“Lincoln” di Enrico Dal Lago

Prof. Enrico Dal Lago, Lei è autore della biografia di Lincoln edita da Salerno: quale importanza riveste, per la storia statunitense, la figura di Abraham Lincoln?
Lincoln, Enrico Dal LagoLincoln é senza ombra di dubbio il più grande presidente della storia degli Stati Uniti; forse solo Franklin D. Roosevelt gli si avvicina come portata e impatto. Lincoln ha guidato il paese nel suo momento più difficile e lo ha riunificato nel mezzo di una crisi che avrebbe potuto generare una divisione permanente della nazione statunitense, con conseguenze incalcolabili non solo sulla storia successiva dell’America, ma anche su quella del mondo intero. Certo, lo ha fatto al prezzo di una guerra spaventosa e di centinaia di migliaia di morti, e la scelta di iniziare e portare a termine la Guerra Civile (1861-65), con le terribili conseguenze che comportava, fu un enorme fardello che lacerò la sua coscienza; ma altri presidenti non avrebbero avuto il coraggio di Lincoln, e tantomeno la sua capacità di comprendere la necessità storica di una vittoria dell’Unione per garantire il mantenimento degli ideali repubblicani e democratici alla base del sistema politico statunitense. Lincoln era ben conscio del fatto che il grande scontro tra l’Unione e la Confederazione trascendeva la storia degli Stati Uniti e assumeva una valenza universale, poiché la vittoria dell’Unione avrebbe avuto senz’altro come risultato, in un modo o nell’altro, la fine della schiavitù, e quindi l’eliminazione del sistema di lavoro non libero più proficuo del mondo, in nome dei diritti umani e della libertà. L’andamento della guerra accelerò poi i tempi di questo cambiamento e costrinse Lincoln a emanare il Proclama di Emancipazione a meno di un anno e mezzo dall’inizio delle ostilità, il Primo Gennaio 1863; ma egli sapeva benissimo che, con quel proclama, sarebbe passato alla storia, e che tutto l’orrore portato dalla Guerra Civile sarebbe stato visto dalle generazioni future come necessario per il raggiungimento di questa svolta epocale. Per mezzo di essa, Lincoln si sarebbe assicurato un posto non solo tra i creatori della nazione statunitense, ma anche tra i fondatori del nostro mondo contemporaneo, un mondo nel quale la libertà é un diritto fondamentale e irrinunciabile e dato per scontato, mentre la schiavitù é illegale.

Lincoln è una figura storica affascinante, ma spesso sfuggente: in che modo l’esame del contesto storico in cui visse e operò consente di comprenderne maggiormente scelte e ideali?
Il contesto storico é fondamentale per capire appieno la figura di Lincoln, sia negli Stati Uniti, che nel più vasto mondo euro-atlantico. La vita e la carriera legale e politica di Lincoln si svolsero nel momento in cui gli Stati Uniti – una nazione giovane, fondata da poco più di vent’anni all’epoca della nascita di Lincoln, nel 1809 – conobbero la loro prima grande fase di espansione territoriale ed economica. Negli anni successivi, all’Ovest, la pressione della popolazione portò alla continua espansione degli insediamenti dei pionieri alla frontiera, con conseguenti frequenti scontri con i Nativi Americani, mentre al Nord, la prima ondata di industrializzazione portò alla creazione di un numero crescente di fabbriche per lo più tessili, e al Sud, la produzione di cotone, stimolata dalla domanda delle fabbriche tessili, raggiunse livelli giganteschi nelle piantagioni dove lavoravano centinaia di migliaia di schiavi. Fu in questo contesto che Lincoln mosse i primi passi, all’inizio in una tipica famiglia di pionieri alla frontiera, e poi, attraverso varie vicissitudini, come legale di successo nell’Illinois, uno stato del Midwest, vale a dire di una regione  dell’entroterra del Nord situata in una posizione strategica come cerniera di contatto per le comunicazioni tra le diverse parti degli Stati Uniti. Dal Midwest, nel 1828 e nel 1831, Lincoln intraprese due viaggi lungo il Mississippi che lo portarono a scoprire la realtà della schiavitù, da cui rimase profondamente turbato, in un momento nel quale la differenza tra il Nord industriale caratterizzato dal lavoro libero e il Sud agricolo e schiavista si faceva sentire sempre più nella politica e nella società. E sempre nell’Illinois, in seguito, negli anni quaranta e cinquanta dell’Ottocento, Lincoln si affermò come legale e come politico, portando avanti un programma di espansione su grande scala delle comunicazioni, specialmente delle ferrovie, con l’obbiettivo di portare i benefici dell’incipiente industrializzazione alla frontiera dell’Ovest. Dall’Illinois, inoltre, Lincoln lanciò la sua carriera politica a livello nazionale, che lo portò all’elezione a Presidente nel 1860, ponendosi come difensore dei principi della libertà e del lavoro libero che caratterizzavano il Nord contro i tentativi sempre più pressanti del sistema schiavista del Sud di ottenere il controllo totale del governo degli Stati Uniti. È importante, tuttavia, riconoscere che anche il contesto storico internazionale fu di grandissima importanza per Lincoln, paradossalmente, visto che non si mosse mai dagli Stati Uniti. La carriera di Lincoln, infatti, avvenne in un periodo caratterizzato in Europa da una serie di rivoluzioni liberali e democratiche – tra cui, particolarmente importante, fu il biennio rivoluzionario 1848-49 – e da processi di costruzione di nazioni, culminanti nella proclamazione del Regno d’Italia nel 1861. Lincoln fu sempre molto attento ed aggiornato su questi eventi e su questo contesto internazionale, al punto che mise spesso in relazione la lotta per il progresso rappresentato dagli ideali democratici statunitensi che si opponevano alla schiavitù con le lotte che si svolgevano in Europa contro i regimi autoritari di monarchie e imperi.

