Luoghi dell'abitare, immaginazione letteraria e identità romana. Da Augusto ai Flavi, Mario Labate, Mario Citroni, Gianpiero RosatiProf. Mario Labate, Lei ha curato con Mario Citroni e Gianpiero Rosati l’edizione del libro Luoghi dell’abitare, immaginazione letteraria e identità romana. Da Augusto ai Flavi edito dalla Scuola Normale Superiore: di quali valori erano portatori, nella cultura romana, sedi e strutture fisiche dell’abitare?
Premetto che rispondo a queste domande rappresentando idee e punti di vista non soltanto miei e degli altri curatori del volume, ma anche dei vari studiosi che hanno in questa occasione messo a confronto le loro competenze, i loro approcci e i loro specifici interessi di ricerca. Il rapporto tra la letteratura e le coordinate spaziali in cui il discorso letterario colloca le sue rappresentazioni può essere considerato ancora oggi una delle frontiere più interessanti e promettenti dell’indagine filologico letteraria. Questo approccio presuppone un solido retroterra di conoscenze di natura geografica, topografica, storica, etnografica, antropologica e la capacità di muoversi con apertura interdisciplinare in una amplissima documentazione, che comprende documenti scritti e non scritti della più diversa natura (trattatistica specifica, letteratura enciclopedica, storiografia, documenti epigrafici e figurativi, risultati dell’indagine archeologica). Questo terreno, tradizionalmente appannaggio dell’erudizione e dell’antiquaria, è stato poi recuperato a una concezione più ampia e integrata, che si è depositata nei monumenti degli studi sull’Altertumswissenschaft cui continuiamo a ricorrere come un fondamento indispensabile all’esegesi dei testi letterari. Ma se tutto questo appartiene a una consolidata tradizione di competenze, le ricerche in cui oggi molti studiosi di letteratura antica sono impegnati presuppongono un approccio più raffinato e innovativo.. Gli aspetti di carattere in senso lato spaziale-topografico non sono soltanto da considerare dati obbiettivi, elementi di ‘realtà’ con i quali è indispensabile confrontarsi nella interpretazione dei testi, ma costituiscono un sistema di conoscenze molto articolato e differenziato a seconda dei soggetti e dei gruppi sociali, dei ruoli politici e culturali, degli approcci letterari: non più un elemento di carattere semplicemente ‘basico’, per diventare una componente costitutiva dell’immaginario della letteratura stessa e della concezione del mondo che esso propone.

In che modo gli scrittori romani hanno interpretato il ruolo identitario dei luoghi di abitazione?
Gli studi archeologici sono sempre più attenti agli aspetti comunicativi, ideologici e sociologici della realtà materiale che costituisce il loro primario oggetto di ricerca. La casa, il palazzo, la villa vengono indagati non soltanto per decifrarne stratificazioni, aspetti funzionali e urbanistici, in connessione con diversi aspetti della vita privata e pubblica, ma costituiscono un ‘testo’ da leggere come espressione iconografica di idee e valori. È evidente la convergenza e l’interferenza di questo tipo di ricerca con un filone degli studi sui testi letterari sempre più attento alla rappresentazione degli spazi e dei luoghi, degli scenari, degli edifici e dei manufatti artistici. “La casa romana è assai più che il muto testimone di vite private vissute nel passato. È in sé un mezzo di comunicazione, un potente e persuasivo sistema mediante il quale gli antichi abitanti cercavano di dire cose a proposito di se stessi, di plasmare un’opinione di sé presso gli altri, di definire le proprie reciproche relazioni” (A. Wallace Hadrill). Gli studiosi hanno da tempo sostenuto che la casa romana non era affatto un ritirarsi dallo sguardo pubblico in privato: al contrario, era funzionale a dar forma alla propria persona pubblica. una specie di palcoscenico in cui il proprietario negoziava e rappresentava il suo posto nella società romana. Non troppo diversamente dalla letteratura, anche lo studio delle case reali è dunque una investigazione nell’arte dell’impressione: l’arte inventa una realtà per i committenti, per aiutarli ad assumere una identità e creare fantasie di status.

