“«Lo latino è perpetuo». Parole attuali di una lingua antica” di Maurizio Trifone

Prof. Maurizio Trifone, Lei è autore del libro «Lo latino è perpetuo». Parole attuali di una lingua antica, edito da Carocci. Il titolo del Suo libro è tratto da una citazione dantesca del Convivio: in che modo, per secoli, il latino è stato un inesauribile serbatoio da cui attingere parole?
«Lo latino è perpetuo». Parole attuali di una lingua antica, Maurizio TrifoneNel Convivio, rappresentazione metaforica del banchetto del sapere, Dante dice: «lo latino è perpetuo e non corruttibile, lo volgare è non stabile e corruttibile». All’epoca l’italiano era chiamato volgare: il termine italiano, per riferirsi sia alla popolazione sia alla lingua, riesce ad affermarsi definitivamente soltanto nel Cinquecento; prima di allora subisce la concorrenza di altri vocaboli, tra cui lo stesso latino. Nei primi decenni del Trecento Guido da Pisa, commentatore dantesco, equipara italiani e latini: «noi italiani siamo chiamati latini». Nella Divina Commedia la «dolce terra / latina» (Inferno, XXVII, vv. 26-27) è l’Italia e l’appellativo latini indica gli italiani, eredi della gloriosa stirpe di Roma. Nel canto XXII dell’Inferno Virgilio domanda al barattiere Ciampolo se fra gli altri dannati che stanno sotto la pece conosca qualcuno che sia «latino» (v. 65), cioè italiano. Nel canto VII del Purgatorio Sordello, famoso trovatore nato a Goito in territorio mantovano, si rivolge a Virgilio con l’espressione vocativa «O gloria di Latin» (v. 16) ‘O gloria degli italiani’. Il Boccaccio, nella Dedica del poema epico Teseida, chiama «latino volgare» la lingua italiana.

L’italiano è il latino del XXI secolo nel senso che non nasce dal latino in un preciso momento come avviene per gli organismi biologici, ma continua il latino attraverso un processo lento, graduale e ininterrotto, che ha portato le varietà linguistiche parlate nell’ampio territorio del mondo latinizzato, la cosiddetta Romània, a evolversi nelle diverse lingue romanze o neolatine: il portoghese, lo spagnolo, il catalano, il provenzale, il francese, l’italiano, il rumeno e altre varietà come il sardo, il ladino, il friulano. Anche dopo la formazione delle lingue romanze, il latino ha continuato a vivere come lingua della cultura, del diritto, della Chiesa, della filosofia e delle scienze: per secoli il latino scritto è stato un inesauribile serbatoio da cui gli scrittori e le persone in possesso di un più alto grado di istruzione hanno potuto attingere parole e trasportarle di peso, con minimi adattamenti, nell’italiano. Questo aspetto ha influenzato profondamente il lessico colto dell’italiano e più in generale delle lingue europee, che in tempi diversi e per ragioni diverse hanno pescato nel mare magnum del latino i termini necessari per arricchire il loro vocabolario.

