Lo spionaggio aziendale, Antonino VaccaroProf. Antonino Vaccaro, Lei è autore del libro Lo spionaggio aziendale, edito da Rubbettino: innanzitutto, cos’è lo spionaggio aziendale?
Grazie mille per la domanda. Ci sono tantissime definizioni che differiscono nella prospettiva proposta. In questo libro il mio interesse era il punto di vista dell’imprenditore e del dirigente d’impresa.

Per spionaggio aziendale si intendono tutte quelle attività atte all’acquisizione e all’utilizzo di informazioni sensibili, ovvero riservate o segrete, di proprietà di un’azienda per il perseguimento di qualsiasi fine che non sia allineato agli interessi dell’azienda stessa. Possiamo quindi definire lo spionaggio aziendale come l’acquisizione e l’utilizzo “illecito” di informazioni che non sono rese nella disponibilità del pubblico ma, al contrario, che dovrebbero essere mantenute nel riserbo dell’impresa. Esse possono riguardare un nuovo prodotto (e.g. il design di una macchina) o una nuova tecnologia (e.g. un sistema di propulsione ibrida) non ancora commercializzati, il piano strategico e commerciale di un’impresa appena approvato dal consiglio di amministrazione, la lista di clienti e fornitori e così via.

Quale dimensione ha assunto oggi tale fenomeno?
Basta una parola: pervasiva. Gran parte del valore aggiunto dell’economia è affidato all’innovazione tecnologica. Oggi il consumatore medio è ben felice (purtroppo!!!!) di spendere 700-800 euro in un telefonino dell’ultima generazione, ma il costo dell’innovazione è sempre altissimo.

Giusto per avere un’idea, le spese di innovazione tecnologica nelle 10 imprese leader mondiali in ricerca e sviluppo sono salite in un solo anno, dal 2017 al 2018, del 14,8 percento, passando da 120,6 a 138,5 miliardi di dollari. Sono numeri pazzeschi. È evidente che la scorciatoia sia lo spionaggio aziendale. Un recente studio della Commissione statunitense per la tutela dei diritti di proprietà intellettuale stima il danno, solo per l’economia statunitense e solo per la contraffazione, la pirateria di software e la vendita di trade secrets, a 600 miliardi di dollari. L’Europa è analogamente molto esposta a questo fenomeno anche se non abbiamo dati statistici attendibili e precisi.

È importante ricordare che almeno quattro fattori concorrono oggi alla pratica sempre più frequente dello spionaggio aziendale: la crescita della complessità tecnologica, l’incremento della connettività digitale, la rilevanza degli asset intangibili sul valore totale e infine la crescita della globalizzazione degli scambi. Detto in altre parole, negli ultimi 20 anni, i fattori che facilitano lo spionaggio industriale sono cresciti a dismisura in termini quantitativi e qualitativi.

Quali sono gli attori generalmente responsabili di tali attività illecite?
Possiamo dividere la grande costellazione degli stakeholder dello spionaggio industriale in due grandi gruppi.

Il primo riguarda gli elementi attivi dello spionaggio ovvero gli individui e le organizzazioni che attivamente ricercano informazioni riservate o segrete di un’azienda o di un settore industriale. La lista degli elementi attivi è ben più lunga di quella che generalmente si immagina e include almeno otto categorie di “stakeholder”: competitori diretti, dirigenti e funzionari d’azienda, servizi segreti di paesi stranieri, organizzazioni no profit, agenzie private di spionaggio (si tratta di agenzie di investigazione privata “deviate”), centri di ricerca ed università, esperti e consulenti.

Adesso viene la parte più complicata, gli elementi passivi o inconsciamente cooperativi. Il problema di questa categoria è che chiunque abbia un contatto diretto o indiretto con le attività di un’impresa è potenzialmente un elemento passivo o cooperativo. Ci sono casi in cui i figli di alti direttivi hanno fornito inconsapevolmente informazioni preziose. Basta una telefonata di un allenatore di calcio di una squadra giovanile (attenzione: si tratta di un caso reale!) per ottenere uno stralcio d’informazione. «No, papà questa settimana non può accompagnarci alla partita, poverino è dovuto andare in Russia per lavoro». Ci sono poi i casi degli addetti alle pulizie domestiche che frugano nei documenti lasciati a casa dai dirigenti, quelli degli operai che si lamentano dei nuovi lavori per la costruzione di un nuovo impianto produttivo e così via. Il problema degli elementi passivi o cooperativi è legato a diversi fattori di natura antropologica e sociale.