Come muta a Roma l’assetto abitativo nel periodo dal principato augusteo all’età flavia?
Nella fase della nascita del principato e del consolidamento dell’impero Roma trasforma profondamente il suo assetto abitativo, anche in relazione a questa fondamentale trasformazione politica. Augusto, Nerone, gli imperatori Flavi sono responsabili di grandi imprese di rinnovamento edilizio: in particolare quelle di Augusto e di Domiziano sono probabilmente le più vaste che Roma antica abbia conosciuto. Tanto la capitale quanto le città dell’impero conoscono una profonda trasformazione urbanistica che riguarda sia gli edifici pubblici connessi con i rituali della vita civile e religiosa, ma anche con l’intrattenimento, il benessere e lo svago della popolazione, sia gli edifici privati, nell’ambito dei quali ceti emergenti, coinvolti in un vivace processo di promozione sociale ed economica, possono aspirare a condizioni di vita più confortevoli ed esibire il proprio status con la conquista di modelli di vita prima appannaggio di una ristretta élite. La letteratura di questa fase della storia di Roma ne dà consistente testimonianza, traendo spesso occasioni e spunti per le sue composizioni da edifici e spazi urbani di cui volentieri sottolinea la novità e modernità, accanto a bellezza e grandezza. Oltre alla casa, ovvia e fondamentale struttura dell’abitare, abbiamo considerato tra gli edifici abitativi identitari anche il palazzo imperiale, questa nuova specialissima domus che diventa molto presto, nelle sue diverse evoluzioni, emblema della grandezza e della potenza della città imperiale. La letteratura dedica al palazzo molta attenzione, certo riflettendo il rilievo da esso assunto nella comune percezione che i Romani avevano del profilo della città.

La villa rappresenta una dimensione abitativa caratteristica della cultura romana: quale importanza assume nella letteratura latina?
Riservata a solo a una parte elitaria della popolazione, la villa, più o meno lontana dalla città, o magari in essa inserita (soprattutto nella splendida cintura di parchi e giardini che circondano a Roma il perimetro delle mura serviane), significa separatezza dalla città e dai negotia, vicinanza alla natura e ai suoi valori, ma anche valorizzazione della dimensione estetica ed edonistica dell’abitare. Proprio perché mette in gioco un confronto, spesso delicato, sui valori e sui modelli di vita, e proprio per il suo orientamento verso la dimensione estetica della vita, ma anche perché può essere, nella realtà o nella elaborazione simbolica, sede ideale della meditazione, della lettura e della scrittura, la villa ha una speciale importanza nella letteratura, spesso in una aperta o implicita opposizione con la città.

Facciamo solo un paio di esempi fra quelli presi in esame nel volume. Per il personaggio di Orazio, quale è rappresentato nelle Epistole, e per vari altri personaggi che gli fanno da contorno nella stessa opera, personaggi eminentemente ‘cittadini’ e inadatti a eseguire o a gestire il lavoro nei campi, la vita in villa comporta aspetti problematici. Per il poeta è il luogo della autonomia morale ma, in quanto dono del suo protettore (e amico) Mecenate, ne rappresenta anche l’insormontabile e inquietante limite. E dalla villa, sede privilegiata, e appartata, dei valori da cui scaturisce la sua meditazione, il poeta delle Epistole intrattiene in realtà un costante rapporto con la città, e incoraggia i suoi interlocutori, per lo più giovani, a impegnarsi nella città, non certo a chiudersi nel ritiro.

