Lorenzo de' Medici, Giulio BusiProf. Giulio Busi, Lei è autore della biografia di Lorenzo de’ Medici, edita da Mondadori: un percorso, il Suo, che partendo dai rapporti tra Umanesimo ed ebraismo, passa da Pico della Mirandola per giungere al suo protettore. Qual è il fil rouge, se esiste, che lega questi temi e come mai un volume sul Magnifico?
Mi sono avvicinato a Lorenzo a tappe. Un primo passaggio mi ha portato dal misticismo ebraico a Giovanni Pico, che di quel misticismo è stato il primo, e forse il più grande interprete cristiano. Una volta acquistata familiarità con Pico, è stato naturale per me addentrarmi nel mondo di Lorenzo. È un po’ quel che succede quando un amico te ne presenta un altro. Se ti intendi bene con il primo, non sarà difficile capirti con il secondo. Tra il Conte della Mirandola e il Magnifico ci fu un’amicizia sincera e un’affinità profonda. Così, dopo aver scritto molto su Pico, mi sono imbarcato sulla nave veloce e ambiziosa di Lorenzo. Tentarne la biografia è stato un azzardo, che mi ha molto appassionato.

Lorenzo de’ Medici incarna la figura del principe umanista, mecenate ed egli stesso letterato. In realtà fu anche un abile politico e fine stratega. Quale dimensione, a Suo avviso, descrive meglio il personaggio?
Lorenzo è tutti questi personaggi assieme, in un solo corpo e in un’unica anima. Se si vede solo il politico, o ci si fissa sul letterato, o sul mecenate, si fa torto all’uomo, che fu capace di passare da un ruolo all’altro con straordinaria naturalezza.

Una Firenze, quella dei Medici, ricca e colta, tesa tra le ultime parvenze di Repubblica e la predicazione del Savonarola. Il rapporto tra quest’ultimo ed il Magnifico fu assai contrastato.
In realtà fu Lorenzo a far venire Savonarola a Firenze, e a rendere possibile la sua predicazione. Erano personalità molto diverse, ma non sembra vi sia mai stato uno scontro aperto. Anzi, in punto di morte, Lorenzo volle il domenicano al proprio capezzale. Il Savonarola politico e rivoluzionario la farà da protagonista solo dopo la scomparsa del Magnifico.

Lorenzo non fece in tempo a vedere l’elezione di suo figlio Giovanni a Sommo Pontefice: si può affermare che egli la ricercasse o preconizzasse?
Di sicuro Lorenzo mosse denaro e diplomazia per far diventare Giovanni cardinale. I Medici ambivano da tempo al cardinalato, che li avrebbe proiettati tra le grandi famiglie della penisola. Giovanni cardinale significava, per il padre, una preziosa carta politica, per la famiglia e per Firenze. E ancor più decisivo per la politica medicea nel Cinquecento fu quando Giovanni giunse al pontificato e divenne Leone X. Nè bisogna dimenticare il papato di Clemente VII, ovvero Giulio de’ Medici, figlio di Giuliano, il fratello di Lorenzo, ucciso nel 1478. Figlio e nipote papi: Lorenzo non lo potè vedere realizzato, un simile trionfo, ma lo preparò.

Lei insegna in una prestigiosa università tedesca: si sente un “cervello in fuga”? Pensa mai di tornare in Italia?
L’espressione “cervelli in fuga” non mi piace. A muoversi non sono solo i cervelli ma anche i corpi, con le loro emozioni e i desideri. In Europa mi sento a casa, e mi sposto quasi ogni settimana, non solo tra Italia e Germania. Direi che mi considero un europeo di cultura prevalentemente italiana, con molte curiosità ancora da soddisfare. Berlino è una città straordinaria, così come amo Milano. In Italia non ho bisogno di “tornare”, poiché ci lavoro e ci vivo, tra un soggiorno tedesco e l’altro. I confini sono, semmai, nelle nostre teste, ed è da lì che bisogna eliminarli.

Quali sono i Suoi prossimi progetti letterari?
Sto lavorando a due libri. Uno sulle città celesti, tra mistica e letteratura. L’altra impresa è una biografia di Michelangelo. Anche in questo caso, è come se un amico me ne avesse presentato un altro. Lorenzo si prese in casa, nel Palazzo fiorentino di via Larga, Michelangelo giovinetto, e lo fece vivere con i propri figli. È un Rinascimento fatto di rapporti umani e d’amicizia, di affinità elettive, su cui c’è ancora molto da dire e da raccontare.