Locus amoenus. Nuovi strumenti di analisi della Commedia” di Simone Bregni

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Prof. Simone Bregni, Lei è autore del libro Locus amoenus. Nuovi strumenti di analisi della Commedia pubblicato da Angelo Longo Editore: quale importanza riveste l’applicazione corretta delle teorie dell’intertestualità alla letteratura premoderna?
Locus amoenus. Nuovi strumenti di analisi della Commedia, Simone BregniIo credo che applicazioni corrette delle teorie dell’intertestualità, che studiano i rapporti tra testi, possano rivelarsi particolarmente fruttuose, in particolare se applicate alla letteratura premoderna, prodotto di epoche in cui le relazioni tra testi e il processo di trasmissione della cultura erano radicalmente diversi da quella moderna. Nel suo articolo Against Intertestuality del 2004 pubblicato in Philosophy & Literature, William Irwin sostiene invece che nessun concetto razionale né coerente di intertestualità venga presentato da Kristeva, Barthes e coloro che lui genericamente indica come «i loro epigoni», e sostiene che l’intertestualità dovrebbe essere quindi «cancellata dal lessico degli umanisti sinceri e intelligenti». Il termine intertestualità è stato introdotto da Julia Kristeva in un capitolo del suo libro Séméiotiké che risale al 1967. L’intertestualità quindi è un concetto derivato dalla critica letteraria della fine degli anni ’60, e come tale quindi guardato dai critici moderni con sospetto, e spesso criticato. Quella di Irwin è soltanto una delle voci più recenti di una lunga sequenza di denunce dei limiti della teoria che emerge dagli scritti di Kristeva e di Barthes. Mi pare che il problema di Irwin derivi dal suo limitare la propria analisi a solo una piccola porzione di ciò che è in realtà un ben più vasto corpus di teorie dell’intertestualità, inclusi in particolare i significativi apporti degli studiosi italiani Cesare Segre e Maria Corti. Il problema, infatti, come Irwin manca di notare, è che i limiti delle teorie di Kristeva e Barthes erano stati superati dalle teorie dell’intertestualità prodotte all’inizio degli anni ’80 da critici quali Riffaterre e Cesare Segre, e portate poi a compimento da Maria Corti a metà degli anni ’90. In particolare, Segre e Corti sottolineano come testi differenti a volte facciano riferimento a un discorso generale che è sviluppato attraverso testi diversi, introducendo in questo modo il concetto di interdiscorsività, la relazione tra un certo numero, più o meno esteso, di testi. Un’analisi della letteratura tra l’epoca antica e quella rinascimentale rivela come le relazioni tra testi fossero decisamente più complesse di quanto non lo siano oggi; e che il concetto di citazione è moderno. In tempi recenti, Dantisti come Kleinhenz e Benfell hanno mostrato che l’approccio intertestuale/interdiscorsivo è efficace. È questione di metodologia e di modalità di approccio, che richiedono una vasta conoscenza della letteratura classica grecolatina e delle Scritture.

