Loredana LipperiniLoredana Lipperini, quando è nato il Suo amore per i libri e la lettura?
Non so se tratti di amore o di necessità, ma qualunque cosa sia è nata per merito di una madrina di battesimo che riteneva che una bambina dovesse leggere. Il punto è che lei non leggeva, dunque non controllava il contenuto dei libri che mi regalava: fu una fortuna, perché tra i sette e gli otto anni ho ricevuto in dono le fiabe dei Grimm e di Andersen in edizione integrale, faccenda che ai tempi attuali provocherebbe una pioggia di ricorsi al Garante per l’Infanzia e diverse crisi di svenimento delle madri (non scherzo: recentemente ho letto vibranti proteste materne contro Roald Dahl). Edizioni integrali, infatti, significa teste tagliate, piedi mozzati, sirenette che diventano schiuma del mare, tutti i finali non lieti che oggi si prova ad addolcire. A farmi diventare lettrice è stata, insomma, la libertà di addentrarmi in territori proibiti senza nessun controllo a farmi capire che i libri possono aprire mondi e che su quei mondi si può camminare felicemente. Ai Grimm seguirono i libri di Mary Poppins di Pamela Travers, ancora una volta diversissimi dalla morbidezza del film, e meravigliosamente gotici. Il resto è venuto da solo.

Può dare a chi non legge una ragione per farlo?
Leggere è una postura prima che un dovere. È un modo per conoscere altre esistenze, per piangere e ridere e spaventarsi nelle sembianze degli altri, di certo non è una scorciatoia per sentirsi intelligenti o migliori. Di recente le neuroscienze ci hanno svelato che leggere aumenta le connessioni tra varie regioni del cervello, con un effetto peraltro durevole, e che la lettura ci porta davvero “nel corpo” dei personaggi. I lettori lo sanno già. La ragione potrebbe essere questa: se vuoi provare a essere un cacciatore di balene, uno sgominatore di demoni, una regina elfica, puoi. Leggi.

Come si diventa scrittori?
Rispondo con un testo scritto tempo fa, a quattro mani, con il mio amico e socio Giovanni Arduino. Credo che renda l’idea.