Nelle Silvae di Stazio la villa è invece la sede ideale per godere, senza residue remore moralistiche, i piaceri del lusso, ormai pienamente legittimato nella ricca e appagata alta società flavia. Un lusso raffinato, le cui ambizioni estetiche si esprimono nell’allestimento della villa e dei suoi arredi, e anche nella visione del paesaggio in cui è collocata, fruito come un’opera d’arte, in continuità con le pitture di paesaggio che decorano gli interni. Il compiacimento di un’élite che crede (o vuole credere) di vivere in una sorta di felice pienezza dei tempi, trova la più piena espressione in un processo, non solo letterario, di mitizzazione della realtà che, a partire dal modello dato dal palazzo imperiale, abitato da un dio, investe la società alta romana. La posizione elevata di alcune delle ville consente uno ‘sguardo dall’alto’ sul mondo circostante, che è proprio dei detentori del potere e, al limite, degli dèi. Stazio, interpretando coi suoi versi il compiacimento di questa società nell’esprimere la propria identità in una dimensione estetizzata, mitizzata e letteraria, a sua volta lo incentiva e lo consolida presso i suoi destinatari diretti, i proprietari e ospiti delle ville, e sollecita in maniera più o meno subliminale i proprietari a farsi suggerire dalla loro cultura letterario-figurativa fantasie di potere che ne gratifichino la inebriante sensazione di vivere un’esperienza più-che-umana, paradisiaca.

Quale rappresentazione del palazzo imperiale si riscontra nei testi letterari latini del periodo esaminato e in che modo essa convive con gli ideali rappresentati dalla casa Romuli?
Nel contesto urbanistico di Roma, e nella percezione che ne hanno i cittadini, emerge, a partire dagli esordi del potere di Augusto, una domus diversa da tutte le altre: la domus che, ospitando il cittadino che ha assunto un ruolo stabile di princeps, è al tempo stesso l’abitazione del più illustre e potente dei Romani e la sede di esercizio di un potere che, pur presentandosi come recupero dell’equilibrio costituzionale della res publica, è ormai di fatto monocratico. In questo volume si passano in rassegna le immagini del palazzo imperiale nella letteratura romana da Augusto a Domiziano, cercando di interpretare le suggestioni che esso suscita negli scrittori, e nei lettori, e cercando anche di stabilire quando sia per la prima volta attestato l’uso del termine palatium per indicare non il colle su cui l’edificio imperiale è collocato, ma l’edificio stesso. Un uso linguistico che viene a certificare la presa d’atto, nella coscienza civica, del fatto che il panorama urbano ospita – ed è dominato da – un edificio con caratteristiche nuove, e perciò bisognoso di un nuovo nome: l’edificio che risponde alle esigenze operative ma anche, o forse in primo luogo, alle esigenze di rappresentazione simbolica di una nuova monarchia. Un edificio che, già apertamente al tempo di Augusto, e poi sempre più nel corso del tempo, viene rappresentato dai poeti, ma certo anche percepito da un’ampia opinione pubblica, come la sede di un autocrate di condizione più che umana, o senz’altro divina. Gli abitanti della moderna città augustea erano stimolati a considerare la compatibilità di una specie di ossimoro ideologico: potevano misurare tutta la distanza tra quelle umili origini di povertà e semplicità di cui la casa Romuli, conservata e venerata come una reliquia, era il simbolo più potente e la città sublime, che tende a coincidere con la figura del suo architetto, Augusto, che l’ha costruita a propria immagine, per essere, con le sue dimensioni oggettive, figura di una infinita grandezza e con la sua dinamica di ascesa figura di un infinito potere, suggerendo però al tempo stesso implicitamente angosce di oppressione e rovina.

Quale immagine della domus privata urbana nella Roma augustea viene proposta nell’opera di Vitruvio?
L’esposizione di Vitruvio integra uno schema razionalistico-sistematico dei generi di abitazione, a orientamento prescrittivo, con una componente più propriamente descrittiva: ne risulta una tipologia degli edifici che rispecchia un bisogno di comprensione e di organizzazione razionale di quella che è l’effettiva realtà dello spazio urbano di Roma, nonché degli spazi interni delle abitazioni. L’impianto gerarchico della tipologia delle abitazioni private in Vitruvio riflette la gerarchia delle condizioni sociali degli abitanti: la casa mette infatti in scena potere e ricchezza di chi la abita. Ma la casa, nella tipologia vitruviana, riflette anche una varietà di esigenze e condizioni più particolari e specifiche della vita vissuta della società urbana, alle quali essa deve dare risposta in termini di utilitas e di decor: la domus deve infatti conformarsi in modo da assecondare anche i diversi interessi culturali e artistici, le diverse professioni, le diverse abitudini sociali di chi la abita. La tipologia vitruviana della domus si presta così a essere letta come una sorta di preziosa cartografia sociale di Roma.

