Linguistica e nazionalismo tra le due guerre mondiali, Sandra CovinoProf.ssa Sandra Covino, Lei è autrice del libro Linguistica e nazionalismo tra le due guerre mondiali. Scienza e ideologia negli epigoni ascoliani edito dal Mulino: quale rapporto è esistito tra linguistica e nazionalismo, nel contesto italiano ed europeo, dai primi del Novecento al secondo dopoguerra?
Un rapporto molto più stretto di quanto comunemente non pensino anche i linguisti di professione. Questo, almeno per due ordini di motivi: il primo è legato all’illusione della neutralità ideologica e della funzione progressista di una disciplina che oggi afferma (ma non è stato così in passato) l’uguaglianza di tutti i sistemi linguistici; il secondo ha a che fare con la scarsa considerazione che la stessa storiografia linguistica ha generalmente riservato all’influsso esercitato sulla linguistica da sistemi di valori esterni al suo specifico orizzonte scientifico, un aspetto non a caso definito da K. Koerner tradizionalmente negletto.

Venendo al contesto storico evocato dalla domanda, va premesso che nello schema ideologico dello Stato nazione, impostosi in Europa a partire dall’ultimo terzo dell’Ottocento e restato dominante lungo tutta la prima metà del Novecento, un ruolo centrale per la definizione di “comunità statale” era attribuito proprio alla lingua; in particolare al suo modello istituzionale fissato in forme standardizzate e concepito come espressione simbolica dell’identità della nazione, delle sue tradizioni storico-culturali, a loro volta considerate fondamento delle aspirazioni all’indipendenza o all’esercizio di diritti autonomistici. Ciò spiega perché in uno Stato multinazionale, come la duplice monarchia austro-ungarica, le richieste di libertà politica si manifestarono in primo luogo attraverso l’aspirazione alla promozione scolastica e all’uso ufficiale della propria lingua, che del resto l’art. 19 della Costituzione del 1867 concedeva come diritto, almeno sulla carta, a tutte le nazionalità dell’impero plurilingue. Le crescenti tensioni nazionalistiche non riguardarono solo i rapporti verticali tra sudditi e governo centrale ma anche quelli orizzontali tra comunità di lingue diverse che per secoli avevano convissuto pacificamente negli stessi spazi geografici o in territori contigui.

L’epidemia chauvinista, che contagiò l’intera Europa e che portò allo scoppio della prima guerra mondiale, spinse le élite intellettuali a mobilitarsi mettendo le proprie competenze al servizio delle rispettive cause nazionali; in questo senso si parlo di Krieg der Geister o “guerra degli spiriti” e di “tradimento dei chierici”, rispetto alla presunta vocazione umanitaria e pacifista della cultura. In particolare, le scienze linguistiche e filologiche divennero – come osservò a suo tempo C. Segre – strumento di propaganda politica ed i loro cultori scoprirono di sapere fornire, meglio di altri, solidi puntelli argomentativi a rivendicazioni nazionali basate su «postulati d’identità tra lingua e nazione, oppure di antica congruità culturale che sarebbe stata ingiustamente violata».

Nella mia ricerca, ho scelto di concentrarmi su alcuni glottologi “austro-italiani” (cioè all’epoca della prima guerra mondiale ancora sudditi dell’impero asburgico) la cui riflessione civile sulle questioni della convivenza di popoli diversi, pur partendo da istanze risorgimentali di stampo mazziniano, approdò nel periodo bellico alle posizioni dell’irredentismo più intransigente e aggressivo, ed in seguito alla piena adesione al fascismo; scelta che si tradusse nel sostegno alle politiche attuate dal regime in regioni di frontiera e oltre confine, come il Sud Tirolo, l’Istria e la Dalmazia. In queste zone, il ruolo assunto nella tarda età asburgica dalla battaglia sulla lingua nell’aspra competizione tra nazionalità costituì un precedente storico negativo, in quanto di certo rafforzò la centralità e la virulenza della repressione linguistica nella politica assimilazionista attuata dal fascismo nei territori annessi all’Italia, dopo la prima guerra mondiale, ed ebbe gravi ripercussioni, che si sono protratte ben oltre il successivo conflitto mondiale e il secondo dopoguerra, nei rapporti tra Italiani e Tedeschi in Alto Adige e tra Italiani e Slavi nella ex Jugoslavia.