Quali nuovi elementi sulle modalità del processo dantesco di imitatio nella Commedia può fornire un approccio al concetto classico e medievale di imitatio ed æmulatio alla luce delle teorie dell’intertestualità?
Un approccio al concetto classico e medievale di imitatio e æmulatio alla luce delle teorie dell’intertestualità può fornire nuovi elementi sulle modalità (intertestuali, interdiscorsive) del processo dantesco di imitatio nella Commedia. Mentre nella nostra epoca il concetto di imitazione in letteratura è percepito come negativo, nell’antichità e fino al Rinascimento, al contrario, il concetto letterario di imitatio era positivo e comunemente applicato; era tuttavia totalmente diverso per natura e scopo. Il processo di imitatio nulla aveva a che vedere con il moderno concetto di plagio. Nel mondo premoderno, al contrario, consisteva in un tributo, e al tempo stesso una sfida, da parte di uno scrittore nei confronti di un altro, o altri. L’imitatio era spesso connessa al procedimento di traduzione: autori latini traducevano dal greco imitando scrittori greci allo scopo, da un lato, di onorarne la memoria, e dall’altro per provare che anche autori latini potevano risultare così sofisticati ed eleganti come le loro controparti greche. Così anche Dante imita Virgilio e Ovidio per onorare e rendere omaggio ai suoi maestri, ma anche, e in ultima analisi, per provare che il proprio stile e abilità artistiche erano altrettanto valide. L’imitatio era, e intendeva essere, anche æmulatio. Leggendo un antico testo greco-romano, o uno scritto medievale o rinascimentale, spesso ci sembra che le righe lette stiano evocando altri testi, a volte contemporanei, ma spesso più antichi. A volte tale processo è piuttosto evidente: leggendo brani del quarto canto dell’Inferno, per esempio, non possiamo fare a meno di notare chiari richiami, e anche riferimenti precisi, al sesto canto dell’Eneide di Virgilio, insieme ai testi di altri autori classici: Ovidio, Lucano, Omero ed Esiodo. Altre volte, invece, il riferimento ad altri testi viene percepito come presente in un testo, ma risulta difficile identificare il testo di riferimento; questo perché il quadro di riferimento, cioè il sostrato culturale, è mutato nel tempo. I lettori coevi erano in grado di percepire il riferimento all’altro testo perché esso costituiva patrimonio culturale comune all’epoca; ma non è più così, e non lo è da secoli. Una tale relazione tra testi, un rapporto che non può essere identificato con una citazione, ma risulta comunque presente, è stato definito dalla critica moderna come intertestualità. Il concetto di intertestualità non è soltanto utile, ma, credo, essenziale (almeno in parte, come spiego nel corso del mio volume) nell’aiutarci a comprendere l’essenza profonda della letteratura premoderna. Come Cesare Segre e Maria Corti hanno sapientemente dimostrato attraverso l’interpretazione, l’evoluzione e l’espansione del concetto attraverso le loro opere, le categorie intertestuale/interdiscorsivo ci permettono di identificare rapporti tra testi e discorsi che sono attivamente presenti, ma la cui esistenza eravamo prima, in ultima analisi, incapaci di provare, in quanto limitati dalla categoria essenzialmente moderna della citazione diretta. Nella cultura moderna e contemporanea, infatti, ci consideriamo incapaci di provare l’esistenza di un rapporto diretto tra due o più testi in assenza di una citazione chiara; ma non così nella letteratura antica, medievale e rinascimentale; specialmente alla luce del concetto di imitatio che era costantemente in gioco. Imitatio voleva dire un riferimento costante a, e tra testi, il che, per sua natura, trascende i limiti imposti dalla citazione diretta, anche perché il riferimento ad altri testi non era mai per propria natura diretto, ma sempre in un contesto di translatio/imitatio/æmulatio.

C’è un altro elemento rilevante da tenere a mente: sappiamo che, date le modalità di trasmissione della cultura nell’epoca premoderna, la facoltà di memoria era molto più sviluppata prima dell’invenzione della stampa. Anche le persone colte e di ceto abbiente avevano comunque accesso limitato a testi scritti; la cultura era trasmessa in gran parte oralmente, attraverso letture e recite pubbliche. Di conseguenza, la memoria svolgeva un ruolo più rilevante che ai giorni nostri. Sappiamo ad esempio che il lettore medio all’epoca di Dante aveva memorizzato, se non interamente, almeno una gran parte degli scritti all’epoca noti di Virgilio, Ovidio, Lucano, degli oratori e degli storici, oltre a parti sostanziali della Bibbia e alla letteratura popolare contemporanea. Il lettore medievale era quindi in grado di cogliere immediatamente una vasta serie di allusioni a testi classici e biblici. Affrontare la lettura della letteratura premoderna significa imbattersi costantemente in riferimenti di natura intertestuale e interdiscorsiva.

Nel libro Lei analizza un particolare topos della tradizione classica presente e ricorrente nella Commedia, quello del locus amœnus: in che modo l’analisi intertestuale fa luce non solo sulle modalità di trasmissione della tradizione classica attraverso il tardoantico e il Medioevo, ma anche sulla cultura medievale in toto?
Nel mio libro mostro come il topos del locus amoenus sia impiegato nella Commedia allo scopo di riassumere e condensare, e in ultima analisi alludere a, i valori e l’intera visione del mondo dell’antichità pagana, un referente-chiave alla tradizione classica nel suo insieme. Il locus amoenus, vale a dire la rappresentazione di un luogo ameno descritto come un magnifico giardino, si presta particolarmente a illuminare le modalità e gli scopi del procedimento intertestuale/interdiscorsivo in Dante. Questo antico topos greco-romano era ampiamente usato dagli autori medievali e rinascimentali. Credo anche che in Dante possa essere visto come un referente-chiave, quello più importante, più caratteristico e più comune alla tradizione classica pagana nel suo insieme; e che, in un certo senso, il esso venisse impiegato allo scopo di riassumere e condensare, e in ultima analisi alludere a, i valori e l’intera visione del mondo dell’antichità pagana. Il topos del locus amoenus è una delle aree principali in cui il processo di imitatio ebbe luogo e si sviluppò dall’antichità greco-romana fino al Rinascimento. Autori greci, romani, nelle lingue vernacolari medievali; pagani e cristiani, ma anche della cultura araba (si veda ad esempio il Liber Scalæ Machometi, di cui parlo diffusamente nel mio volume) e giudaica (lo storico Giuseppe Flavio) scrissero testi che costituivano da un lato un tributo ai loro modelli letterari, dell’antichità classica e coevi, di culture proprie, prossime o differenti; ma dall’altro rappresentavano anche una sfida ingaggiata con e tra modelli letterari attraverso la descrizione di un luogo di delizie. Se l’immagine letteraria dell’hortus deliciarum, il giardino delle delizie, è molto antica (risale infatti a Omero e a Esiodo) il locus amoenus come topos era un prodotto della letteratura ellenistica del III secolo a.C. Il topos si era sviluppato nella lirica erotica ellenistica allo scopo di fornire un ambiente pastorale idillico come sfondo della rappresentazione della relazione amorosa. Autori greci e latini entrarono in competizione nel rappresentare il locus amoenus migliore possibile; e autori latini, in particolare, scrissero poemi in cui, attraverso un processo di imitatio, sfidavano i modelli greci allo scopo di dimostrare che la poesia latina poteva essere altrettanto sofisticata di quella greca. L’imitatio divenne così strumento per dimostrare valore, e egemonia, culturale.

