Professoressa Ferrari, Lei è autrice del libro Linguistica del testo. Principi, fenomeni, strutture recentemente ripubblicato per i tipi di Carocci: cosa studia la Linguistica del testo?
Linguistica del testo. Principi, fenomeni, strutture Angela FerrariCome dice il suo nome, la linguistica del testo studia il testo, che è l’unità fondamentale della comunicazione linguistica. Più precisamente, la linguistica del testo si pone due obiettivi. Anzitutto, si tratta di definire l’organizzazione semantica del testo in quanto unità comunicativa di riferimento: quali sono le caratteristiche semantiche che distinguono una sequenza di frasi che chiamiamo testo rispetto a una sequenza di frasi riunite in modo casuale? Il suo secondo obiettivo consiste nel definire come le varie componenti della lingua – il lessico, la morfologia, la sintassi e la punteggiatura – partecipano alla determinazione della struttura semantica del testo.
Per quanto riguarda questo secondo aspetto, occorre osservare che la linguistica del testo guarda alla lingua in un modo nuovo, molto diverso da quello a cui ci ha abituati la grammatica, qualunque sia la sua impostazione, tradizionale o moderna. Prendiamo il caso dei pronomi. Dando per presupposta la conoscenza delle loro forme possibili e impossibili, ci si chiede quale sia la loro funzione all’interno del testo, e si osserva che essi sono i sintomi della continuità referenziale del testo: per interpretare un pronome – che ha una semantica molto povera – il lettore deve infatti riferirsi a quanto precede nel testo, o, in casi più marcati, a quanto segue, e, facendo ciò, collega tra di loro le diverse frasi che formano il testo. Per quanto riguarda i tempi verbali, non ci si limiterà a osservare che essi possono riferirsi a fatti presenti, passati o futuri; si noterà per esempio anche che essi permettono di gerarchizzare i fatti narrati, presentandone alcuni sullo sfondo – grazie per esempio all’imperfetto – e collocandone altri in primo piano – grazie al passato remoto –. Lo stesso tipo di analisi si applica all’ordine delle parole nella frase e alla struttura sintattica della frase complessa. La linguistica del testo osserverà per esempio che, quando si sceglie di far cominciare la frase con un costituente diverso dal soggetto – come in a Maria parlo io –, è per presentare il referente di quell’elemento come il tema della frase, il che ha ricadute sulla prosecuzione del discorso, il quale dovrà rispettare la scelta semantica fatta dalla lingua. O ancora, si mostrerà che le subordinate circostanziali (le causali, le temporali ecc.) partecipano in modo diverso alla costruzione del testo in funzione della loro distribuzione: se seguono la reggente, comunicano l’informazione principale del testo; se la precedono o sono inserite al suo interno, creano invece un’informazione collaterale, preziosa dal punto di vista comunicativo ma secondaria per quanto riguarda la progressione del ragionamento veicolato dal testo.

Quando nasce la Linguistica del testo e quali sviluppi ha avuto?
La linguistica del testo nasce in Germania attorno agli anni Sessanta. Essa parte da una constatazione negativa: se ci limitiamo alla frase, come fanno molte altre branche della linguistica, non riusciamo a capire fino in fondo quale sia la specificità semantica delle varie componenti del sistema linguistico. Occorre aprire lo sguardo al testo. Il testo deve essere da una parte il punto di partenza della riflessione linguistica – non si parte dunque da frasette inventate – e dall’altra il suo punto di arrivo: come dicevo, dobbiamo capire com’è fatto un testo e il modo in cui la lingua ne definisce l’architettura semantica.
In Italia, la linguistica del testo è arrivata una quindicina di anni più tardi, grazie alle iniziative di due note linguiste, Maria-Elisabeth Conte e Bice Mortara Garavelli. A loro si devono anzitutto l’idea di far tradurre in italiano i lavori fondativi della linguistica del testo, in secondo luogo l’elaborazione dei primi tentativi di caratterizzare la testualità, vale a dire quella proprietà che fa di una sequenza di frasi un testo coerente e coeso.
Dallo spostamento dell’interesse della linguistica dalla frase al testo non è nata solo la linguistica testuale in senso stretto, ma anche altre discipline che con essa dialogano, pur scegliendo obiettivi e metodologie molto diversi. Fra queste, vi è ad esempio la cosiddetta analisi conversazionale. A differenza della linguistica del testo, che privilegia l’analisi del testo scritto, l’analisi conversazionale si concentra sul parlato, soprattutto nelle sue manifestazioni conversazionali. Studia sia conversazioni istituzionalizzate che conversazioni più ordinarie e spontanee: si va, insomma, dallo studio di interazioni in tribunale a quello di chiacchierate al bar, passando dalle interazioni tra medico e paziente o tra giornalista e intervistato. Suo obiettivo è individuare l’organizzazione regolare del comportamento conversazionale privilegiando la componente sociale: come ci si alterna nel parlare? Quando si capisce che è arrivato il proprio turno? Come viene gestito il disaccordo? Nel rispondere a queste domande, quando guarda più strettamente alla lingua, l’analisi conversazionale utilizza in parte gli strumenti concettuali della linguistica del testo.