Allargando lo sguardo al contesto europeo, non mancano conferme alla tendenziale osmosi tra linguistica e ideologia nell’età dei totalitarismi novecenteschi. Molte ricerche hanno riguardato il nazionalismo linguistico, etnicista e antiebraico, del Terzo Reich, ma anche la storia della linguistica nell’Unione Sovietica offre diversi spunti di riflessione, specie dopo il tramonto dell’internazionalismo socialista, quando in epoca stalinista (e poi brezhneviana) si passò dall’aspirazione alla promozione delle eterogeneità linguistiche nella nazione multietnica, all’aspirazione all’omogeneità, con il conseguente imporsi del culto della lingua materna, da difendere nella sua purezza e integrità, in uno spazio, coincidente con lo Stato, senza scissioni interne tra gruppi, ma in assoluta divisione rispetto al mondo esterno e con la costante iper-valutazione del collettivo a detrimento dell’individuo.

In che modo la filologia moderna affonda le radici nella cultura romantica e nella correlata costruzione delle identità nazionali?
Cercherò di rispondere accennando anche a un’altra questione correlata: il rapporto tra nazionalismo linguistico e razzismo.

La ricerca intorno alle origini delle culture nazionali si può considerare il paradigma fondativo delle filologie moderne, specie di quella germanica e di quella romanza. Le scienze del linguaggio, come oggi le intendiamo, sono nate in Germania nel XIX secolo con gli studi storico-comparativi che portarono all’individuazione del ceppo indoeuropeo. I fratelli Grimm, tra i padri della filologia germanica, furono mossi, nelle loro ricerche sulle tradizioni popolari e sull’evoluzione delle lingue germaniche, dall’intento di rafforzare l’identità di una nazione all’epoca frammentata in una miriade di piccoli Stati. Tedesco fu anche il fondatore della filologia romanza, F. Diez, e i primi sviluppi di questa disciplina nei paesi di lingua neolatina sono caratterizzati da una spinta emulativa nei confronti della “scienza” tedesca e dal desiderio degli studiosi francesi, italiani, spagnoli ecc. di elevare il prestigio della propria nazione.

Occorre però innanzitutto chiarire una dicotomia presente nell’idea di nazione, così come essa si è andata definendo nella cultura europea tra Sette e Ottocento: da una parte la concezione naturalistica o etnicista, risalente al romanticismo tedesco, dall’altra la concezione contrattualistica o volontaristica, prevalente in Francia a partire dalla tradizione illuminista; una concezione non legata a vincoli di sangue e di suolo come quella etnicista, bensì alla storia, alle tradizioni, alle forze morali. Le due concezioni non sono sempre state in opposizione totale e recisa tra loro ma quello che importa qui sottolineare è il senso, diffuso dalla mentalità romantica tedesca, della lingua come fondamento stesso del “carattere” nazionale e dell’individualità delle nazioni.

Per Fichte, ad esempio, gli uomini sarebbero frutto della lingua che parlano, la quale a sua volta non dipenderebbe da convenzioni arbitrarie, come voleva la tradizione razionalista, ma rappresenterebbe una forza spontanea della natura, da preservare incontaminata nella sua peculiarità. Il cosiddetto relativismo linguistico, cioè l’idea che in ogni lingua sia insita una particolare visione del mondo, diversa dalle altre, è l’aspetto del pensiero di W. von Humboldt che nella successiva vulgata ha avuto maggiore risalto, tanto che linguisti del Terzo Reich, come Leo Weisgerber, sono comunemente definiti neo-humboldtiani. In realtà le teorie di Humboldt sono complesse e sfaccettate, al punto che altri interpreti, come Chomsky, lo hanno considerato un sostenitore dell’universalità del linguaggio. La classificazione tipologica delle lingue abbozzata da Friedrich Schlegel e perfezionata in uno schema tripartito dal fratello August Wilhelm conteneva una considerazione gerarchico-valutativa e implicitamente razzista; essa infatti attribuiva un’assoluta superiorità alle lingue flessive, cioè indoeuropee, mentre per Humboldt i ‘tipi’ non sono classi concrete e distinte di lingue ma forme potenziali e tutte le lingue presentano una o più di queste forme al loro interno.