«Buttate i manuali. I manuali di scrittura creativa. Di “narratologia” (virgolette obbligatorie). Di gente che non ha mai scritto un romanzo, di sceneggiatori che hanno sfornato due copioni nei tardi Sessanta/Settanta. Bruciateli. Affogateli nel cesso. Assicuratevi che non lo intasino. Leggete. Tutto. Di tutto. Il più possibile. Onnivori. Libri. Narrativa. Saggistica. Fumetti. Giornali. Guide turistiche. Foglietti illustrativi dello sciroppo per la tosse e dell’ansiolitico. Non importa se su rete, su carta. Su pc, su e-reader, su tablet, sulle pareti della vostra stanza da letto dove minacciosi caratteri cuneiformi compaiono ogni santo mattino come per magia (una sola domanda: ma dove accidenti vivete?). Guardate film. Serie televisive, cartoni animati compresi. Spettacoli teatrali. Giocate ai videogiochi. Impegnatevi nei giochi di ruolo, nei MMORPG, nei LARP, nel cosplay. Giocate ad acchiapparella. A nascondino. A Magic. A quello che volete. Ascoltate musica, tutta, o almeno assaggiatela, da Rob Zombie a Mozart passando attraverso Rihanna e i Ramones e J-Ax. Mangiate frutta fresca e non solo sciroppata (questa può essere una metafora, ma anche no). Leggete ancora. Leggete di più. Siate curiosi. Sempre. Curiosi e informati: quello che gli altri non vogliono farvi sapere è esattamente quello che dovete sapere. Leggete On Writing di Stephen King. Vi sembra un bignamone buono a tutti gli usi? Non secondo noi, ma sicuramente è pratico e facile da seguire e da applicare (fornisce semplici strumenti). Vi sembra (anche) un’autobiografia? Certo, ma la vita non si scinde dalla scrittura e viceversa. Di conseguenza: vivete. Vivere non significa prendersi una storta tutte le sere: come spesso ripeteva il mai troppo compianto Beniamino Placido, Charles Bukowski puppava litri di alcol ma era in primis uno scrittore. Per vivere, a volte, basta fare il classico giro dell’isolato. Leggete. Guardate. Toccate. Ascoltate. Annusate. Leccate (sì, così, esattamente, anche se vi fa ridere: leccate, possibilmente non i posteriori altrui). Se volete, a On Writing aggiungete Come si diventa autore di fumetti di Alfredo Castelli e Silver (scaricabile da qui previa registrazione: come è facile evincere dal titolo, è incentrato sulla sceneggiatura di fumetti, è un po’ datato in alcuni –pochi- punti, ma tratta comunque di narrazione, è molto pratico e pieno di buon senso ed è assolutamente gratis, il che non guasta mai; per chi non lo sapesse, ma ne dubitiamo, Alfredo Castelli è una colonna del fumetto italiano, creatore di Martin Mystére e non solo, mentre Silver è la mente dietro Lupo Alberto, una delle prime strip italiane). Di nuovo: leggete. Non basta. Di nuovo. Sottoponete i vostri scritti a chi si sta impegnando nella vostra stessa fatica. A un perfetto estraneo di cui vi fidate, anche conosciuto su un blog, su twitter, su tumblr, su facebook, su anobii, su goodreads, al bar sotto casa. Agli altri partecipanti di qualsiasi vostra comunità virtuale o meno. Ai vostri soci fanficciari, se li avete. Considerate critiche e obiezioni ed eventuali complimenti. Prima di sganciare anche solo due soldi per un parere che si presume professionale, valutate bene chi vi sta chiedendo quei soldi o a chi intendete rivolgervi (controllate curricula, esperienze pregresse in campo editoriale e non, informazioni verificabili e reperibili in rete).  Leggete. Leggete. Leggete. Quello che vi piace e quello che pensate non potrebbe mai piacervi (le sorprese inaspettate sono spesso fantastiche). Non abbandonate On Writing, non abbandonate Castelli & Silver, non abbandonate un buon manuale di grammatica, ortografia e sintassi e un ottimo vocabolario (non ridete, sono utili). Molto probabilmente per il lavoro sporco non vi servirà altro.  Scoprite se possedete o meno quello che un autore italiano magnificamente definisce “il senso della frase”: sì, noi purtroppo riteniamo che scrittori un po’ si nasca, che volete farci. Siate impietosi con voi stessi. Ricordate che di scrivere mica ve l’ha ordinato il medico. Ricordate che scrivere non è sempre un piacere o non è detto che debba esserlo. Ricordate che la distinzione tra genere e letteratura è una fanfaluca. Ricordate che a parlare in toni critici e sarcastici di scrittura ombelicale è solo e soprattutto chi non ha un ombelico interessante. Ricordate che queste sono le nostre opinioni in proposito, quindi fallibili, ma vivaddio pratiche, o almeno lo speriamo Nel frattempo, indovinate un po’, leggete.»

Viene prima la passione per la lettura o quella per la scrittura?
Come detto sopra, non sono disgiungibili. Per quanto riguarda me, non lo sono state. Ho cominciato a scrivere piccole e stupidissime storie nel momento stesso in cui ho iniziato a leggere, per forza di cose, e non ho mai smesso. Come dice King, scrivere è acqua di vita, ed è gratis.