Il primo che abbiamo già menzionato: la naturale predisposizione a comunicare. È impossibile creare dei compartimenti stagni nelle nostre vite: il mondo personale degli affetti e delle conoscenze da un lato e quello professionale dall’altro. Il secondo problema riguarda la fluidità delle informazioni. La digitalizzazione delle nostre esistenze rende le informazioni sempre più liquide. Oggi viviamo in un contesto che favorisce e spinge alla continua comunicazione attraverso mezzi virtuali che ci accompagnano nei momenti più intimi della nostra esistenza, persino quando andiamo in bagno e consultiamo il nostro smart phone. Il terzo aspetto è ancora più complicato. È evidente che non possiamo vivere in uno stato di continua allerta. È difficile per i membri delle agenzie di spionaggio governativo, dai profili professionali e personali eccezionali, figuriamoci per una segretaria o un impiegato.

Quale ruolo hanno gli stati nello spionaggio industriale?
Per rispondere a questa domanda bisogna prima fare una premessa. Oggi viviamo in un contesto di guerra economica. Gli stati competono per l’acquisizione di risorse e capacità economico-finanziarie. Per esempio, vincere un grande appalto per la costruzione di una diga o una autostrada diventa un problema di sicurezza nazionale perché ha un impatto tangibile sul benessere del paese dell’impresa che si accaparra tale lavoro. È evidente che i Governi nazionali hanno incentivi sempre crescenti ad utilizzare lo spionaggio industriale per acquisire know-how o informazioni che poi hanno un impatto tangibile sulla propria economia.

Mi sembra importante sottolineare che un governo nazionale (ma anche una comunità autonoma alla ricerca di ulteriore indipendenza), può utilizzare una grande varietà di strategie per l’acquisizione illecita di informazioni sensibili di imprese o interi settori industriali.

Alle attività tradizionali di spionaggio si aggiungono quelle per esempio dei rimpatri pilotati di ricercatori, scienziati, professori universitari e professionisti che hanno maturato lunga esperienza in aziende straniere, accordi per incentivare la costruzione di impianti produttivi e laboratori di ricerca e sviluppo attraverso sgravi fiscali ben disegnati, l’organizzazione di conferenze in quei settori che sono considerati strategici, etc.

Un governo nazionale ha infatti una quantità di risorse ben più ampia in termini quantitativi e qualitativi rispetto quelle di un’azienda privata. Le più rilevanti sono ovviamente gli organismi di intelligence civile e militare con strumenti tecnologici ed organizzativi più sofisticati e sconosciuti al largo pubblico, la fitta rete di uffici diplomatici sparsi per il mondo, le camere di commercio, istituzioni con finalità culturali che hanno sedi straniere, ed ovviamente la complessa macchina di governo in grado di creare incentivi e situazioni favorevoli per la preparazione di complesse attività di infiltrazione ed acquisizione di informazioni privilegiate.

A queste si aggiungono le imprese nazionali (in cui spesso si trovano agenti infiltrati dei servizi governativi) in grado di sviluppare accordi commerciali, produttivi e di ricerca con aziende straniere aventi attivi tangibili e intangibili reputati di interesse per un governo in carica.

Quali sono le strategie utilizzate per l’acquisizione illecita di informazioni sensibili a scapito di imprese o interi settori industriali?
È molto difficile rispondere esaurientemente a questa domanda perché le strategie sono virtualmente infinite.

Il canale tradizionale è quello umano (tecnicamente HUMINT, human intelligence). Si utilizzano le relazioni personali e professionali delle persone coinvolte per acquisire informazioni sensibili. Gli specialisti hanno sviluppato con l’aiuto di psicologi competenti tecniche molto sofisticate di “elicitazione”, ovvero tattiche verbali per “estorcere” informazioni sensibili durante conversazioni casuali (e.g. le chiacchiere che si fanno con il vicino di posto in aereo o in treno), o programmate (e.g. un incontro di lavoro con un fornitore).

Il cyber-spionaggio è poi una modalità sempre più frequente. Non dobbiamo mai dimenticare che oramai gran parte del patrimonio delle aziende è digitalizzato. Basta un trojan di ultima generazione per entrare nei meandri più reconditi di un’impresa.

Ci sono poi le attività di infiltrazione attraverso progetti di ingegneria sociale. Molto spesso le aziende condividono informazioni sensibili con consulenti (che guarda caso offrono servizi di qualità a prezzi stracciati), fornitori, giovani ragazzi e ragazze che stanno conducendo uno stage… in realtà dietro queste persone, apparentemente inoffensive, si possono celare agenti di servizi segreti stranieri o agenzie private di spionaggio industriale.

Non dobbiamo dimenticare anche le fonti pubbliche. Molto spesso le aziende forniscono informazioni che possono essere utili ai competitori durante le fiere di settore, incontri con fornitori, etc.

Ma, come ho già anticipato, sarebbe impossibile descriverle tutte in poche righe.