La casa di Trimalchione rappresenta un caso singolarissimo di abitazione privata che si propone come espressione della personalità e della condizione sociale del suo abitatore: in che modo il liberto immaginato da Petronio rappresenta per l’epoca un modello culturale?
Trimalchione è stato tradizionalmente letto come un ‘tipico liberto’ e la sua casa come ‘la tipica casa di un liberto arricchito’. In questo volume, la casa di Trimalchione viene studiata tenendo conto della focalizzazione narrativa che la fa vedere al lettore attraverso il punto di vista del personaggio narratore, che dobbiamo immaginare vicino a quello dell’elite colta, ma che è affidato nel romanzo a un rappresentante particolarmente ‘debole’ di questa elite (il protagonista-narratore Encolpio), mentre straordinariamente forte è colui che si propone come l’eroe dei ceti emergenti. La casa viene dunque percepita soprattutto attraverso gli scarti rispetto alle attese di Encolpio. Coerentemente con l’ethos di un personaggio che è presentato, al tempo stesso, come tipico ed eccezionale, realistico e fantastico, ci viene proposta una ‘realistica’ casa di fantasia, il cui centro di gravità è tutto spostato verso il triclinio, che è il vero teatro in cui Trimalchione recita il copione che ha predisposto per i visitatori invitati, di fonte ai quali il liberto intende accreditarsi addirittura come un competitore dell’elite sociale e culturale. Apprendiamo che la casa di Trimalchione è il risultato della radicale ristrutturazione di un edificio molto più modesto: ma se l’analisi dei dati archeologici ci mette continuamente di fronte a una realtà diffusa di ampliamenti e abbellimenti, nel testo petroniano questo aspetto va collocato soprattutto nel quadro della favola metamorfica di un personaggio che non vuole soltanto esibire la sua capacità di essere ammesso nei ceti superiori, ma che, lungi dal non essere in grado di scrollarsi di dosso il suo passato (come spesso si dice), non vuole affatto obliterare le sue origini, ma affida la sua esemplarità proprio alla percezione della distanza fra quello che era e quello che è diventato.

Mario Labate si è formato all’Università e alla Scuola Normale Superiore di Pisa e ha compiuto la sua carriera presso l’Università di Firenze, dove è professore ordinario di Letteratura latina dal 1994. I suoi studi si rivolgono soprattutto alla poesia augustea, nell’ambito della quale si è interessato di elegia e di poesia epica e in particolare di Ovidio. Si occupa di narrativa latina, studiando in particolare Petronio. Tra gli altri autori, ha lavorato su Orazio, Virgilio, Tacito. Tra le sue opere si possono ricordare i volumi L’arte di farsi amare. Modelli culturali e progetto didascalico nell’elegia ovidiana (Pisa 1984); Passato remoto. Età mitiche e identità augustea in Ovidio (Pisa-Roma 2010). Insieme a Don Fowler ha curato il numero speciale di MD Studi sul romanzo antico (Pisa 1990), insieme a G. Rosati il volume La costruzione del mito augusteo (Heidelberg Winter 2013), insieme a M. Citroni e G. Rosati il volume Luoghi dell’abitare, immaginazione letteraria e identità romana. Da Augusto ai Flavi (Pisa, Edizioni della Normale 2019). Ha pubblicato le Satire di Orazio per la B.U.R. (1981 più volte ristampato). Con M. Citroni, E. Narducci e F. E. Consolino è autore della Letteratura di Roma antica dell’editore Laterza (1997).

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