Lupus in fabula. Fiabe, leggende e barzellette in Grecia e a Roma, Tommaso BracciniProf. Tommaso Braccini, Lei è autore del libro Lupus in fabula. Fiabe, leggende e barzellette in Grecia e a Roma edito da Carocci: quali caratteristiche presentava l’umorismo classico?
Grossomodo, i meccanismi erano analoghi a quelli che ci fanno ridere ancora adesso. L’umorismo spesso era incentrato sulle disavventure o le imprese degli stolti, sugli equivoci, sui giochi di parole, su difetti o caratteristiche estremizzate fino a giungere a effetti surreali. Se il canovaccio più o meno è paragonabile a quello che regola le “nostre” barzellette e storielle facete, a cambiare tuttavia erano i protagonisti e i tipi di esperienze cui si faceva riferimento. Per esempio, se nelle barzellette italiane compaiono spesso carabinieri stereotipati che non brillano per acume, nell’antichità persino un serissimo filosofo come Epitteto citava come esempio di “essere di cui tutti si fanno beffe” lo scolastico (scholastikòs), ovvero la persona istruita che mancava completamente di praticità e soprattutto di buon senso. In maniera analoga, se oggi prendiamo in giro gli scozzesi per l’avarizia, nell’antichità c’erano città famose per la stupidità dei loro abitanti (come Abdera, Cuma, Sidone…) intorno ai quali circolavano resoconti di ogni tipo. Allo stesso modo, molte storielle degli antichi avevano erano incentrate intorno a schiavi, naufragi, persino la mummificazione: tutti elementi lontanissimi dalla nostra esperienza ma che evidentemente rientravano nell’orizzonte quotidiano di molti Greci e Romani. Occorre infine ricordare che oggi molti temi bersagliati dall’umorismo del passato, per esempio la malattia, sarebbero considerati politically uncorrect.

Quali barzellette circolavano nelle botteghe dei barbieri di Atene?
Ovviamente non lo sapremo mai con precisione; possiamo però tentare di ricostruirle, almeno in parte, grazie all’unica vera e propria raccolta di barzellette che ci è arrivata dall’antichità, il Philogelos (letteralmente “Ridanciano”). Qui compaiono oltre 260 storielle umoristiche dalle quali emergono vari temi ricorrenti già nella commedia ateniese, per esempio la misoginia. Cito appena un paio di battute: “Un tale, essendo morta sua moglie, partecipava al funerale. Quando uno gli chiese: ‘Chi è passato a miglior vita?’ Rispose: ‘Io, che mi sono liberato di questa!’” “Una volta che un tale era malato senza speranza, poiché sua moglie gli aveva detto: ‘Se ti succede qualcosa, m’impiccherò!’, quello, rivoltole lo sguardo, ribatté: ‘Questo favore me lo devi fare se sopravvivo!’ Tra l’altro, tra le facezie del Philogelos ce ne sono alcune che riguardano proprio i barbieri. Una, che recita “Un buontempone, quando un barbiere chiacchierone gli chiese: ‘Come te li devo tagliare?’, rispose: ‘Stando zitto!’”, è nota anche da Plutarco, che la attribuisce ad Archelao re di Macedonia, vissuto alla fine del V secolo a.C., e dunque contemporaneo di Sofocle, Euripide, Aristofane. Tuttavia la barzelletta più divertente tra quelle aventi come protagonista un barbiere è forse questa, decisamente surreale: “Una volta che uno scolastico, un calvo ed un barbiere viaggiavano insieme, fatta tappa in un luogo isolato disposero di fare ciascuno un turno di guardia di quattro ore e sorvegliare così i propri bagagli. Siccome il primo turno di guardia toccò al barbiere, quello, volendo divertirsi, rasava lo scolastico addormentato e, quando il suo turno fu compiuto, lo svegliò. Lo scolastico però, stropicciandosi la testa come fa chi si è appena svegliato e scoprendosi pelato disse: ‘Grandissimo sciagurato d’un barbiere: per sbaglio al posto mio ha svegliato il calvo!’”

Esistevano differenza tra le facezie a Roma e in Grecia?
C’è da credere che, a parte qualche inevitabile differenza culturale, proprio la similarità in moltissimi aspetti della vita quotidiana rendesse le facezie greche comprensibili anche a Roma e viceversa, soprattutto in epoca imperiale quando tutto era riunito sotto un’unica entità statale. Sappiamo che a Roma le battute erano molto coltivate anche dagli oratori, che se ne servivano come di un’arma per ridicolizzare ferocemente i propri avversari nel corso di processi e dibattiti pubblici. Un vero e proprio maestro, in questo senso, era Cicerone. All’interno del suo trattato intitolato De oratore compare il cosiddetto excursus de ridiculis, in cui il personaggio di Cesare Strabone si dilunga in una articolata trattazione sui modi per suscitare il riso, arricchita da un gran numero di esempi. Pare del resto che anche delle battute (dicta) ciceroniane esistessero vere e proprie raccolte che circolavano già durante la sua vita: una in tre libri, curata dal suo fedele segretario Tirone, e un’altra curata da Gaio Trebonio, comandante militare e uomo politico che più tardi fu implicato nell’assassinio di Cesare. Esistevano anche altre collezioni di facezie, evidentemente in gran voga: Svetonio narra per esempio che Gaio Melisso di Spoleto, preposto da Augusto alla cura delle biblioteche del portico di Ottavia, all’età di sessant’anni decise di scrivere una raccolta di “inezie” o “scherzi,” ed arrivò a metterne insieme ben centocinquanta libri, una vera e propria biblioteca!

