Luci sull’Islam. 66 voci per un lessico, Dario TomaselloProf. Dario Tomasello, Lei è autore del libro Luci sull’Islam. 66 voci per un lessico edito da Jouvence: quanta distanza esiste tra l’Islam tradizionale e ciò che si è soliti chiamare “fondamentalismo”?
Abissale. Una distanza che non può misurarsi se non nei termini di una totale incomprensione e ignoranza da parte del fondamentalismo dei principi della tradizione religiosa dell’Islam. In realtà, il fondamentalismo, come la storiografia più avvertita ci insegna, è un fenomeno tipicamente moderno. È stato, tra gli altri, Alberto Ventura, a ricordarci come, all’inizio del suo periodo moderno «l’islam sunnita si trovi a sperimentare per la prima volta un più ampio diffondersi di un certo fondamentalismo (o “proto-fondamentalismo” se si preferisce), che in passato era affiorato solo sporadicamente e che il consenso generale era sempre riuscito ad emarginare in tempi brevi. Che si trattasse del rigorismo dei kharigiti nei primi decenni della storia musulmana, o di quelle correnti, come mu’taziliti e sciiti, che in seguito non avevano disdegnato di imporre con la forza le proprie convinzioni, in ogni occasione le scuole sunnite avevano sempre riaffermato la sostanziale impossibilità da parte degli uomini di bollare altri musulmani come miscredenti, neutralizzando così ogni tendenza verso i rigorismi eccessivi». Non è un caso che questa tendenza sia riemersa in tempi recenti alimentando una esplicita propaganda e la trasgressione di un fondamentale hadith (detto) del Profeta Muhammad: «Quando l’uomo dice al proprio fratello “miscredente”, uno dei due vi è incorso, o è come egli dice, o l’accusa ricade su di lui» (da Ibn ‘Umar, trasmesso da al-Bukhari). Ricercatori, come Javier Lesaca, si sono concentrati sugli aspetti di propaganda dei cosiddetti gruppi jihadisti e di come questa subisca più l’influenza dei modelli cinematografici di Hollywood che del Corano. I video dell’Isis contengono chiari riferimenti all’estetica audiovisuale dell’immaginario mainstream dei videogiochi, delle serie televisive e dei classici slasher movies. Mark Danner, che insegna a Berkeley ed è un importante editorialista del «New York Review of Books», a tal proposito, già nel 2005 parlava di «Terror as a kind of horrible advertisement».

Per quali ragioni si confondono l’ideologia politico-sociale del fondamentalismo con l’autentico messaggio del Corano?
Per un equivoco alimentato a bella posta sia dai fondamentalisti che dagli islamofobi.
Se si conoscesse davvero il Corano e se ne avesse dunque soggezione, non ci potrebbero essere equivoci. Tuttavia, oggi si preferisce fermarsi alle apparenze con cui giocano sia gli ignoranti fanatici fondamentalisti sia i delatori dell’Islam

Già, subito dopo l’attentato alle Twin Towers, Richard Schechner (Introduzione ai Performance Studies, Cue Press, 2018, p. 432) aveva dichiarato come il sedicente scontro di civiltà fosse: «una guerra di apparenze e di performance più che di bombe e pallottole». In ogni caso le seconde discendono dagli scenari disegnati dalle prime.

L’errore più grossolano commesso da orientalisti come Bernard Lewis, responsabile della “Cambridge History of Islam” (solo per citare un titolo tra gli innumerevoli altri) o ambigui pensatori della sinistra statunitense come Michael Walzer è quello di ipotizzare che la causa del terrorismo fondamentalista sia la mancata modernizzazione dei paesi musulmani e non avere tragicamente capito, invece, che il processo di ipermodernizzazione, traumaticamente attraversato da questi paesi, e particolarmente l’orizzonte postmoderno condiviso dalle nuove generazioni, grazie proprio ai new media, ha prodotto un cortocircuito letale. Il cortocircuito rappresentato, per esempio, dalla dimensione performativa dei Selfie (scattati poco prima di un attentato suicida e taggati ad ampio spettro sui Social), coinvolge, come progetto di controversa autorappresentazione identitaria, sia il fondamentalismo islamico sia il fondamentalismo islamofobo. In entrambi i casi, questa performance terrorista, con la sua ansia citazionista, ci ricorda che siamo ancora pienamente dentro la Condition postmoderne e come essa, per chi la guardi stretto in questa morsa aggressiva, abbia l’aspetto perturbante di un rispecchiamento fatale.