In ogni caso, alcuni interpreti contemporanei, come M. Messling, non hanno dubbi sul contributo epistemologico della filologia europea all’antropologia razziale. C. M. Hutton, autore di una bella monografia su Linguistics and the Third Reich, si è spinto addirittura ad affermare che «Pan-Germanism, as much as pan-Turkism or pan-Slavism, was a consequence of ideas ultimately derived from linguistics» e il nazismo sarebbe stato in fondo niente altro che «a language-rights movement». Più prudente, la posizione di chi, come I. Tani, ritiene che non sia tracciabile una linea diretta di continuità tra gli scritti dei fratelli Schlegel e di Humboldt e le distorsioni novecentesche del pensiero etnolinguistico; tuttavia non si possa negare che gli studi di tipologia morfologica abbiano in un certo senso arato il terreno su cui poi sarebbero attecchite strumentalizzazioni delle questioni linguistiche in senso identitario, discriminatorio e razzista.

Come alcuni glottologi austro-italiani fornirono un sostegno «scientifico» a rivendicazioni annessionistiche e a programmi di italianizzazione forzata di regioni di frontiera?
Provo a rispondere fornendo un solo esempio: quello della nozione di prestigio linguistico elaborata dall’istriano M. G. Bartoli, uno dei più importanti linguisti del Novecento, ben noto anche all’estero.

Il fascino esercitato da lingue di cultura superiore su quelle di altri popoli dotati di minore prestigio – e indotti perciò a un’imitazione spontanea – è un elemento centrale nella spiegazione delle cause del mutamento linguistico prodotta da Bartoli, in polemica con il determinismo positivista della linguistica neogrammaticale; tale nucleo teorico è stato indicato diversi anni fa da F. Lo Piparo come il «primo germe» del concetto di egemonia in Gramsci (il filosofo, prima di dedicarsi totalmente all’impegno politico, fu studente di glottologia e allievo di Bartoli all’Università di Torino).

Non bisogna però trascurare una considerazione distintiva: proprio sul principio del prestigio linguistico, così come esso venne applicato da Bartoli all’interpretazione dei rapporti italo-slavi nell’area adriatico-balcanica, gravò il condizionamento di un forte pregiudizio nazionalistico. L’alta permeabilità agli italianismi delle varietà slave di Istria e Dalmazia e la diffusa disponibilità al bilinguismo di Sloveni e Croati, non corrisposta dagli Italiani, furono considerati da Bartoli (e da altri linguisti coevi) sicuri indizi di un’autopercepita e riconosciuta inferiorità etnico-culturale da cui sarebbe scaturito un naturale consenso emulativo. In realtà – almeno a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento, che videro la crescita di una coscienza nazionale slava – l’adesione linguistica all’italiano fu tutt’altro che spontanea: lo dimostrano la resistenza all’assimilazione, non prevista dai gerarchi fascisti e dallo stesso Ciano, convinti che l’“italianità” fosse in grado di assorbire altri gruppi etnici e nazioni; ancor più lo dimostrano le violente azioni coercitive cui ricorse il fascismo nel tentativo di italianizzare le popolazioni slovena e croata nella Venezia Giulia. Si tratta di metodi certo estranei alla nozione di egemonia applicata da Gramsci, nello sviluppo convergente del suo pensiero politico e del suo pensiero linguistico, all’analisi dei fenomeni di diffusione e centralizzazione linguistica.