Quale funzione hanno le implicature?
Il concetto di ‘implicatura’ è nato nell’ambito della pragmatica. Con esso si intende quel significato implicito che il discorso suggerisce e che viene ricostruito dall’interpretante grazie a ragionamenti inferenziali (tipicamente non consci), ragionamenti che fanno intervenire anche conoscenze contestuali, per esempio quelle enciclopediche, conservate nella nostra memoria a lungo termine. La linguistica del testo – nelle sue manifestazioni più recenti – si è appropriata del termine di implicatura per dire che il significato di un testo non si limita a quanto dicono esplicitamente le frasi che lo compongono. Il testo è un intreccio di informazioni esplicite – esplicitamente comunicate – e di informazioni implicite – comunicate in modo implicito –, e questo, quando si voglia definire che cos’è un testo, è un dato fondamentale. I collegamenti semantici che fanno di una sequenza di frasi un testo possono essere diretti ma possono essere anche indiretti, cioè mediati dal passaggio attraverso informazioni implicite che il lettore deve essere in grado di ricostruire. Saper scrivere vuol dire anche questo: sapere quando si possa o non si possa fare affidamento su contenuti impliciti: perché scegliere l’implicitezza ha le sue utilità ma anche le sue insidie. Tra le utilità, c’è certamente l’economia comunicativa, e la possibilità di suggerire, di dire senza dire davvero, con tutte le possibilità di modalizzare le proprie affermazioni che ciò comporta. Le insidie consistono essenzialmente nel calcolo sbagliato che potrebbe fare lo scrivente: dare come scontati impliciti che il lettore non è in grado di individuare, per esempio perché gli mancano le conoscenze enciclopediche necessarie per poterli costruire. Ne paga il prezzo l’interpretabilità stessa del testo.

In quali dimensioni si organizza il testo?
Il contenuto semantico del testo possiede una vera e propria architettura. Esso si organizza cioè in un insieme di unità gerarchicamente ordinate, le quali sono collegate all’interno di diverse dimensioni linguistiche. Una dimensione fondamentale, e in una certa misura scontata, è quella referenziale. Le frasi che compongono un testo coerente devono riferirsi via via – in modo diretto o indiretto – a entità (persone, animali, cose, astrazioni ecc.) di cui si è già parlato: è questa costanza referenziale che permette al testo di comunicare informazioni nuove che siano considerate dal lettore come rilevanti riguardo alla rappresentazione cognitiva che si sta costruendo. Un’altra dimensione semantica all’interno della quale si definisce la coerenza del testo è quella logico
argomentativa. Emergono qui relazioni come la motivazione, la concessione, l’opposizione, l’esemplificazione, la riformulazione ecc.: posso aggiungere via via una frase che motiva quanto ho appena detto, o che si oppone, o che dice la stessa cosa con altre parole. Tutti questi ‘movimenti logici’ devono naturalmente essere in sintonia da una parte con il contenuto delle singole frasi che compongono il testo, dall’altra con la sua strutturazione globale. Una terza dimensione dell’organizzazione semantica del testo è quella che rende conto dei modi in cui si intrecciano le diverse ‘voci’ messe in scena dal testo.
Tutti questi aspetti dell’architettura semantica del testo (e molti altri ancora) possono essere definiti e controllati da dispositivi linguistici specifici. Per quanto riguarda la segmentazione del testo nelle sue unità costitutive, svolgono un ruolo fondamentale la punteggiatura e la sintassi. Così per esempio, il punto fermo definisce quali sono le unità di riferimento del capoverso, e la virgola collabora con la sintassi a delimitare le sotto-unità che le compongono: si tratta delle cosiddette ‘unità informative’, che decidono quali sono i contenuti che definiscono la macro-architettura del capoverso e quelli che invece, semplicemente, la arricchiscono e la precisano. Dal canto suo, l’organizzazione logico-argomentativa del testo può contare sui connettivi (perché, infatti, di conseguenza, tuttavia, vale a dire ecc.): essi forniscono istruzioni al lettore riguardo al modo in cui il testo si sviluppa dal punto di vista per esempio del ragionamento in fieri. Quanto alla strutturazione referenziale del testo, entrano in gioco elementi come gli articoli (definiti vs indefiniti), i pronomi, parole con contenuti generali come gli iperonimi ecc. Tutti questi elementi aiutano il lettore a definire quella che viene chiamata la ‘progressione tematica’ del testo, vale a dire il modo in cui un testo si sviluppa per quanto riguarda la gestione dei referenti.
L’architettura semantica del testo di cui ho appena parlato si declina in modo diverso in funzione del tipo particolare a cui esso appartiene. Per esempio, in un testo narrativo i legami logici tra le varie frasi saranno tipicamente relazioni temporali e causali che vigono tra eventi; in un testo descrittivo, salirà in primo piano la sua organizzazione referenziale, che fa emergere gli elementi a cui via via lo scrivente presta attenzione.

Quali tipi di testo esistono?
Non esiste una sola tipologia testuale. I testi scritti possono essere distinti e organizzati in tipi secondo una serie di criteri diversi. Si può scegliere per esempio, come fa la tradizione classica, un’ottica funzionale-cognitiva, giungendo a opporre testi descrittivi, narrativi, espositivi ecc. Si può adottare un punto di vista didattico, e allora si distingueranno i testi ‘autonomi’ dai testi elaborati a partire da altri testi, come il riassunto, la parafrasi, la sintesi. Si può, ancora, focalizzare l’attenzione sul vincolo interpretativo che lega scrittore e lettore, il che porta a opporre i testi fortemente vincolanti – come i testi giuridico-normativi – ai testi debolmente vincolanti – come quelli letterari –. L’idea, in questo caso, è che lo scrivente possa scegliere fino a che punto usare la lingua per costringere l’interpretazione del destinatario: quella della saggistica o dei giornali è una prosa mediamente vincolante. Non c’è una classificazione che sia migliore dell’altra: si opterà per l’una o per l’altra in funzione degli obiettivi, teorici o pratici, che ci si è prefissati.