Litigare fa bene. Insegnare ai propri figli a gestire i conflitti, per crescerli più sicuri e felici, Daniele NovaraDott. Daniele Novara, Lei è autore del libro Litigare fa bene. Insegnare ai propri figli a gestire i conflitti, per crescerli più sicuri e felici edito da BUR Parenting: quale importanza assume il litigio per la crescita del bambino?
Rispondo alla sua domanda citando il pensiero di Emma, dieci anni, in linea con il metodo Litigare Bene: “Il litigio può insegnare la vita”.

Litigare “bene”, gestendo la rabbia, è possibile. Fin dalla scuola materna, si può imparare a muoversi emotivamente in questa direzione grazie a una sorta di alfabetizzazione emotiva che permette ai bambini di trovare accordi creativi e soddisfacenti. Il litigio è una forma profonda di autoconoscenza, legata alla necessità di distinguere se stessi dagli altri, sviluppando la capacità di separare e individuare la propria opinione. Il bambino si confronta con il senso del limite e impara, grazie alla resistenza che incontra, a conoscere le proprie capacità e i propri difetti, a sbagliare, a scoprire l’errore come momento evolutivo e creativo, a gestire le proprie forze e a misurare quelle degli altri.

Si può imparare a litigare di più per litigare meno; anzi, per litigare meglio, partendo dal bisticcio o dal diverbio, dal “non sei più mio amico” per crescere una generazione capace di gestire i conflitti. Bambini e bambine oggi, donne e uomini domani, capaci di guardarsi negli occhi, di dirsi le cose in faccia, utilizzando il contrasto come occasione di incontro.

Insegnare a litigare significa insegnare a vivere, per formare persone meno fragili, maggiormente consapevoli e adattabili. E, soprattutto, più felici.

Per quali ragioni nella nostra società il litigio è visto come un evento negativo, un vero e proprio tabù pedagogico?
Per i bambini e le bambine il litigio è un’esperienza naturale: normale, fisiologica, carica certo di emotività, ma facilmente riletta a posteriori come priva di significati diversi da quelli vissuti in quel momento.

È piuttosto la reazione adulta al litigio dei bambini che disorienta: finisce per attribuire contenuti presunti e spesso errati a episodi in sé marginali, modificando inevitabilmente la percezione e il valore dell’evento.
Le ricerche di psicologia dello sviluppo sull’argomento hanno contribuito a confermare alcune caratteristiche della litigiosità infantile che possono essere spiegate solo interpretando la litigiosità come un evento fisiologico, un modus vivendi, una parte quasi inevitabile del giocare assieme.

Gli adulti non tollerano i litigi infantili e li ritengono inutili. Le radici di questo comportamento vanno ricercate nella loro stessa infanzia, durante la quale si sono sentiti colpevolizzati dai loro genitori per le liti. E così la scena si ripropone con i figli.

La tendenza adulta è quella di anestetizzare i bambini, addomesticare le loro emozioni. È invece arrivato il momento di dar voce ai loro vissuti, togliendo l’adulto come soggetto giudicante: Chi è stato?”, “Chi ha cominciato?”, “Chi ha torto o chi ha ragione?” sono domande che non hanno senso, tendono solo a colpevolizzare, non portano a nulla. Bisogna offrire ai più piccoli gli strumenti per trasformare il conflitto in risorsa. Uscire dalla dicotomia buoni/cattivi, superare il retaggio antico da libro “Cuore” di etichettare gli alunni in Franti e Garrone, non cedere alla tentazione di alzare il ditino e decretare cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Fare un passettino indietro per fare un balzo in avanti.

In che modo i contrasti rappresentano per i bambini una fondamentale occasione di apprendimento relazionale?
I litigi insegnano ai bambini a conoscersi e ad imparare a stare con gli altri, a scoprire gradualmente le proprie risorse e i propri limiti. Gli scontri, anche quelli fisici, sono paragonabili a quelli dei cuccioli che giocano a lottare per capire come convivere. L’interesse reciproco genera anche dei contrasti che il bambino vive con un’emotività espansiva e immediata. Vuole prendere il giocattolo dell’altro, non fargli del male, perché è comunque un compagno di giochi.

Litigare è necessario per vivere un’esperienza, in una società dove le esperienze sono sempre più affidate a smartphone e social network. Un’immersione continua nel virtuale che necessita con urgenza di essere compensato con il reale. Per mettere in gioco emozioni e sentimenti, per imparare a riconoscerli e a maneggiarli prima di esserne travolti.