Dobbiamo fare uno sforzo notevole per disinnescare la “bomba” su cui siamo seduti e questo sforzo non può che derivare da una rinnovata strategia culturale e da una stretta, solidale, collaborazione tra le comunità religiose, come Papa Francesco ha capito tempestivamente.

Nel libro Lei sottolinea come il fine ultimo della rivelazione musulmana è orientato eminentemente verso obiettivi ultramondani mentre il progetto del radicalismo contemporaneo è invece tutto secolare: cosa afferma al riguardo la tradizione islamica?
La tradizione si muove nel solco di un deposito sacro che è stato ricevuto innanzitutto dal Profeta Muhammad (su di lui la pace) e che da lui si è trasmesso alle generazioni successive sino ai nostri giorni. Da sempre il cardine dell’Islam, nel tempo e nello spazio, è stato la ricerca della conoscenza. Una ricerca mai fine a se stessa, ovviamente, ma, al contrario, compiuta in nome di Dio, dell’amore per Lui e attraverso di Lui del rispetto per tutte le Sue creature. Il Profeta Muhammad ha detto: «Sono stato inviato per perfezionare la nobiltà del carattere».

Quando si parla di un confronto tra civiltà nel vivo della contemporaneità complessa in cui ci troviamo a vivere, non si può eludere il quadro paradigmatico dei principi entro cui le civiltà si inscrivono e le storie attraverso cui si sono articolate.

In questi ultimi anni si moltiplicano i dibattiti e le indagini sulla crescente presenza islamica in Occidente. Spesso tra gli elementi della discussione sembra prevalere l’interesse per le apparenti implicazioni esotiche dell’argomento o la riprovazione per la sfida che esso pone. Quasi che, per una paradossale coincidenza dei due differenti punti di vista, l’Islam andasse esaminato alla stregua di un’ideologia. Ci si dimentica in tal modo che l’Islam è, innanzitutto, una Religione rivelata.

Non si tratta pertanto di una “questione araba”, né di un fenomeno legato al mondo medio-orientale rispetto al quale ci si possa confrontare unicamente con strumenti sociologici o antropologici. Il Profeta Muhammad ha detto nel suo ultimo discorso: «Tutta l’umanità deriva da Adamo ed Eva, un arabo non ha alcuna superiorità su un non arabo né un non arabo ha alcuna superiorità su un arabo; un bianco non ha alcuna superiorità su un nero, né un nero ha alcuna superiorità su un bianco eccetto per il timore di Dio e le buone azioni che compie».

L’Islam è l’ultimo anello del monoteismo abramico. Proprio per il suo carattere universale, dalla tradizione islamica si è sviluppata una civiltà che ha trasmesso il suo prezioso patrimonio di conoscenza non solo all’Oriente, ma anche all’Occidente.

Questa tradizione, come ricapitolazione essenziale dell’intero piano divino di salvezza, invita gli uomini a riconoscere lo scopo precipuo della loro esistenza. Secondo l’Islam, infatti, Dio dice nel Corano: «non abbiamo creato gli uomini e i jinn se non perché Mi adorassero» (Sura 51, v. 56). Questa adorazione è conoscenza, acquisizione di un livello di consapevolezza più alto che implica riconoscenza nei confronti del Signore e amore e delicatezza per le Sue creature. Tutte, dalla più grande alla più piccola: «O uomini, vi abbiamo creato da un maschio e una femmina e abbiamo fatto di voi popoli e tribù, affinché vi conosceste a vicenda. Presso Dio, il più nobile di voi è colui che più Lo teme. In verità Iddio è Sapiente, ben informato» (Corano, 49, 13).

Come si manifesta nelle società islamiche il vero spirito della loro religione? 
Nell’esempio vissuto dei Sapienti che continuano a ribadire la bontà dell’esempio muhammadiano improntato, nelle intenzioni e nelle azioni, all’Amore, alla Misericordia e alla libertà autentica («Non c’è costrizione nella religione», recita il Corano nella seconda Sura al versetto 256).