Come si articola la componente di origine latina del lessico italiano?
Il patrimonio lessicale dell’italiano presenta un’articolata stratificazione e riflette una storia millenaria, in cui l’eredità latina si interseca con l’apporto delle lingue straniere, con il contributo dei dialetti e con i processi formativi interni all’italiano stesso. La componente di origine latina del lessico italiano comprende due categorie fondamentali di parole: 1) le parole ereditarie (dette anche patrimoniali o popolari), che provengono direttamente dal latino parlato e sono vissute ininterrottamente dalla latinità fino ad oggi, conoscendo tutte le innovazioni fonologiche che hanno segnato il passaggio dal latino all’italiano; 2) le parole dotte (dette anche latinismi o cultismi), che sono state recuperate dai testi scritti in latino dopo che erano uscite dall’uso parlato e sono state immesse nella lingua italiana in diversi momenti storici senza nessuna variazione della veste esteriore o tutt’al più con qualche lieve adattamento alla fonologia e alla morfologia dell’italiano. Ad esempio, il sostantivo uomo è una voce ereditaria, l’aggettivo virile è invece una voce dotta. Per esprimere il concetto di ‘uomo’ il latino disponeva di due vocaboli: vĭr ‘individuo adulto di sesso maschile’ e hŏmo ‘essere umano’. Il termine vĭr rispecchiava l’ideale romano dell’uomo in quanto maschio e guerriero: da vĭr deriva virtūs ‘forza, valore, coraggio’. Il termine hŏmo era connesso con hŭmus ‘terra’ e significava propriamente ‘creatura terrena’, in contrapposizione agli dei, creature celesti. Ben presto il monosillabo vĭr perde vitalità e viene sostituito da hŏmo, una delle poche parole in cui è il nominativo a fungere da base all’esito popolare italiano (uomo, con il plurale uomini, regolarmente da hŏmĭnes). Quasi tutte le altre lingue romanze continuano l’accusativo hŏmĭne(m): francese homme, spagnolo hombre, portoghese homem. Il rumeno ha om (dal nominativo) per ‘essere umano’, senza distinzione di genere, e bărbat per ‘individuo di sesso maschile’, dal latino barbātu(m) ‘barbuto’, in quanto la barba è vista come caratteristica distintiva del maschio adulto. Il latino vĭr sopravvive in italiano nel latinismo viro (< vĭrum, accusativo di vĭr), usato da Dante nel Divina Commedia con riferimento a uomini di straordinaria sapienza o di elevata santità: O luce etterna del gran viro / a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi (Paradiso, XXIV 34-35), a proposito di san Pietro. Una serie di derivati del latino vĭr entra in italiano per tradizione dotta: evirare ‘castrare’ (< evirāre, con ex- privativo), virago ‘donna forte e coraggiosa come un uomo’ (Camilla, / la gran volsca virago, Annibal Caro, traduzione dell’Eneide, Libro XI, vv. 694-695) e, comunemente, ‘donna dall’aspetto e dai modi mascolini’ (< virāgo, nominativo), virile (< virīlem), virilità (< virilitātem), virtù (< virtude < virtute < virtūtem).

L’eredità latina è quindi sia diretta sia indiretta. Questo doppio canale di trasmissione è dovuto al fatto che il rapporto dell’italiano con il latino è avvenuto su due piani distinti. Da un lato il latino parlato è la lingua da cui l’italiano si è sviluppato per tradizione diretta: molte parole sono state sempre usate dai parlanti lungo tutto il percorso storico che va dal latino all’italiano e sono state trasmesse oralmente di generazione in generazione, di padre in figlio, di bocca in bocca, come in un passaparola che si giochi nel corso dei secoli. Dall’altro lato il latino è la lingua che, anche dopo la sua estinzione come idioma parlato, ha fornito tante parole all’italiano in epoche diverse, dal Medioevo all’età umanistico-rinascimentale fino all’era moderna. La distinzione tra i due “latini”, quello parlato o volgare e quello scritto o classico, non esaurisce la gamma delle articolazioni interne alla lingua latina, le quali sono connesse sia alle fasi cronologiche sia alle varietà usate per diversi scopi. Né d’altra parte, all’interno della compagine dell’italiano, la corrente popolare e la corrente dotta costituiscono due blocchi nettamente separati a causa degli interscambi tra il mondo delle persone colte e quello della gente comune.