Quali conseguenze ha la digitalizzazione sullo spionaggio industriale per le aziende?
Ancora ed una volta la risposta più veloce è: le conseguenze sono drammatiche. Credo che un paio di numeri possano darci un’idea dell’enormità del problema. Un recente studio di Zack Cooper focalizzato sull’economia Nord Americana valuta il danno del solo spionaggio cinese, condotto nel 90% dei casi attraverso mezzi digitali, a circa 300 miliardi di dollari. Il Centro Europeo per la Politica Economica Internazionale di Bruxelles stima il solo danno del cyber-spionaggio nell’Unione europea ad almeno 60 miliardi di euro e 289.000 posti di lavoro persi.

Questo problema è oggi al centro dell’agenda delle agenzie di sicurezza nazionale di tutti i paesi del mondo ed in particolare del nostro. Non dimentichiamolo mai: il know-how di conoscenze della nostra industria è un boccone assai ghiotto per le imprese di paesi emergenti e non solo. Il Documento di Sicurezza Nazionale del 2018 presentato al Parlamento Italiano dal Sistema di Informazione per la Sicurezza della Repubblica menziona questo punto in maniera assai puntuale: “la persistente esposizione ad iniziative di spionaggio industriale, specie con modalità cyber agevolate dalla digitalizzazione pressoché integrale dei processi produttivi e più pervasive nei confronti delle piccole e medie imprese”.

È importante ricordare a questo punto che digitalizzazione della nostra esistenza ha creato un nuovo tipo di minaccia: le minacce asimmetriche. Oggi un ragazzino di venti anni con buone competenze informatiche può lanciarsi nella fantasmagorica carriera dell’hacker. Che figata! Lo ripetono in molti. C’è lavoro, se lavoro si può chiamare, da non finir mai, soldi a palate e tanti profili di carriera possibili. Si può fare il battitore libero, rubare e rivendere, oppure rubare per commissione. L’alternativa più sofisticata può seguire invece l’arruolamento in qualche forza speciale (militare o civile) di cyber-warfare o per qualche gruppo criminale.

Credo sia importante sottolineare un punto: i rischi e le problematiche dello spionaggio digitale si evolvono a velocità rapidissima. Lo sviluppo di nuove soluzioni tecnologiche può avvenire nell’ordine di pochi giorni o addirittura poche ore. La gestione di tale questione a livello organizzativo necessita quindi di un approccio dinamico ed evolutivo, capace quindi di modificarsi in funzione dell’evoluzione delle configurazioni di rischio interno ed esterno.

Quali sono i rischi reali per le aziende italiane ed europee?
Ho scritto questo libro per sollecitare l’attenzione della Classe Dirigente Italiana. Ci lamentiamo troppo, è una brutta abitudine di noi italiani. Lo ripeto ancora ed una volta perché è davvero importante: dimentichiamo che siamo la seconda potenza industriale d’Europa. Non dovremmo mai scordare questa considerazione, specialmente in questo periodo così difficile. Le aziende italiane, in particolare le piccole e medie imprese, sono estremamente esposte allo spionaggio industriale perché insensibili al problema. Dobbiamo essere ben più consapevoli del grande patrimonio scientifico, industriale e culturale che abbiamo faticosamente costruito. È un dovere tutelarlo con responsabilità.

Antonino Vaccaro è professore ordinario e direttore accademico del Center for Business in Society dello IESE Business School, la prima scuola di direzione d’impresa al mondo nel ranking del Financial Times (executive education) per sei anni consecutivi (2014-2020). Presso lo IESE il Professor Vaccaro è membro dell’Unità di Negoziazione, del Dipartimento di Etica d’Impresa, direttore accademico dei programmi dell’area di compliance e anti-corruzione (Barcellona, Buenos Aires, New York) e dei custom per grandi multinazionali. Insegna inoltre presso l’Accademia Militare di West Point (USA) ed è responsabile dei corsi estivi dei cadetti statunitensi presso il campus IESE di Barcellona. Ha inoltre insegnato presso l’Accademia Ufficiali Portoghese, l’ETH di Zurigo, ed è il direttore accademico del programma Public Leadership del Governo della Repubblica di Polonia. È editore responsabile della sezione “Corporate Responsibility” del Journal of Business Ethics ed ha pubblicato nelle più prestigiose riviste internazionali nel settore del management, della strategia aziendale e dell’etica applicata. Scrive regolarmente per Forbes, Il Sole 24 ore, Expansion, etc. Ha condotto lavori di consulenza e ricerca applicata per governi e agenzie governative che operano nel campo della sicurezza nazionale, della ricerca applicata e dello sviluppo economico, per il Joint Undertaking dell’Unione Europea Fusion for Energy, per le Nazioni Unite (Global Compact Program), e per diverse multinazionali. Lavora in qualità di consulente tecnico di parte in procedimenti civili e penali in paesi di lingua inglese, portoghese, spagnola ed in Italia.

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