Il rapporto che lega nell’ottica di Bartoli purezza linguistica e superiorità etnico-culturale, unito alla fede nell’ideale continuità tra romanità e italianità, condizionò anche le sue fondamentali ricerche sul dalmatico di Veglia, un dialetto romanzo parlato in passato nell’isola del Golfo del Quarnero ed estintosi alla fine dell’Ottocento. Già l’impianto dell’imponente monografia bartoliana del 1906, Das Dalmatische, tuttora punto di riferimento indispensabile negli studi di dalmatistica, appare fondato su presupposti ideologici: in apertura della trattazione l’Illiria è definita «riverbero dell’Italia in senso morale e fisico». In altre parole, sulla Dalmazia l’autore proiettava programmaticamente l’unità culturale e linguistica italiana, di cui la «romanità autoctona» della regione costituiva per Bartoli solo la fase più antica. Tale posizione si estremizzerà in interventi successivi, quando il linguista istriano arriverà a definire il vegliotto «italiano preveneto della Dalmazia». Mi riferisco al discorso, intitolato Questioni linguistiche e diritti nazionali, per l’inaugurazione dell’a.a. 1933-1934 dell’Università di Torino. La prolusione bartoliana costituisce un esempio assai chiaro dell’utilizzo, in chiave glottologica, di un tipico tema propagandistico, come il primato della romanità civilizzatrice, a sostegno di un progetto politico contemporaneo di tipo espansionistico. Bartoli, infatti, insisteva qui, come in molti altri sui scritti, su una penetrazione e un radicamento «romanico» ben anteriore a quello della lingua e cultura veneta in Dalmazia, precedente dunque sia alla prima sia alla seconda fase dell’irruzione storica in quel territorio di popolazioni slave. Nelle conclusioni, l’intreccio tra linguistica e politica si manifestava in termini inequivocabili:

M’ero proposto di parlarvi principalmente delle lotte che il latino e l’italiano hanno sostenuto nell’Europa orientale e nella Dalmazia. Quelle lotte durano ancora. Lascio a voi giudicare […] se sono fondati i nostri diritti e le nostre speranze. Dico i diritti sull’Italia d’oltre confine, su tutti e tre i mari nostri, e le speranze che il risorto prestigio di Roma sia al mondo arra di pace: di pace romana.

Tuttavia, se la linguistica bartoliana non fu certamente immune da condizionamenti ideologici, va anche riconosciuto che questa tendenza è fenomeno trasversale e persistente nello spazio e nel tempo; a conferma si può ricordare proprio il caso dei dialetti romanzi non venetizzati ancora vitali nell’Istria interna, a cui alcuni glottologi croati hanno negato pertinenza rispetto al sistema italo-romanzo. Le finalità politiche di questo atteggiamento sono state denunciate da F. Fanciullo: in una situazione in cui comunque nessuno metteva in discussione l’appartenenza statale dell’Istria alla Jugoslavia, la promozione dell’istrioto a sistema romanzo autonomo equivaleva a dire che i parlanti istro-romanzo, i pochi rimasti dopo l’esodo, non avevano motivo di considerare l’italiano loro lingua tetto e, conseguentemente, l’Italia un paese di riferimento.

In che modo riflettere oggi sui condizionamenti politici subiti dalla linguistica nell’età dei nazionalismi e dei totalitarismi novecenteschi può contribuire a contrastare la manipolazione ideologica del binomio lingua-identità e la retorica dei populismi?
Tengo innanzitutto a chiarire che obiettivo della mia ricerca non è stato formulare condanne o assoluzioni etico-politiche, bensì fornire analisi unitarie che contribuiscano a migliorare la comprensione dei presupposti e dei meccanismi ideologici sottesi al lavoro scientifico in campo linguistico; per fare questo è indispensabile ricostruire il contesto storico, il clima culturale e ideologico al cui interno singoli studiosi o interi movimenti si sono formati e hanno operato.

L’intento che ha ispirato il mio libro va oltre le figure degli epigoni ascoliani, sulle quali pure ho voluto richiamare l’attenzione. Fa parte della condizione umana la difficoltà di prescindere dall’identità nazionale – e da pregiudizi ideologici – nell’adozione del punto di vista con cui si affrontano questioni scientifiche (ciò vale per la linguistica come e forse più che per altre discipline, proprio a causa delle sue origini storiche). Come ha osservato lo slavista svizzero P. Sériot, una disciplina in quanto tale non ha passioni; sono gli uomini – in questo caso i linguisti – che le attribuiscono i suoi caratteri e i linguisti non sono scissi dalla loro citoyenneté né immuni dalla politica.