Che ruolo hanno giocato, nel processo di formazione dell’italiano, la corrente dotta e la corrente popolare?
Nel Grande dizionario italiano dell’uso (noto come GRADIT), ideato e diretto da Tullio De Mauro, pubblicato nel 1999 e contenente circa 250.000 lemmi, le parole di origine latina sono 35.000. Ma il peso quantitativo dei due raggruppamenti, quello popolare e quello dotto, non è equivalente: le parole ereditarie sono 4.500, i latinismi 30.500. Questa schiera numericamente cospicua e culturalmente prestigiosa di parole uguali o molto simili alle originarie basi latine rappresenta un fattore di continuità del lessico italiano rispetto a quello latino. La vicinanza fonologica del toscano al latino ha favorito il massiccio inserimento di parole dotte, determinando una latinizzazione del lessico italiano in misura giudicata superiore a quella di ogni altra lingua romanza. Il fatto che le parole ereditarie lemmatizzate da un grande dizionario come il GRADIT siano appena 4.500 potrebbe erroneamente far pensare a una loro scarsa incidenza nel lessico italiano. In realtà, pur essendo in numero non elevatissimo, le parole ereditarie costituiscono l’impalcatura del nostro lessico: molte di esse, infatti, rientrano nel vocabolario di base e in particolare nel lessico fondamentale, e quindi fanno parte delle parole di maggior uso della nostra lingua, conosciute da pressoché tutti i parlanti e impiegate per costruire qualsiasi tipo di testo. Sono di trafila ereditaria: a) le parole grammaticali o funzionali, come gli articoli (il, un), le preposizioni (di, a, in), le congiunzioni (e, ma, se), i pronomi (io, lui, noi), gli avverbi (non, , no), i verbi ausiliari (avere, essere), ecc.; b) i numerali uno, due, tre, ecc.; c) i nomi di parentela: figlio, fratello, madre, marito, moglie, padre; d) i nomi di parti del corpo: braccio, gamba, mano, occhio, orecchia / orecchio, piede, testa; e) i nomi di animali domestici: cane, cavallo, gatto, pecora; f) i nomi di fenomeni o elementi naturali: acqua, cielo, fuoco, giorno, mare, notte, terra; g) gli aggettivi che indicano colori: nero, rosso, verde; o dimensioni: alto, grande; o la temperatura: caldo, freddo; h) i verbi di uso più generale: andare, dire, dovere, fare, potere, sapere, sentire, vedere, venire, volere. Le parole ereditarie sono più radicate negli ambiti della vita quotidiana e della cultura materiale; i latinismi hanno lasciato un’impronta maggiore nel lessico astratto intellettuale e sono stati di fondamentale importanza nella costituzione di un lessico scientifico internazionale, ma pervadono profondamente anche il vocabolario di base. Sono latinismi parole fondamentali come abito, abitudine, adolescente, adulto, agente, ambiente, àmbito, amicizia, amministrazione, anima, animale, angolo, ansia, area, argomento, articolo, artista, aspetto, assenza, attenzione, attività, attore, aumento, autore, autorità, azione, ecc. Tra i vocaboli più frequenti dell’italiano parlato ci sono latinismi come pensare, proprio, problema, modo, grazie, numero, tipo, senso, storia, ultimo. Ma il latinismo più sorprendente dell’italiano è quello che indica la nostra nazione: Italia (popolarmente avremmo avuto *Itaglia o *Taglia). È significativo che, a differenza delle denominazioni di altri paesi romanzi (come Spagna, parola ereditaria dal latino Hispānĭa), la forma linguistica Italia si presenti come una parola di tradizione dotta: il latinismo ben riflette la secolare frammentazione geopolitica del nostro paese e le difficoltà con cui si è scontrato il processo di unificazione. Appare evidente come i latinismi non possano essere messi sullo stesso piano dei prestiti da lingue straniere, ma costituiscano piuttosto un patrimonio di famiglia sempre a disposizione. Nel processo di formazione dell’italiano la corrente dotta ha giocato un ruolo non meno importante di quello svolto dalla corrente popolare.

Quali sono i più significativi esempi del concorso di tale doppio canale di trasmissione?
In molti casi a un nome di trafila ereditaria, che presenta un’alterazione fonetica della base etimologica, si affianca un aggettivo di relazione di trafila dotta, che conserva integri gli elementi vocalici o consonantici: aurĭcŭla(m) > orecchia / auriculāre(m) > auricolare, auru(m) > oro / aurĕu(m) > aureo, fīlĭu(m) > figlio / filiāle(m) > filiale, nĭve(m) > neve / nĭvĕu(m) > niveo, ecc. Ogni famiglia di parole ha la propria storia, che scaturisce da una rete di relazioni più o meno complesse. Ad esempio, il latino ŏcŭlu(m) dà per trafila ereditaria occhio. Nel linguaggio medico e anatomico coesistono quattro aggettivi che indicano relazione con gli occhi: oculare (bulbo oculare), oculistico (visita oculistica), oftalmico (pomata oftalmica), ottico (nervo ottico). Il primo è l’esito dotto del latino tardo oculāre(m); il secondo è tratto da oculista, che a sua volta deriva dal latino ŏcŭlus e che forse ci è giunto attraverso il francese oculiste; gli ultimi due risalgono a basi greche, rispettivamente ophthalmós ‘occhio’ e ópsis ‘vista’.