Per quali ragioni l’espressione «imitatio intertestuale/interdiscorsiva» coglie meglio del termine «intertestualità» la complessità dell’uso dell’antico strumento retorico nel capolavoro dantesco?
Perché coglie meglio la complessità dell’uso dell’antico strumento retorico nel poema dantesco. In sintesi, io propongo un’integrazione tra il concetto moderno di intertestuale/interdiscorsivo e il concetto pre-moderno di imitatio. Ritengo che l’analisi intertestuale possa fornire un utile strumento ermeneutico per far luce sulla complessa relazione tra testi nella letteratura premoderna. Processi di natura intertestuale e interdiscorsiva presenti nella letteratura premoderna e che sono sia un prodotto, sia una manifestazione di una cultura distante nel tempo e diversa rispetto alla nostra, e sono stati intenzionalmente creati, strutturati e usati da artisti come Dante. Attraverso questi procedimenti, anche un topos come quello del locus amoenus, nato nell’ambito della poesia erotica ellenistica, poteva diventar parte del piano divino di salvezza all’interno della cornice della visione teocentrica che il Medioevo aveva del mondo. Credo che l’analisi intertestuale/interdiscorsiva di quel topos antico, così come presentato da Dante nella sua articolazione all’interno della Commedia, possa aiutarci a capire meglio una delle caratteristiche più essenziali della cultura medievale italiana, l’enfasi su Dio come centro dell’universo, e sull’esperienza umana della vita terrena come di un viaggio verso Dio.

Per questo, data la complessa natura dei procedimenti di imitatio/æmulatio nella letteratura medievale, e nella Commedia in particolare, propongo di usare, al posto del termine «intertestualità», per certi versi datato, ma soprattutto limitato, l’espressione «imitatio intertestuale/interdiscorsiva», che coglie meglio, credo, la complessità dell’uso dell’antico strumento retorico nel poema dantesco. Si tratta di un’integrazione di strategie retoriche antiche e metodologia moderna.

Quali prospettive offrono alla ricerca sull’imitatio intertestuale/interdiscorsiva nella Commedia i nuovi strumenti digitali?
Recenti strumenti digitali come Digital Dante (digitaldante.columbia.edu), sviluppato in collaborazione con il Centro per lo sviluppo e la ricerca digitale (Center for Digital Research and Scholarship) della Columbia University, mostrano la rilevanza della ricerca sull’imitatio intertestuale/interdiscorsiva nella Commedia, e aprono nuovi orizzonti di sviluppo. Gli strumenti informatici non solo semplificano l’accesso all’analisi dei testi, ma, attraverso ipertestualità e multimedialità, permettono nuovi raffronti, facilitando così l’emergere di nuovi elementi da raccogliere, studiare, confrontare, analizzare.

Simone Bregni è nato a Novara nel 1963. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo di Civiltà Medievale, all’Università di Torino, e un dottorato in italianistica (Ph.D.) negli Stati Uniti, alla University of Connecticut. È ordinario e direttore del dipartimento di lingue alla Saint Louis University (SLU), dove insegna corsi di lingua italiana, cinema e letteratura medievale e rinascimentale. Ha pubblicato saggi sul tardoantico, il teatro rinascimentale e la didattica delle lingue attraverso gli strumenti digitali interattivi.

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