“Lo stato dell’arte del pubblico” di Gloria Bovio

Dott.ssa Gloria Bovio, Lei è autrice del libro Lo stato dell’arte del pubblico edito da Mimesis: innanzitutto, perché analizzare il pubblico culturale proprio attraverso l’arte contemporanea?
Lo stato dell’arte del pubblico, Gloria BovioL’arte contemporanea è un perfetto campo di studio del pubblico della cultura per il rapporto che costruisce attraverso linguaggi diversi con lo spettatore comune. A partire dalle avanguardie dei primi anni del Novecento l’artista cerca un contatto diretto con il pubblico, un coinvolgimento fisico oltreché emotivo per spronarlo ad agire, a prendere una posizione politica rispetto ai grandi cambiamenti sociali dettati dalla rivoluzione industriale. Attraverso sperimentazioni performative e partecipative di chiaro intento sociale e politico, le avanguardie artistiche tentano di dare coscienza critica alle persone affinché non subiscano passivamente la loro condizione di individui massificati. Nonostante queste nuove forme espressive vogliano avvicinare un pubblico ampio, in realtà non sono immediatamente comprensibili come arte, perché abbandonano i punti di riferimento dello spettatore, l’estetica e la figurazione classica, per assumere caratteri concettuali. Finché nell’immediato dopoguerra l’arte torna a essere figurativa con l’affermazione della Pop Art che propone le immagini dei mass media americani e i prodotti di massa come nuovi soggetti pittorici così come appaiono nelle pubblicità. È in questo momento che il mondo dell’arte contemporanea si apre alla massa del grande pubblico, in quanto arte che si rivolge a tutti e immediatamente fruibile da chiunque. Qui è chiaro come venga a ridursi la distanza tra cultura alta elitaria e cultura bassa popolare e come cambi il rapporto dell’arte con il pubblico.

Quasi contemporaneamente altri artisti propongono happening e performance fortemente concettuali e invitano il pubblico a fare parte dell’opera attraverso una partecipazione fisica che è quasi una sfida.

Questa particolare vicinanza dell’arte contemporanea al pubblico prosegue negli anni Settanta con la Public Art, che vede gli artisti uscire nelle città e calarsi nel sociale per dare voce ai disagi della collettività, cercando una partecipazione consapevole e attiva, cosa che continuano a fare molti artisti oggi attraverso forme espressive molto diverse tra loro.

Questo è il motivo per cui è interessante leggere l’evoluzione del pubblico dell’arte contemporanea, il fatto che sia un’arte sociale che cerchi di dare voce alla collettività e le offra uno spazio di riflessione critica su questioni importanti della vita.

Esiste un pubblico dell’arte e della cultura contemporanea?
Una delle caratteristiche del nostro tempo è la disgregazione delle classi sociali e la formazione di nuove categorie di persone che si distinguono non tanto per il reddito posseduto, quanto per le scelte culturali che compiono. In particolare ci sono persone che dedicano molta attenzione al consumo di prodotti immateriali fondati su regimi alimentari parchi e rispettosi dell’ecosistema, su pratiche discrete della cura del corpo e dell’anima, sull’investimento nell’istruzione dei propri figli e sull’implementazione costante del proprio capitale culturale. Queste scelte di consumo definiscono una “nuova élite culturale”, molto variegata al suo interno per il reddito posseduto, ma accomunata da uno status culturale che le permette di distinguersi socialmente ed essere pubblico della cultura contemporanea.

Per quanto riguarda l’arte contemporanea un discorso a sé va fatto per nuovi pubblici come le case del lusso, il mondo della finanza e dell’imprenditoria che si sono aggiunti a collezionisti esperti, addetti ai lavori e semplici visitatori appassionati di fiere, musei e biennali d’arte. Se le ragioni di queste ultime categorie sono evidenti e risiedono appunto nella passione incondizionata verso il contemporaneo, le case della moda e del lusso mostrano uno spiccato interesse non solo (o non tanto) per naturale predisposizione, ma per il suo potenziale sociale ed economico. L’arte contemporanea infatti è visione, sperimentazione e innovazione, valori che possono essere trasmessi da coloro che la sovvenzionano e la promuovono, per cui le maison finanziano progetti artistici da cui traggono un evidente ritorno di immagine. Per l’alta finanza invece l’arte contemporanea è principalmente investimento sicuro e diversificato, puro business insomma, ma anche legittimazione intellettuale di una nuova categoria che detiene ingenti capitali economici, ma a cui spesso manca un capitale culturale da esibire. L’art business offre a questo nuovo e particolare pubblico un’aura di prestigio superiore a quella raggiungibile con la compravendita di qualsiasi altro prodotto.

