Professoressa Campus, Lei è autrice del libro Lo stile del leader. Decidere e comunicare nelle democrazie contemporanee, pubblicato per i tipi del Mulino: nelle democrazie contemporanee, fino a che punto conta lo stile del leader?
Lo stile del leader. Decidere e comunicare nelle democrazie contemporanee Donatella CampusLo stile della leadership, per come lo intendo, è un concetto multidimensionale. Ha a che fare con il modo in cui i leader prendono le decisioni e trattano con i loro collaboratori; il modo in cui si relazionano con tutti gli altri attori politici; il modo in cui creano un legame di identificazione con i loro seguaci e sono capaci di ispirarli; infine il modo in cui comunicano con i cittadini e così costruiscono e mantengono il consenso.
In termini generali, ovunque esista un vertice esecutivo, lo stile della leadership è un elemento centrale. Soprattutto per quello che riguarda gli aspetti relativi ai processi decisionali e al rapporto con i collaboratori non ci sono sostanziali differenze tra le democrazie di ieri e quelle attuali in termini di importanza. Altrettanto i leader di tutte le epoche sono sempre stati investiti del compito di fornire ispirazione ai loro seguaci. Possiamo parlare di “leadership trasformativa”, per usare il termine usato da James MacGregor Burns, attraverso i secoli. L’aspetto rispetto al quale le democrazie contemporanee hanno sperimentato un vero cambiamento è quello della comunicazione. Questo perché, come ha teorizzato Bernard Manin, siamo passati dalla “democrazia dei partiti” a quella “del pubblico”. Un tempo le attività di propaganda erano in gran parte incentrate su simboli ideologici, legati ai partiti. Gli elettori rispondevano a quel tipo di richiamo. Adesso chi è in prima fila a comunicare è proprio il leader e, di conseguenza, la sua immagine, la sua visione politica sono essenziali per stabilire un legame con i cittadini.

In che modo tratti della personalità, motivazione e convinzioni ideologiche incidono sul rapporto del leader con i media e i cittadini?
Personalità, motivazioni e la forza delle proprie convinzioni contribuiscono tutte a delineare lo stile di ogni singolo leader. Quindi influenzano il suo modo di decidere, di trattare con il mondo, di comunicare. E’ impossibile isolare e misurare gli effetti di ogni singola componente sui cittadini. Diciamo che un leader che appaia molto energico, convinto delle sue idee e disposto a portarle avanti anche al prezzo di scontentare alcuni gruppi piacerà a quei cittadini che riconoscono in lui/lei le loro stesse caratteristiche, secondo un criterio di somiglianza, oppure a quei cittadini che preferiscono affidarsi a un leader forte e salvifico. Al contrario, uno stile di leadership più cooperativo incontrerà il favore di elettori con un altri profili psicologici e culturali. Leader con precise e nette convinzioni ideologiche possono costruire con i cittadini un legame di identificazione basato su una comunanza valoriale; gli altri possono, invece, contare di più sulla simpatia personale, la condivisione di stati emotivi.

Qual è il ruolo del contesto istituzionale?
Il contesto istituzionale è la cornice entro cui lo stile della leadership si dispiega. Definisce gli spazi di manovra entro cui il leader può muoversi. Poi, ovviamente, all’interno di questi confini i singoli leader si comportano diversamente. Anche all’interno dello stesso contesto nazionale ci sono differenze tra un capo dell’esecutivo e l’altro. Ad esempio, è chiaro che un leader che abbia dei tratti psicologici molto “agentici”, in altri termini sia quel che si dice un decisionista, dovrà frenarsi in quei contesti parlamentari dove la sopravvivenza del suo governo richieda continue negoziazioni con la propria maggioranza, un rapporto relativamente paritario con i propri ministri etc. Anche in questi casi, comunque il suo modo di agire sarà diverso da chi è naturalmente un “cooperativo”.

Da Trump a Macron, questa sembra l’epoca dei leader outsider.
Laddove prevalga un clima di diffidenza verso l’establishment e la classe politica, e questa sembra una caratteristica peculiare del momento politico attuale, coloro che possono vantarsi di venire “da fuori” godono di un vantaggio non indifferente. Bisogna però distinguere caso da caso perché non tutti gli outsider sono tali fino in fondo e, comunque, esistono tipi diversi di outsider. Trump, come prima di lui Berlusconi, sono indubbiamente outsider politici in quanto vengono dal mondo del business. Nel loro caso, tuttavia, posizione e ricchezza inducono a dire che si tratta quantomeno di insiders dal punto di vista sociale, dotati di notevoli risorse e notorietà. Insomma, non incarnano certo il modello dell’ “uomo qualunque” estraneo alle élite economiche e sociali. Questo vale anche per Macron: è vero che non ha alle spalle il percorso politico tradizionale fatto di cariche elettive, ma teniamo presente che è stato un ministro in posizione chiave nel governo Valls. Quindi, più che outsider nel senso di proveniente dall’esterno, il presidente francese è piuttosto un leader che si è mostrato capace di scardinare il vecchio sistema politico. Poi ci sono anche quelli che sono considerabili outsider in virtù della loro appartenenza a un gruppo: ad esempio, può essere vista come tale una donna che per prima infrange il soffitto di cristallo, come Margaret Thatcher prima donna premier britannica, o il primo leader proveniente da una minoranza o da un gruppo sociale fino a quel momento esclusi, come Barack Obama primo presidente afroamericano. Tuttavia, l’aspetto saliente, che riguarda proprio lo stile, è il modo di esercitare la leadership. Come ha osservato il politologo britannico Anthony King bisogna vedere se, oltre che per la loro provenienza, sono anche outsider dal punto di vista psicologico. Cioè, se il loro sentirsi esterni al mondo della politica produce anche pratiche decisionali differenti. Questo è stato il caso di de Gaulle, di Thatcher, di Berlusconi e, probabilmente –se si conferma nel tempo l’approccio mostrato in questa fase iniziale- è anche il caso di Trump. Non è però un fenomeno deterministico: anche un leader venuto da un altro ambiente, una volta al potere, può calarsi nel ruolo e assumere atteggiamenti tradizionali.

Quale stile per i leader del futuro?
Sia chiaro che non esiste una ricetta o un modello unico. Ogni persona porta la sua individualità nel modo di esercitare la leadership e il successo è anche condizionato da variabili di contesto che, in talune circostanze, rendono un certo stile più auspicabile e gradito, in talaltre meno. Quello che tuttavia si può mettere in evidenza è che oggi esistono delle sfide poste ai leader, che tutti più o meno devono affrontare. La prima, come si è detto, è che la loro responsabilità agli occhi degli elettori è aumentata in proporzione all’indebolimento dei partiti. Un tempo erano i partiti che sceglievano i leader, ne erano in qualche modo garanti, oggi i candidati sovente sono scelti dagli elettori con le primarie o si impongono sulla scena politica fondando i loro movimenti. La seconda è che il leader deve provare a creare un legame con gli elettori che vada oltre il semplice apprezzamento delle sue qualità personali. Pertanto, la dimensione su cui i leader contemporanei dovrebbero concentrarsi maggiormente -per evitare rapide ascese seguite da altrettanto rapide cadute- è quella dell’ispirazione, cercando di suscitare consenso su una visione politica che produca identificazione e offra ai seguaci un senso di autorealizzazione.