’inchiesta, quei soldi finiscono nelle mani di imprese senza scrupoli, anche del virtuoso nord, che falliscono o vengono smantellate poco dopo la loro apertura, lasciando le regioni economicamente più deboli della nostra penisola in mano ad una camorra galvanizzata e ancora più sfrontata. Specchio di quella politica fallimentare è ancora oggi un territorio disseminato di fabbriche che si ergono come «cattedrali nel deserto», di infrastrutture faraoniche (ponti, strade, bretelle autostradali) abbandonate al degrado o del tutto sovradimensionate rispetto ai flussi industriali di quelle province. Mentre a Napoli, posta anch’essa al traino della ricostruzione nella speranza di dare così soluzione all’emergenza abitativa che da sempre affligge l’ex capitale borbonica, nascono quartieri ghetto, dove troverà rifugio in edifici di cemento prefabbricato, una umanità dolente che le macerie se le porterà dentro ancora a lungo.

I disastri naturali rappresentano una costante della storia del nostro Paese: quali interventi sarebbero necessari per ridurne le drammatiche conseguenze, soprattutto in termini di vite umane sacrificate?
A mio parere, la via maestra che dovrebbe portare a una riduzione degli effetti devastanti, delle catastrofi naturali risiede nel potenziare la «cultura dell’ambiente». Il che significa affrontare il tema delle calamità non solo in termini di risposte tecniche e finanziarie alle emergenze, da parte dei governi e più in generale delle istituzioni pubbliche, ma anche nello studio e nella valorizzazione dei territori. La prevenzione e la riduzione del rischio sono concetti che ritengo non possano essere declinati solo in termini ingegneristici ed economici, ma debbono tenere conto della storia delle comunità e dei luoghi in cui esse agiscono. Ridurre il numero delle potenziali vittime di un terremoto o di un’alluvione costituisce una sfida che deve essere colta anche attraverso la costruzione di una coscienza civica capace di misurarsi con le tragiche esperienze del passato, più o meno recente, per coglierne anche nei risvolti più dolorosi un insegnamento per il futuro, sia in termini di tutela che di sviluppo. Da questo punto di vista, credo che il crescente interesse all’interno del mondo accademico, ma anche fuori, per la «storia dell’ambiente» quale disciplina a sé stante rappresenti un segnale incoraggiante in questa direzione. Perché la questione ambientale è innanzitutto questione culturale.

Salvatore Botta insegna Storia contemporanea presso l’Università di Bologna. Tra le sue pubblicazioni: Gli Stati italiani preunitari (Archetipo Libri, 2011); Gli ebrei sotto il fascismo. L’organizzazione delle comunità israelitiche in Italia durante il regime («Fondazione Ugo La Malfa», 2011); L’Italia degli altri. Storia dell’Italia contemporanea vista da fuori (Rubbettino, 2012); Politica e calamità. Il governo dell’emergenza naturale e sanitaria nell’Italia liberale (1861-1915) (Rubbettino, 2013).

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