Il litigio infantile è una forma di interazione che se gestita bene aiuta lo sviluppo personale e sociale.

I bambini litigano con i loro amici non con gli estranei; si tratta di una variabile dipendente dell’interesse reciproco. Invece di voler evitare a tutti i costi una delle esperienze più tipiche dell’infanzia, non è meglio se li aiutiamo a litigare bene? Anche perché il litigio è un antidoto alla violenza: una persona violenta è una persona che è incapace di reggere i conflitti.

Togliamoci dalla testa anche quest’altro pregiudizio “si fanno male”. Qualcuno equipara i litigi alla violenza. Nulla di più sbagliato. I bambini vogliono giocare e il litigio è parte di questo gioco, è parte della relazione. Si tratta di un momento in cui vogliono lo stesso giocattolo, in cui i desideri coincidono ma creano contrasti, un momento dove quello che è tuo vorrei fosse mio ma la resistenza dell’altro lo rende impossibile.

Come devono gestire i genitori il conflitto tra bambini?
Sgombriamo subito il campo da un equivoco: i fratelli che si vogliono bene litigano e non è assolutamente vero il contrario. Il litigio per i bambini è una variabile dell’amicizia. Nessun bambino litiga con gli estranei, ma solo con i coetanei verso cui ha un forte interesse; e i litigi tra i fratelli sono una delle esperienze più comuni che vivono tutti i genitori.

Gli adulti dovrebbero smettere di colpevolizzare i piccoli: sgridandoli, urlando o addirittura picchiandoli, si causano danni psicologici. L’intervento aggressivo mina l’autostima del bambino e deprime la sua capacità di autoregolarsi con i coetanei e di decentrarsi emotivamente per capire le reazioni altrui. Anche l’idea di dare sempre la soluzione, questa forma di interventismo che rende i figli dipendenti dalla presenza dell’adulto, appare decisamente inutile e deleterio perché inibisce l’istintiva capacità autoregolativa dei bambini di trovare autonomamente un accordo; impedisce inoltre la necessaria frustrazione evolutiva che il litigio offre in modo naturale.

Un conflitto tra bambini non è una rissa tra adulti. Possono urlare o spingersi, ma non per farsi del male. A 4-5 anni il contatto è sempre una forma di relazione. Se messi nelle condizioni di gestire da soli i loro conflitti, i bambini trovano rapidamente un accordo. E, facendolo, imparano ad ascoltare il punto di vista dell’altro, a esprimere il loro e a trovare soluzioni. Tutte competenze preziose nelle relazioni sociali.

Uscire dai vecchi luoghi comuni, rispettare la magia dell’età infantile significa anche avere simpatia per la naturale litigiosità dei figli, aiutandoli semmai a parlarsi, a spiegarsi reciprocamente le proprie ragioni nei tanti modi possibili. Si tratta di pensare all’educazione come un insieme di tecniche e dispositivi pedagogici in alternativa a urla, sgridate e punizioni.

Tra i fratelli, quindi, possono scoppiare liti furibonde che minano la serenità di tutta la famiglia e sembrano ingestibili. Ma con le strategie giuste, si può tornare a respirare. È un indice di qualità genitoriale avere un buon metodo educativo nella gestione dei litigi tra i fratelli.

In cosa consiste il metodo maieutico “Litigare Bene” da lei sviluppato?
Il metodo Litigare Bene nasce per aiutare i bambini a litigare da soli, in modo costruttivo, senza che i grandi debbano intervenire con inutili punizioni. Il CPP (Centro Psicopedagogico per l’Educazione e la gestione dei conflitti) si occupa da sempre di gestione dei conflitti considerandoli come opportunità di crescita.

Presupposto fondamentale è quello di non colpevolizzare i bambini litigiosi proprio perché il contrasto tra loro è una forma d’interazione.

Tutti possono trarre insegnamenti pedagogici importanti da questo metodo. Agli adulti spetta il compito di fare da mediatori, non da giudici, insegnando ai più piccoli come esprimere le proprie ragioni e la propria versione dei fatti a fratelli, sorelle o coetanei, magari attraverso bigliettini scritti oppure con le giuste parole o disegni. Da non tralasciare l’idea di creare un angolo del conflitto dedicato ai chiarimenti con sedie, un tavolino o un grande tappeto. In questo luogo avviene una decantazione emotiva, dove i bambini imparano ad ascoltarsi, ad affrontare e a risolvere i propri litigi.