Tutto questo significa che la cultura in generale e l’arte contemporanea in particolare definiscono oggi in modo ancor più evidente e consapevole che in passato lo status sociale delle persone.

Come si è formato il pubblico dell’arte e della cultura?
Un pubblico culturale in senso ampio nasce nell’Ottocento, quando i governi avviano i primi processi di alfabetizzazione allargata della popolazione e il sistema delle esposizioni per celebrare il progresso economico e sociale della modernità attraverso la spettacolarizzazione della produzione industriale. Queste esposizioni nascono come manifestazioni nazionali di arti e industrie per diventare a metà del secolo esposizioni di carattere universale, strumento di educazione del popolo e avvio delle politiche di turismo culturale di massa. In questo particolare contesto gli organizzatori lavorano per costruire un nuovo modello di pubblico, un pubblico consumatore, e un nuovo modo di rapportarsi con le merci, preludio del consumismo moderno. Creano un vero sistema spettacolo e dopo le prime esposizioni non sempre riuscite, capiscono che per fare della massa un pubblico è necessario conoscere le caratteristiche del gusto collettivo e la sua psicologia. Vengono studiati tempi e spazi funzionali al soddisfacimento delle esigenze dei visitatori attraverso immagini stupefacenti che rendono l’esposizione la più colossale forma di spettacolo di massa ottocentesca. Nelle testimonianze documentali di questi eventi il pubblico generico viene definito il principale giudice, ma solo per i prodotti di prima necessità e di utilità comune a basso costo che rispondono al benessere di un maggior numero di persone, tra cui anche libri di facile lettura. Il giudizio sulle opere d’arte esposte invece rimane prerogativa degli esperti intellettuali, “mancando al pubblico un’educazione estetica”. Solo nel Novecento quando i margini della scolarizzazione obbligatoria si ampliano considerevolmente, i mass media portano l’informazione nelle case di tutti e l’arte adotta linguaggi pop e di coinvolgimento fisico, si forma un pubblico dell’arte più ampio, che non comprende più solo esperti e addetti ai lavori, ma chiunque voglia farne parte.

Quali processi sociali, culturali e artistici ne hanno definito il contorno e i caratteri contemporanei?
La fine della modernità e della società di massa e l’inizio della postmodernità correlate in uno stretto rapporto di causa-effetto con la terza rivoluzione industriale dell’elettronica e del digitale, hanno dato vita nei primi anni Duemila a una vera e propria cultura della rete. La possibilità di approfondire le nostre conoscenze in modo autonomo e la facilità di comunicare e di far sentire la propria voce al resto del mondo tipiche di questa epoca ha reso tutti noi spettatori molto diversi da quelli che componevano il pubblico ordinato e massificato della modernità.

Lo spettatore contemporaneo, che sia lettore, osservatore o ascoltatore, è un individuo in cerca di una gratificazione immediata e non più mediata da altre figure, che ambisce alla visibilità e alla celebrazione di sé attraverso comportamenti in grado di distinguerlo dalla moltitudine. Vuole essere protagonista, rivendicando la propria centralità rispetto a tutto ciò che gli sta intorno, fino a voler ricoprire nel sistema culturale dell’arte il ruolo più importante, quello dell’artista. Non vuole più stare a guardare o semplicemente partecipare, come gli chiedeva l’artista nel Novecento, ma far parte del processo creativo delle cose in modo individuale, avere successo, passare cioè dalla parte di chi realizza l’opera piuttosto che restare da quella di chi semplicemente la fruisce. Ecco che sempre più persone si iscrivono a corsi di teatro, partecipano a casting di canto o cucina, compongono opere letterarie e inviano i loro manoscritti alle case editrici. Tutto questo non è un male se si pensa che rappresenta per l’individuo un modo per darsi la possibilità di sfuggire alla precarietà tipica della nostra società, ma lo diventa se smette di essere pubblico.