Ci troviamo in un momento di passaggio determinante in cui l’uso pervasivo dei Media sta allontanando le nuove generazioni dalle fonti tradizionali della Sapienza sacra, dai testi ma anche dagli uomini che ancora nel tempo presente possono ritrasmettere in modo efficace questo prezioso deposito. Come ha riferito Abu Darda (che Dio sia soddisfatto di lui), il Profeta Muhammad (su di lui la pace e le benedizioni divine) ha affermato, infatti: «[…] I Sapienti sono gli eredi dei Profeti e i Profeti non lasceranno in eredità né dinar né dirham, ma solo la Scienza e chi la coglie, coglie porzione abbondante» (trasmesso da Abu Da’ud e Tirmidhi).

Troppa disaffezione si coglie nelle nuove generazioni rispetto a un modello di integrità che è la naturale anticamera dell’integrazione (e giammai dell’integralismo), perché non ci saranno mai difficoltà di comprensione tra persone che credono veramente in Dio.

Da questa serietà di attitudine, infatti, discenderebbero pietà, carità e cortesia nei confronti di tutte le creature, quale che sia la loro condizione e la loro appartenenza. È questo ciò che il Profeta Muhammad (su di lui la pace e le benedizioni divine) ha lasciato in eredità al tempo presente: «e non ti abbiamo inviato se non come una Misericordia per i mondi» (Corano, 21, 107).

Questo è un lavoro, dunque, che la Comunità Islamica deve svolgere, oggi più che mai, favorendo al proprio interno una maggiore pratica delle fonti sapienziali, evitando nel modo più assoluto l’approvvigionamento di notizie attraverso Internet e i suoi addendi, che di fatto, alimentano l’uso pernicioso di una religione “fai da te”.

La compagnia dei Maestri che sono ancora presenti nell’Islam garantisce un argine, come dimostra l’esempio di paesi quali il Marocco (tanto per citarne solo uno), contro la deriva attuale e ci ricorda che la pratica vissuta dei veri sapienti ha un sapore di gioia vitale ben diverso dalla furia censoria dei giudizi sommari di tanti intransigenti “inquisitori” mediatici e non.

Quali sono, a Suo avviso, i termini che ingenerano le maggiori incomprensioni?
Quelli che la cronaca rilancia, a partire dal tragico repertorio del presente, proponendoli come allarme sociale invece di spiegarne la profondità e la ricchezza. Pensiamo, per esempio, al Jihad, che sembra la sconsiderata “arma sempre pronta a sparare” del cosiddetto mondo musulmano. In realtà, nella sua essenza, il Jihad (lo sforzo), dal punto di vista militare, ha un uso estremamente limitato e che comunque, quand’anche fosse applicato, vieterebbe tassativamente il suicidio, il coinvolgimento di civili, donne, bambini, anziani, uomini religiosi, luoghi di culto, animali, persino la vegetazione. In ogni caso, questo Jihad è gerarchicamente inferiore al Jihad più importante. Il Profeta stesso, d’altronde, facendo ritorno dalle ultime spedizioni vittoriose da La Mecca e da Hunayn, confermando questa distinzione, disse: «rajanâ min al jihâdil-açghar ilâ al jihâdil-akbar – siamo tornati dallo sforzo minore al grande sforzo», e quando un suo compagno chiese quale fosse il grande Jihad, Muhammad rispose: «quello contro il proprio io, contro le proprie passioni». Ho fatto solo un esempio e l’ho anche trattato più schematicamente di quanto non faccia nel libro, ma serve forse a capire che se si conoscessero davvero le parole che talora si pronunciano senza cautela, si scoprirebbe, per dirne una, l’inganno dei cosiddetti jihadisti che, al contrario, lottano, senza alcun riguardo per lo spirito religioso di questa parola (Jihad), proprio per se stessi e per le loro passioni. Il Corano dice esplicitamente, nella V Sura al versetto 32 che «chi uccide un’anima innocente è come se avesse ucciso l’intera umanità».

Quali voci invece ci consentono di gettare uno sguardo sulla ricchezza della cultura islamica?
Tutti, compreso ovviamente quello che abbiamo citato nella risposta precedente, soprattutto se ci ricordano, come diceva il mio Maestro Sidi Mustafa al-Bassir, che la ‘Scienza della Verità’ (‘Ilm al-Haqq) è la scienza dei cuori e non la scienza della mera erudizione ed è la scienza dell’essere in feconda armonia e non dell’essere nella vana disputa.