Una volta appreso il metodo Litigare Bene, in ambito famigliare diminuirà la petulanza nei confronti dei genitori, a cui i piccoli non chiederanno più di intervenire. Il metodo fa venire meno questa richiesta, perché struttura la capacità di organizzarsi fra coetanei o fratelli per affrontare il litigio. Inoltre, nei bimbi aumenterà la creatività, necessaria per rinunciare a qualcosa che pensavano di ottenere: sono chiamati invece a cercare qualche alternativa. L’ipotesi di partenza, confermata dalla ricerca, è che i bambini, per tutta l’infanzia, hanno grandi capacità di autoregolarsi nei loro litigi.

L’applicazione del metodo, sia a casa che a scuola, è efficace per: consentire ai bambini di gestire in autonomia i propri litigi senza l’intervento degli adulti; gestire gli oppositori in classe; prevenire i fenomeni di bullismo; favorire l’inclusione scolastica; ridurre lo stress degli insegnanti, educatori e genitori.

Concretamente, il metodo “Litigare Bene” consiste in due passi indietro e due passi avanti.

  • Il primo passo indietro: non cercate il colpevole perché non c’è.
  • Il secondo passo indietro: non imponete la soluzione. Non esiste la risposta esatta, ma la capacità di gestire la situazione.
  • Il primo passo avanti: fateli parlare fra loro del litigio.
  • Il secondo passo avanti: favorite l’accordo fra di loro.

Il metodo Litigare Bene è stato sperimentato nel corso di una ricerca svolta nelle scuole di Torino ed è utilizzato in molte scuole italiane dove i risultati sono sorprendenti.

I bambini si accordano spontaneamente il triplo di volte in più, quando l’insegnante applica il metodo maieutico rispetto a quando l’adulto interviene a correggere il comportamento infantile. Tali dati coincidono sia nella Scuola dell’Infanzia che nella Scuola Primaria.

Sia prima della sperimentazione, che dopo, quando l’adulto non interviene i bambini spesso risolvono il litigio da soli. Prima della sperimentazione i bambini della Scuola dell’Infanzia adottano la rinuncia attiva nel 60% dei casi e trovano un accordo spontaneo nel 33%. Dopo la sperimentazione metodologica, i bambini risolvono la contrarietà nel 32% dei casi attraverso l’accordo spontaneo e nel 57% dei casi attraverso la rinuncia attiva. Viceversa, se l’adulto interviene in modo correttivo tutto si blocca e, nel 92% dei casi, il litigio resta congelato senza alcuna evoluzione (sospensione del litigio e accordo imposto). Nel 92% dei casi avviene cioè un mancato apprendimento!

Rispetto alla diminuzione dei litigi, quando è adottato il metodo si registra questo: la remissione (diminuzione dei litigi) è maggiore nella Primaria (6‐10 anni) piuttosto che nella Scuola d’Infanzia. Ciò a riprova della naturalezza con cui i bambini litigano nel periodo 3-6 anni senza complicazione alcuna. Nella scuola Primaria si registra poi una diminuzione dei litigi osservati del 47,7%.

Gli adulti devono rinunciare alle sentenze, non aggrapparsi ai moralismi dogmatici, non proporre soluzioni preconfezionate. Un gomitolo da passarsi e con cui prendere la parola, un corner con due sedie in cui appartarsi per litigare, adulti capaci di osservare senza intervenire e senza imporre i propri diktat. Non si tratta di cancellare i litigi, che spesso sono espressione di interessi comuni, ma di ricontestualizzarli. Proporre ai bambini di spostare lo scontro su un altro ambito, entrando in uno spazio fisico dove poter dire o, meglio ancora, scrivere la propria versione dei fatti. Mettere sul piatto le diverse posizioni, andando al di là dei giudizi, per arrivare ad una compensazione degli interessi reciproci. Non chiedersi chi ha ragione, ma rispettare tutte le ragioni. Allenandosi anche alla rinuncia attiva, dove perdere qualcosa non è uno svantaggio ma l’occasione, lo slancio per ottenere altro.

Daniele Novara, pedagogista, counselor e formatore, ha fondato il CPP (Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti). Ideatore del metodo MAIEUTICO nell’apprendimento e nella relazione d’aiuto, è docente del Master di Formazione interculturale presso l’Università Cattolica di Milano. È autore di numerosi libri e pubblicazioni, alcuni dei quali di enorme successo, tradotti in varie lingue. Tra gli altri Litigare fa bene, Meglio dirsele, Punire non serve a nulla, Non è colpa dei bambini, I bulli non sanno litigare, Cambiare la scuola si può e Organizzati e felici (Bur 2019).

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