La differenza tra parola ereditaria e latinismo appare con evidenza quando da una stessa base latina derivano due vocaboli, di cui uno ha seguito la trafila popolare e l’altro la trafila dotta: angŭstĭa(m) > angoscia / angustia, ārĕa(m) > aia / area, arĕŏla(m) > aiuola / areola, causa(m) > cosa / causa, cĭrcŭlu(m) > cerchio / circolo, cōpŭla(m) > coppia / copula, exāmen > sciame / esame, māchĭna(m) > macina / macchina, occasiōne(m) > cagione / occasione, pensāre > pesare / pensare, pensiōne(m) > pigione / pensione, sŏlĭdu(m) > soldo / solido, spătŭla(m) > spalla / spatola, statiōne(m) > stagione / stazione, vĭtĭu(m) > vezzo / vizio, ecc. In questo caso si parla di allotropi o doppioni. Gli allotropi differiscono non solo per la forma, ma spesso anche per il significato, oltre che per la frequenza d’uso, per il registro e talvolta persino per la categoria grammaticale. In genere il latinismo rimane più vicino alla base etimologica sia sotto il profilo formale sia dal punto di vista del significato; la parola ereditaria, invece, è soggetta a evoluzioni fonetiche e a slittamenti semantici che la allontanano dalla base latina.

Come scrive nel libro, «il latino è una componente essenziale dell’identità italiana ed europea»: come è possibile trasmettere alle giovani generazioni l’idea che il latino non è morto?
Bisogna favorire il confronto tra il latino e l’italiano, con particolare attenzione al lessico, che per lungo tempo è stato il grande assente nell’insegnamento del latino, imperniato tradizionalmente sull’astrattezza grammaticale, fatta di regole e di eccezioni. Investigare i rapporti che il latino intrattiene con l’italiano può condurci a scoperte sorprendenti, permettendoci di collegare parole che a prima vista sembrerebbe non avere nulla in comune. La storia di un vocabolo religioso come cristiano s’intreccia con quella di un insulto come cretino. Dal latino christiānu(m) deriva per via dotta l’aggettivo e sostantivo cristiano ‘che o chi professa la religione di Cristo’, usato nel linguaggio familiare anche nel senso generico di ‘essere umano’ (in frasi come Non è questo il modo di trattare un cristiano). Nelle zone alpine della Svizzera romanda il latino christiānu(m) diventa crétin, adoperato nel senso di ‘povero cristo, pover’uomo’ per indicare compassionevolmente le molte persone che erano affette da ipotiroidismo a causa della mancanza di iodio nelle acque. Dalle vallate alpine la parola passa nella terminologia medica francese intorno alla metà del Settecento e qualche decennio dopo entra in italiano nella forma adattata cretino, dapprima termine tecnico del linguaggio medico indicante una ‘persona affetta da cretinismo’ e poi voce spregiativa della lingua corrente nel senso di ‘persona di scarsa intelligenza’.

Le principali lingue europee presentano numerose corrispondenze lessicali, dovute al comune patrimonio culturale classico. Il nome latino Caesar ‘Cesare’, che Plinio il Vecchio (I secolo d.C.) interpretava come «a caeso matris utero» ‘(nato) dall’utero tagliato della madre’ (da caedĕre ‘tagliare’), ha dato origine all’espressione del latino scientifico sectio cesarea, da cui in italiano taglio cesareo, in francese césarienne, in spagnolo cesárea, in portoghese cesariana, in rumeno cezariană, in inglese Caesarean section, in tedesco Kaiserschnitt.

Suggestiva è l’evoluzione semantica del latino pupĭlla da ‘bambina’ a ‘apertura al centro dell’iride’, dovuta alla piccola immagine che si vede riflessa nell’occhio; la metafora, già presente nel greco kórē ‘fanciulla’ e ‘pupilla’, è universalmente diffusa: italiano pupilla, francese pupille, spagnolo e portoghese pupila, rumeno pupilă, inglese pupil, tedesco Pupille.