Come si è evoluto il rapporto dello spettatore con le espressioni dell’arte nell’era digitale?
Nel corso del Novecento l’artista impegnato nelle pratiche partecipative cercava di coinvolgere uno spettatore un po’ intimidito, perché non era abituato a essere chiamato in causa. Per innescare una sua reazione l’artista cercava di provocarlo, a volte facendolo partecipare, altre facendolo ridere, altre ancora tirandogli un pugno allo stomaco come ha fatto spesso la body art. Oggi lo spettatore, reduce da una serie di esperienze artistiche partecipative e fortemente provocatorie, si aspetta tutto questo dall’arte, per cui da un lato resta in attesa di essere provocato e stupito, dall’altro si propone di partecipare anche quando l’artista non lo prevede. A tutto questo si aggiunge il fatto che le nuove tecnologie ci hanno abituati a essere quotidianamente performativi, ragion per cui siamo ancora più disinvolti nella mostrazione di noi anche nel rapporto con l’opera. Ne sono una prova il nostro particolare entusiasmo a partecipare agli opening e alle installazioni temporanee, tutti eventi unici a cui cerchiamo di mostrarci e che spesso postiamo sui nostri profili social. E lo dimostra anche la pratica dei selfie fatti al museo per cui le persone postano foto con l’opera sullo sfondo per dare prova della loro esistenza. Ma quello che più differenzia il rapporto dello spettatore con le espressioni artistiche nell’era digitale è la possibilità di creare contenuti mediali a partire da opere o prodotti culturali, che vengono presi, modificati e rimessi in rete da “spettatori iperconnessi” attraverso video, fotografie, articoli. Questo processo innesca nuovi rapporti di relazione tra le persone, ma può portare anche a nuovi dialoghi tra le istituzioni culturali come musei e biblioteche e i loro pubblici, i cui sviluppi si vedranno nei prossimi anni.

Il libro riflette anche sul fenomeno, dovuto all’emergenza sanitaria, dei «pubblici in esilio»: come si è riverberata sugli spettatori la chiusura dei luoghi della cultura?
I luoghi della cultura rientrano tra le prime cose di cui siamo stati e siamo ancora privati. È stato un duro colpo per la cultura e per il pubblico della cultura. Ma se nel primo lockdown nell’impreparazione generale questa forma di esilio è stata subita con rassegnazione, nella seconda ondata della pandemia – quando c’è stato il tempo per una risposta efficace e gran parte delle istituzioni si sono attrezzate per proteggere il loro pubblico – la chiusura dei luoghi culturali è sembrata inaccettabile.

Gli studenti sono stati i più penalizzati perché privati della scuola nel periodo più importante della loro vita, quello della formazione e della crescita individuale e collettiva. Si sono accentuate le differenze tra coloro che hanno una famiglia alle spalle che può, seppur in parte, sopperire a una debolezza o mancanza nell’educazione scolastica, da coloro che non hanno altro sostegno educativo oltre alla scuola. Ma si sono evidenziate anche le carenze strutturali di una scuola a cui vengono continuamente sottratte risorse, oltre alle le differenze generazionali tra studenti smanettoni e insegnanti la cui educazione risale al secolo scorso e che per quanto si siano impegnati – e in tantissimi lo hanno fatto – non sempre hanno saputo reinventarsi un approccio vicino alle nuove generazioni.

Allo stesso modo la chiusura dei teatri, dei musei e delle librerie – perché non dimentichiamoci che in un primo momento erano aperti i negozi di ferramenta ma non le librerie – è parso del tutto incomprensibile al pubblico culturale contemporaneo più attento. E lo è stato perché le persone nel confronto con l’opera, sia essa un libro, un quadro, una scultura o una performance, ritrovano la propria identità, possono trovare risposta a problemi esistenziali e migliorare la propria vita.

Ma c’è un altro effetto negativo di rimbalzo, quello di aver veicolato nella gestione dell’emergenza il messaggio sbagliato che la cultura non sia poi così importante e che andare al museo o a teatro sia una forma di puro svago di cui poter fare a meno. Questo è grave perché, come dicevo, la cultura costituisce una necessità, un momento di riflessione individuale, di crescita personale, di comprensione di sé e degli altri. Il teatro in particolare è un piccolo mondo che fa capire meglio i problemi di un mondo più grande, quello in cui viviamo. E oggi di tutto questo abbiamo un gran bisogno. Ma se questo messaggio non viene capito e trasmesso significa che abbiamo un problema culturale molto profondo che sta alla base del nostro sistema politico e sociale. Un problema enorme.

Gloria Bovio, architetto, master in Museologia, Museografia e Gestione Beni Culturali e perfezionamento in Antropologia Museale e dell’Arte. È stata direttore della Fondazione Cultura Noli ed è co-fondatore e direttore di Dialoghi d’Arte. Ha collaborato con il Reial Cercle Artistic, Institut d’Art di Barcellona. Si occupa di pubblico culturale e cultura contemporanea e dirige la collana editoriale Sguardi Pubblici per i tipi di Mimesis. Tra le sue pubblicazioni Considerazioni Intempestive. Riparlare dell’arte contemporanea, Corraini (2018); Lo stato dell’arte del pubblico, Mimesis (2020).

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