Questa consapevolezza, generalmente non estranea al senso comune, va comunque sempre sollecitata, a vantaggio della conoscenza e della comprensione; affinché cioè l’orizzonte di indagine si allarghi includendo sempre punti di vista diversi dal nostro, o meglio diversi dal punto di vista che saremmo istintivamente e quasi inconsciamente portati ad assumere. Ciò non significa illudersi che esista una prospettiva neutrale o oggettiva dalla quale guardare alle cose ma abituarsi al rispetto della controparte, senza il quale è inevitabile l’insorgere di rancori e conflitti. Il monito va ribadito di fronte all’instabilità “liquida” della costruzione identitaria nella società contemporanea. Il bisogno di appartenenza cerca una facile ma illusoria soddisfazione nelle comunità virtuali dei social networks, dove la violenza verbale è fenomeno sempre più preoccupante e dove può trovare diffusione e amplificazione, a livello di massa, la retorica dei populismi, che sembra infondere nuova linfa all’antagonismo dei vecchi Stati nazione, fondato sulla distinzione tra “noi e loro” e sulla contrapposizione a un nemico, vero o presunto, ma sentito tanto più minaccioso quanto più vicino. I processi di globalizzazione hanno indubbiamente moltiplicato i contesti sociali e le occasioni di contatto e pratica plurilingue, ma non sempre ciò si traduce in una proficua integrazione delle competenze linguistiche e delle appartenenze ideali, cioè nella auspicabile conciliazione tra l’identità locale, che va preservata e valorizzata nella sua specificità, l’identità nazionale e l’identità europea, fino eventualmente all’adesione a prospettive cosmopolite (in riferimento alla nostra appartenenza alla comunità umana).

Sul piano della teorizzazione linguistica, dopo decenni in cui le ricerche linguistiche si erano concentrate sulle condizioni universali delle lingue (con la diffusione dello strutturalismo e poi del generativismo), si resta colpiti dall’infiltrazione nella retorica politica di un “neo-humboldtismo” corredato di antichi stereotipi, come quelli sulla “personalità linguistica” di questo o di quel popolo, che presuppongono una considerazione delle lingue come generatrici, o almeno veicolo, di rappresentazioni del mondo irriducibilmente diverse e inconciliabili. Il discorso vale per certi paesi dell’Est, dopo la dissoluzione dell’URSS e della Jugoslavia, ma vale anche a Ovest, dove si assiste, come in Spagna, al progressivo radicalizzarsi di istanze secessioniste.

I casi ricostruiti nel mio saggio mostrano come il dibattito linguistico italiano nella prima metà del Novecento non fu indenne da forti condizionamenti politico-ideologici. Se guardiamo all’oggi, l’impressione è che il giudizio degli stessi linguisti contemporanei (sia italiani sia stranieri) sulle figure e sulle questioni oggetto di riesame critico risenta generalmente, in misura più o meno sensibile, tanto di elaborazioni scientifiche “interne” quanto di influssi “esterni” determinati dal contesto nazionale di provenienza dei singoli interpreti, con un inevitabile carico di risentimenti storici e di partigianeria. L’auspicio è invece che la storiografia linguistica contribuisca a promuovere un reale confronto tra esperienze e interpretazioni diverse, attraverso lo sviluppo di discussioni e di interscambi costruttivi, che aiutino ad affrontare nodi politici e identitari ancora problematici o che rischiano di ridivenire “scottanti” a causa dei recenti rigurgiti nazionalistici e delle spinte sovraniste in crescita anche nel contesto dell’UE.

Sandra Covino insegna Storia della lingua italiana presso l’Università per Stranieri di Perugia, dove per alcuni anni ha coordinato il Dottorato in Scienze linguistiche e filologiche. È autrice del recente volume Linguistica e nazionalismo tra le due guerre mondiali (Bologna, il Mulino, 2019). Tra le sue precedenti pubblicazioni, l’edizione del carteggio D’Ancona-Monaci (2 voll., Pisa, SNS, 1997), la monografia Giacomo e Monaldo Leopardi falsari trecenteschi. Contraffazione dell’antico, cultura e storia linguistica nell’Ottocento italiano (2 voll., Firenze, Olschki, 2009) e la silloge, curata con V. Faraoni, su Linguaggio e comicità (Bern, Peter Lang, 2016).