I dati Istat evidenziano come oltre il 60% degli italiani non legga: quali a Suo avviso le cause e quali le possibili soluzioni?
Anche di recente l’Istat conferma che in Italia si legge pochissimo, e i lettori sono il 40.5%, intendendo quelli che in un anno hanno avuto fra le mani almeno un volume. E allora? Allora va così e non può che andare così: per chi concepisce la lettura un modo come un altro per impiegare il tempo libero le alternative sono infinite, dallo scrivere su un social a guardare (e fa benissimo, peraltro) una buona serie televisiva a frequentare una palestra (fa benissimo anche in questo caso). Ricordo ancora una sciagurata campagna per la promozione della lettura di una ventina di anni fa, dove gli spot mostravano un palestrato dall’aria stupida, con il sottinteso messaggio “non fare come lui, che è un bestione”. Non funziona così: si legge se si è curiosi, non per essere migliori di altri. Se si è curiosi, si vogliono scoprire parole combinate in modo nuovo. Se si è curiosi, si prova a infilare il naso in un libro, di qualsiasi tipo, sì, anche Fabio Volo che non ha senso vituperare, perché a tenere a distanza i possibili nuovi lettori è anche quell’aggrapparsi alle tende e quel proliferare di “oh, dove finiremo?”, che in non pochi casi sottintende “perdindirindina, perché non leggete ME?”. Se si è curiosi, si legge, appunto, anche l’etichetta dell’acqua minerale come quella che mi sta davanti (e che peraltro riporta in elegante corsivo la leggenda di una ninfa, guarda cosa si scopre). A forza di essere disincantati e annoiati, leggeremo sempre meno, e andremo anche meno in palestra e forse guarderemo anche meno serie televisive.

È possibile educare alla lettura? Se sì, come?
Evitando davvero di essere saccenti e di accusare chi non legge di essere un ignorante. Leggendo a propria volta, se si è genitori o educatori. Moltiplicando le sedi dove ci sono libri: sale d’attesa, ospedali, ristoranti, alberghi. Incrementando le biblioteche. Cercando di non alimentare la folle divisione fra “intellettuali buonisti e ricchi” e “povera gente” che in questo momento (ma da anni, direi) predomina. Leggere è bello e, sì, leggere è politico. Se diminuisce la capacità di lettura, diminuisce la capacità di partecipare alla vita sociale. Tullio De Mauro, per anni,  ha ripetuto questi dati:

“Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile. Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20% della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”.

Ripeto. Perdere la capacità di lettura significa perdere la capacità di essere cittadini. Poi, si può anche scegliere di non leggere romanzi e poesie. Ma bisogna comunque tenere in allenamento la nostra abilità di lettori potenziali.

La tecnologia fatta di tablet ed e-book reader insidia il libro cartaceo: quale futuro per i libri?
Non ho mai considerato insidiosi i supporti tecnologici: leggo, per abitudine, prevalentemente su carta, ma uso regolarmente l’e-reader quando viaggio o sono in vacanza. Il punto non è “come” si legge.  L’insidia semmai viene dai social e dal fatto che attraverso i social si “legge”, perché si conoscono i pensieri degli altri, le vite degli altri, le immagini degli altri. Su Facebook, per esempio, anche non volendo, sappiamo che qualcuno ha cucinato una torta, o ha l’influenza, o ha ricevuto una telefonata importante, si è innamorato, ha avuto un bambino, ha comprato un vestito, si è tagliato i capelli, ha perso un genitore, si è ricoverato in ospedale, ha firmato un contratto, ha pianto alla laurea del figlio. Quando i numeri ci dicono che i libri perdono lettori, ma che i non lettori passano molto tempo on line, forse non tengono conto di questo: ci sono bacheche che sono storie. Certo, usano altri linguaggi, certo, non sono “letteratura”. Eppure avvincono.

Quali provvedimenti dovrebbe adottare a Suo avviso la politica per favorire la diffusione dei libri e della lettura?
Partiamo dai dati. Sono quelli riportati da Salvatore Settis un anno fa:
«Già nel 2008, dopo la cura dimagrante firmata Tremonti-Bondi, l’Italia era il fanalino di coda, con lo 0,8% del Pil; nel 2015 abbiamo gloriosamente raggiunto lo 0,7%, penultimi in classifica (dopo di noi, solo l’Irlanda).»

Investire nella cultura, e dunque nella scuola, nelle biblioteche, nell’editoria, nella promozione intelligente e non lacrimosa della lettura, è l’unico progetto possibile. Politico, sociale, vitale.

Quali consigli si sente di dare ad un aspirante scrittore?
Non l’avevo detto? Leggere.