“Lisistrata” di Aristofane

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Lisistrata, Aristofane«La Lisistrata, fortunatissima soprattutto in virtù della vivida caratterizzazione della protagonista (alla quale Aristofane conferisce, ancora una volta, un nome parlante: Lisistrata, ovvero “scioglitrice di eserciti”) e della trovata, certo geniale, dello sciopero del sesso, torna ad affrontare il tema della guerra, ma sullo sfondo di uno scenario se possibile ancor più drammatico di quello costituito dalle vicende degli anni della cosiddetta “guerra archidamica”. Il disastro siciliano, l’occupazione spartana di Decelea, la rivolta degli alleati, il ruolo ambiguo giocato da Alcibiade specie in relazione alla Persia, i trattati spartano-persiani del 412/411 e infine la svolta oligarchica […], configuravano un quadro decisamente allarmante: da qui l’urgenza di rintracciare una soluzione definitiva al problema della guerra e, insieme, il carattere paradossale della misura, più che mai drastica, decisa dalle donne, pur inizialmente riluttanti ad aderire al richiamo di Lisistrata.

Se allo sciopero del sesso sono debitrici pagine, pur memorabili, di comicità leggera, disimpegnata – fra tutte, la scenetta postparabatica che vede Lisistrata impegnata a neutralizzare i variegati stratagemmi messi in atto dalle donne per provare a riunirsi di nascosto ai loro uomini (vv. 706-780), o anche, appena oltre, il divertente “duetto” tra Mirrina e Cinesia (vv. 829-951) che, nel mettere in scena il desiderio non più disciplinabile del marito e i continui, reiterati diversivi posti in essere dalla moglie per non mandare a monte il piano, vive di un espediente comico elementare, quello della dilazione prolungata, tanto ricorrente quanto immancabilmente efficace –, il discorso politico svolto nella Lisistrata è tutto meno che banale, a cominciare, ovviamente, dal fatto che tale discorso sia affidato da Aristofane alle donne: una scelta che, animata certo dalla volontà di sottolineare con ogni possibile decisione l’inadeguatezza di chi aveva portato la città sull’orlo del baratro, finisce però per riconoscere alla componente femminile della cittadinanza qualcosa di più che un puro e semplice senso di responsabilità. In un quadro quanto si voglia fantastico e paradossale, e anzi paradossale al limite dell’utopico, considerate le prerogative tipiche della condizione femminile nell’Atene del V secolo, la Lisistrata, nel suo delineare un programma di riconciliazione generale che investe tanto, all’interno, le diverse componenti della città quanto, all’esterno, la Grecia intera, in una prospettiva genuinamente panellenica, a partire dai primi versi della commedia («Se […] noi donne, della Beozia, del Peloponneso, dell’Attica, ci riuniremo qui, allora tutte insieme salveremo la Grecia», recitano i vv. 39-41, pronunciati da Lisistrata), fino al festivo culmine del finale, con Ateniesi e Spartani insieme in scena, possiede una forza progettuale che appare eccedere i limiti consueti del contemporaneo discorso comico. […]

Nella Lisistrata la ricetta che potrebbe servire a superare lo stato di grave crisi nel quale versa, con la polis, la Grecia intera, pur muovendo da propositi di denuncia dell’esistente che è difficile immaginare fuori del quadro utopico del quale si è appena detto (sarebbe meglio che fossero le donne ad amministrare la città al posto degli uomini, se solo fosse possibile: ma non è possibile, appunto), viene presentata, quasi per forza di disperazione, in termini che sarebbe insensato non prendere sul serio. Il che, più ancora che in forza della trovata, pur impressionante, dell’occupazione dell’Acropoli da parte delle congiurate, o anche del ricorrere, ancor più significativo, delle rivendicazioni legate al tema della maternità (vv. 588-590 e 648-651), è reso evidente dal tenore più che mai consapevole dei versi programmatici che Lisistrata pronuncia nel corso dell’agone con il Probulo (vv. 574-586): versi, lucidissimi, nei quali il piano di conciliazione, argomentato secondo un fitto ordito di immagini desunte dall’ambito della lavorazione della lana, ruota attorno al cardine costituito da quel concetto di «concordia comune» (κοινὴ εὔνοια) al quale Aristofane, nel finale della commedia, saprà dare concreta evidenza scenica attraverso la riunificazione dei due semicori contrapposti.»

Riassunto

Lisistrata chiama a raccolta diverse donne di Atene e di altre poleis greche, tra cui Sparta (da cui viene Lampitò), perché, stanca del conflitto che logora città e famiglie, vuole proporre loro di astenersi dall’avere rapporti sessuali con i mariti finché gli uomini non avranno posto fine alla guerra. Inizialmente le donne sono perplesse e riottose, ma poi, lasciatesi convincere, decidono di occupare l’Acropoli per impedire che gli uomini accedano al tesoro dello Stato con l’intenzione di finanziare la guerra. Lisistrata e le altre fanno appena a tempo a stringere un solenne giuramento che si odono dei clamori provenire dall’Acropoli: alcune donne l’hanno già occupata, ed è il momento di correre loro in aiuto. Entra in scena un semicoro composto da vecchi che, muniti di ceppi e di marmitte contenenti carboni accesi, vorrebbero dare fuoco all’Acropoli per liberarla dalle occupanti; a fermarli è un secondo semicoro, formato da vecchie, che accorrono portando secchi d’acqua per spegnere le fiamme. I due semicori si scontrano in un serrato dibattito. Sopraggiunge un probulo, inviato dagli uomini per trattare con le donne, ma Lisistrata ha buon gioco nel tacitarlo e nel metterlo in ridicolo, costringendolo ad allontanarsi. Dopo che un nuovo alterco ha visto contrapposti i due semicori, la scena mostra di nuovo Lisistrata impegnata a stornare il rischio di defezione di alcune donne che manifestano insofferenza per lo sciopero del sesso e accampano scuse per sottrarsi al giuramento. Giunge sull’Acropoli Cinesia, il marito di Mirrine, che la reclama. La donna cerca di prendere tempo, lo eccita ancor di più ma poi fugge via, mentre Cinesia la maledice. Giunge un araldo spartano visibilmente in sofferenza per l’astinenza: anche a Sparta la situazione è vicina al collasso, e gli uomini, stremati dal rifiuto delle mogli, sono in procinto di cedere. Sopraggiungono, infine, un ambasciatore spartano e due ateniesi i quali, grazie alla mediazione dell’astuta Lisistrata, riescono a concludere la pace.

tratto da Storia del teatro greco a cura di Massimo Di Marco, Carocci editore

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