Il muscolo della coscia che si contrae accavallando la gamba è denominato sartorio, con allusione alla posizione tipica dei sarti quando mettono una gamba sull’altra per sostenere la stoffa da cucire: lo spagnolo sartorio e l’inglese sartorius concordano con l’italiano nel riprendere il latino scientifico sartorius, coniato nel primo Seicento dal medico e chirurgo fiammingo Adriaan van den Spiegel (1578-1625) partendo dal latino sărtor sartōris ‘sarto’, mentre il francese couturier, propriamente ‘sarto’, e il tedesco Schneidermuskel, letteralmente ‘muscolo del sarto’, traducono il termine ma conservano l’immagine originaria del sarto.

Anche tanti grecismi si diffondono nel linguaggio scientifico delle lingue europee per l’intermediazione del latino, che traduce copiosamente dalle opere greche. I Greci chiamavano la caduta dei capelli alōpekía, da alṓpēx ‘volpe’, perché le volpi perdono il pelo a chiazze; il termine, mediato dal latino alopĕcia, entra nel vocabolario medico delle lingue europee: italiano alopecia, francese alopécie, spagnolo e portoghese alopecia, rumeno alopecie, inglese alopecia, tedesco Alopezie.

Nel V secolo a.C. il filosofo greco Democrito sosteneva che frazionando sempre di più la materia si giungesse a ciò che non si può più frazionare: il greco átomos ‘indivisibile’, formato dal prefisso negativo a- e da un derivato del verbo témnein ‘tagliare’, indica propriamente ‘ciò che non si può più tagliare’. La scienza ha poi confutato le dottrine che sostenevano la limitata divisibilità della materia e ha dimostrato che l’atomo non è l’unità più piccola e indivisibile della materia, ma è composto da particelle subatomiche quali i protoni, i neutroni e gli elettroni. Ciò non ha impedito al termine di penetrare per via dotta in tutte le lingue europee attraverso il latino ătŏmus: italiano atomo, francese atome, spagnolo e portoghese átomo, rumeno atom, inglese atom, tedesco Atom. Già in greco la parola aveva assunto il significato metaforico di ‘spazio brevissimo di tempo, momento, istante’ ed era usata nell’espressione en atómō ‘in un istante’, che nel latino tardo diventa in ătŏmō, presente già in Tertulliano, il famoso apologeta cristiano vissuto tra il II e il III secolo d.C. Da ătŏmu(m) deriva in italiano la voce popolare attimo.

È significativo che tra le parole più frequenti dell’italiano parlato compaiano latinismi di origine greca come problema, tipo, storia, che sono presenti nel lessico dotto anche di altre lingue: francese problème, type, histoire; spagnolo problema, tipo, historia; inglese problem, type, history. La lingua dell’antica Roma ha impresso il proprio marchio sul vocabolario intellettuale europeo anche perché è stata il tramite per l’immissione di un numero elevatissimo di parole greche nelle lingue romanze e non romanze.

Il modello latino funge da fattore unificante anche in un settore come quello delle espressioni idiomatiche e delle frasi proverbiali, che notoriamente presenta notevoli differenze tra una lingua e l’altra: basti pensare che al modo di dire italiano non c’è un cane ‘non c’è nessuno’, corrisponde il francese il n’y a pas un chat, propriamente ‘non c’è un gatto’. Ma l’unità tra le lingue romanze e più in generale europee si ricompone quando la matrice è un detto latino. La famosa sentenza Errare humanum est, perseverare diabolicum, con cui si cerca di scusare una colpa sottolineando che è proprio di ogni essere umano sbagliare, ma che è da stolti ripetere lo stesso errore, si ritrova in molte lingue europee, spesso ridotta alla prima parte: italiano Errare è umano (perseverare è diabolico), francese L’erreur est humaine, spagnolo Errar es humano, inglese To err is human, tedesco Irren ist menschlich, ecc.

Il latino è una componente insostituibile dell’identità italiana ed europea: molto del latino vive ancora in noi.

Maurizio Trifone è professore ordinario di Linguistica italiana all’Università di Cagliari. In precedenza ha insegnato all’Università per Stranieri di Siena, di cui ha diretto il Centro linguistico. Lessicografo ed etimologo per molti anni presso l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, ha condotto studi su vari aspetti e momenti della storia linguistica italiana. È autore del Devoto-Oli dei Sinonimi e Contrari (Le Monnier, 2013) e, con Luca Serianni, del Nuovo Devoto-Oli. Il Vocabolario dell’italiano contemporaneo (Le Monnier, 2017, con successive edizioni annuali).

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