Lorenzo MaroneLorenzo Marone, il Suo nuovo libro si intitola Un ragazzo normale ed è edito da Feltrinelli; non un libro su Giancarlo Siani ma con Giancarlo Siani. La Camorra aveva già fatto da sfondo ai Suoi racconti: questo libro segna un maggiore e rinnovato “impegno civico”?
C’era la voglia di parlare di Giancarlo Siani più che di camorra, di omaggiare questo ragazzo normale che ha compiuto gesti da eroe. La voglia di ricordare tutti i ragazzi normali che fanno un qualcosa in più. La scelta mi ha portato inevitabilmente a parlare ancora di camorra (tema già accennato nel mio precedente Magari domani resto), sempre, però, puntando il faro sul bene, su Mimì e la sua famiglia, su Siani.

Quanto c’è di autobiografico nei Suoi romanzi?
C’è sempre il mio trascorso, il mio sguardo, alcuni aneddoti che mi appartengono. Qui c’è parte della mia adolescenza, i ricordi di quegli anni speciali trascorsi sotto il palazzo a giocare con un pallone.

L’amore che compare nei Suoi libri non è mai scontato o romanticheggiante: si nasconde spesso nei dettagli, è un amore non dichiarato: cos’è per Lei l’amore?
È la forza che tutto muove, “l’unica cosa capace di vincere la morte“, come dice a un certo punto Giancarlo. Non è un concetto banale, l’amore, in ogni sua forma, è energia positiva, l’unica cosa che abbiamo, se andiamo a vedere.

Napoli, con tutte le sue contraddizioni, fa da sfondo al racconto: in che modo la ispira la Sua città?
In ogni modo possibile. La mia scrittura è intrisa di Napoli, non la immagino lontana da questi luoghi, priva della lingua napoletana, dei personaggi che la città mi regala a ogni angolo, serviti su un piatto d’argento.

Un ragazzo normale parla degli anni ottanta, è un libro in cui i quarantenni di oggi trovano qualcosa della propria infanzia: possiamo considerarlo anche un viaggio nella memoria della Sua infanzia?
È un omaggio a quegli anni da molti considerati negativamente, come anni del disimpegno, e che io, invece, ricordo come romantici e spensierati, di certo perché ero un ragazzino dell’età di Mimì. Sono stati, però, anche l’ultimo decennio di vera condivisione, giornate intere per strada, tutti insieme, senza distinzioni sociali, prima che arrivasse la tecnologia a spazzare via ogni cosa.

Nel romanzo, il nonno di Mimì ad un certo punto afferma: «C’è bisogno di eroi, è vero, purché non abitino nel nostro palazzo»: cosa significa questa frase per Lei, che per quasi dieci anni ha esercitato la professione di avvocato prima di dedicarsi alla scrittura?
Significa che noi siamo così, vogliamo che l’eroe sia sempre l’altro, che il supereroe si carichi sulle spalle i nostri problemi e le nostre paure e che le porti il più lontano possibile. L’eroe della porta accanto ci fa paura, non vogliamo averci a che fare, altrimenti potremmo rimanere invischiati in “cose che non ci riguardano.”