Anche nel mondo classico esistevano le fake news?
Le notizie messe in circolazione più o meno tendenziosamente, per favorire il proprio tornaconto o indebolire un avversario, probabilmente sono nate con la nascita della comunicazione umana. Nel mio libro mi interesso in particolare di quelle fake news che si sovrappongono a una categoria ben nota di narrazioni folkloriche, le “leggende urbane” o “metropolitane”, ovvero vicende inquietanti che si diffondono di bocca in bocca spacciate come fatti “veri” accaduti ad “amici di amici” o parenti di parenti; talora vengono diffuse come notizie “autentiche” anche dagli organi di informazione, e soprattutto corrono sulla Rete. Coccodrilli nelle fogne di New York (a proposito, nell’antichità si parlava di polpi giganti che infestavano le fogne di Pozzuoli), la tratta delle bianche, ragni velenosi diffusi attraverso piante esotiche… chi più ne ha più ne metta. In qualche caso, le leggende metropolitane vanno a intersecare le cosiddette “teorie del complotto”: il governo, le multinazionali, i potenti ci vogliono tenere all’oscuro e soggiogare economicamente. E in questo ci sono paralleli precisi con narrazioni che circolavano già nell’antichità, per esempio quella, riferita da Plinio il Vecchio e da altri, secondo cui al tempo di Tiberio un geniale inventore avrebbe escogitato la formula del vetro flessibile e l’avrebbe presentata in anteprima all’imperatore, sicuro di riceverne una ricompensa. Tiberio tuttavia, timoroso che il nuovo ritrovato potesse ridurre il valore dei metalli, e in particolare di quelli preziosi, aveva eliminato l’uomo e si era assicurato che della sua invenzione non rimanesse più traccia. Una storia di questo tipo somiglia molto alle fake news, immancabili in ogni blog o sito complottista, in cui si parla di fantomatici inventori di automobili ad acqua eliminati dalle compagnie petrolifere.

Quali fiabe si raccontavano?
Dall’antichità ci è arrivata un’unica fiaba intera, che però è forse la più bella che sia stata mai scritta: si tratta della celeberrima storia di Amore e Psiche raccontata nelle Metamorfosi di Apuleio. Le peripezie della bellissima fanciulla andata in sposa a un essere misterioso che le si accosta solo nel buio più totale, da lei fatto fuggire per l’eccessiva curiosità, e poi lungamente ricercato e riconquistato con il superamento di prove imposte dalla perfida suocera (che in questo caso è la dea Venere), costituiscono un vero e proprio archetipo che, sia per influsso letterario, sia per l’esistenza di versioni orali analoghe a quella rielaborata da Apuleio (un grande scrittore, che ha dato alla vicenda anche uno spessore filosofico), ha paralleli in tutto il mondo. C’erano tuttavia anche altre fiabe che circolavano presso gli antichi: sicuramente molte avevano come protagonista la lamia, una sorta di orchessa antropofaga solita inghiottire i bambini tutti in un boccone. Sembra molto plausibile che almeno in epoca imperiale circolasse una variante della storia (attestata già ne Lo cunto de li cunti di Basile) di “Prezzemolina” o “Raperonzolo” (oggetto anche di recenti rivisitazioni), che aveva come protagonista una bella fanciulla, tenuta prigioniera dalla lamia in una torre, e che riesce a fuggire tramite una serie di oggetti magici (spesso direttamente collegati al “corredo” femminile, come pettini e altro) che le permettono di rallentare o addirittura eliminare la sua inseguitrice.

Come è stata tramandata questa “letteratura orale”?
Perlopiù, i folktales, i “racconti popolari”, erano considerati poco seri, indegni di essere riversati nella pagina scritta (anche perché scrivere, nell’antichità e nel medioevo, era costoso e faticoso, senza contare che non tutti sapevano farlo). Tranne alcune eccezioni (come il Philogelos che ho ricordato in precedenza), perlopiù le storie che costituivano la letteratura orale ci sono dunque arrivate tramite cenni e allusioni da parte di autori che rimandando a esse, spesso parodisticamente, strizzavano in un certo senso l’occhio ai propri lettori, facendo riferimento a un patrimonio comune che tutti conoscevano. Le fiabe, le barzellette, le leggende, infatti, esattamente come nei periodi successivi avevano una diffusione trasversale ed erano note anche alle persone di cultura – per quanto queste ultime non mancassero di affettare di considerarle bagattelle di nessun conto. Non a caso una delle fonti principali per rintracciare e ricostruire molte di queste narrazioni, comprese alcune vere e proprie “storie di paura” che hanno come protagonisti streghe e lupi mannari, è costituito dal Satyricon di Petronio, e in particolare dall’episodio della cena di Trimalchione. Quest’ultimo è un personaggio rozzo, un ex-schiavo che ha fatto fortuna e, ostentando un’incredibile volgarità, intrattiene a cena nella propria dimora una variopinta compagnia composta da arricchiti come lui e anche da alcuni letterati che si scandalizzano e ridono di fronte alla conversazione che si trovano di fronte, tanto lontana dai canoni scolastici sia per la lingua, che per tanti aspetti prelude allo sviluppo del volgare, sia per i contenuti, che ci permettono di intravedere molti di quei folktales ai quali, altrimenti, era precluso l’accesso ai testi letterari.