Lincoln incarnò il mito americano del self-made man: quali vicende ne segnarono la scalata alla presidenza?
Nonostante venisse da una famiglia povera di pionieri ed avesse avuto solo un’educazione minima vivendo alla frontiera, Lincoln aveva un’enorme volontà di apprendere e una capacità prodigiosa di assorbire un’enorme quantità di letture, che per lo più svolse da solo e senza alcun aiuto. Unite ad un’altrettanto grande capacità di relazionarsi con le persone e soprattutto con la gente comune, queste doti furono fondamentali per garantire a Lincoln un posto di rilievo nelle comunità locali dei diversi paesi dell’Illinois dove andò ad abitare e dove cominciò a fare le sue prime esperienze politiche, mentre si impratichiva in una serie di mestieri e al contempo studiava per diventare un legale. Una svolta importante avvenne quando si iscrisse al neonato Partito Whig, che insieme al Partito Democratico, sarebbe diventato la maggiore forza politica negli Stati Uniti fino alla metà degli anni cinquanta dell’Ottocento. Lincoln si trovava in perfetta sintonia coi Whig, poiché, come essi, anch’egli aveva a cuore più di tutto l’espansione economica della nazione, sostenuta da un grandioso progetto di costruzione di strade, canali e soprattutto ferrovie, per mettere in comunicazione le diverse parti degli Stati Uniti e offrire opportunità di lavoro e carriera al maggior numero possibile di persone. Come membro dei Whig e con questo programma, Lincoln fu eletto all’Assemblea Legislativa dell’Illinois dal 1834 al 1842, e successivamente, mentre al contempo era riuscito a diventare avvocato e ad aprire un ufficio legale di successo, fu rappresentante dei Whig al Congresso, nella capitale Washington, DC, nel 1847-49. Qui, Lincoln si oppose alla Guerra col Messico, voluta dal Presidente e membro del Partito Democratico James Polk e dai piantatori del Sud per espandere la schiavitù, e sicuramente anche per questo la sua carriera politica si arrestò bruscamente alla fine del mandato ed egli ritornò ad occuparsi solo di casi legali, fino a quando, alla metà degli anni cinquanta dell’Ottocento, la questione dell’espansione della schiavitù ritorno prepotentemente alla ribalta con la crisi del Kansas, un nuovo territorio alla frontiera dell’Ovest che minacciava di diventare parte del sistema schiavista del Sud. La questione spaccò letteralmente a metà gli schieramenti politici della nazione, dividendo irrimediabilmente tra schiavisti e anti-schiavisti i due maggiori partiti – Whig e Democratici – che iniziarono un rapido declino, mentre, di contro, portò alla creazione di una nuova formazione politica – il Partito Repubblicano – per la difesa dei valori della libertà e del lavoro libero. Lincoln, che si era da poco di nuovo interessato alla politica con la volontà di dare il suo contributo al grande scontro che si profilava all’orizzonte tra i sostenitori della libertà e i sostenitori della schiavitù, si iscrisse al Partito Repubblicano nel 1856, e in breve tempo divenne uno dei suoi portavoce più importanti. Due anni dopo, nel 1858, dopo una serie di discorsi divenuti poi famosi che diede nella campagna contro il Democratico Stephen Douglas per l’elezione a rappresentante dell’Illinois al Senato, Lincoln venne considerato da molti come il rappresentante ideale dei Repubblicani a livello nazionale, in conseguenza delle sue capacità oratorie non comuni e della sua logica ferrea ed estremamente coinvolgente nel proporre argomenti inoppugnabili a difesa della libertà e del lavoro libero e contro l’espansione della schiavitù. Da lì, il passo successivo della candidatura alle Elezioni Presidenziali del 1860 per il Partito Repubblicano fu breve, poiché era ormai divenuto chiaro che Lincoln sarebbe stato il candidato sia più credibile sia più preparato, e quindi con più possibilità di convincere il maggior numero di elettori a votare per i Repubblicani. E infatti, le elezioni del 6 Novembre 1860 lo videro diventare presidente con la maggior parte dei voti del Nord, anche se nel totale il margine dei voti fu ristretto, visto che quasi tutto il Sud aveva votato per i due candidati del Partito Democratico.

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Lincoln
  • Editore: Salerno Editrice
  • Autore: Enrico Dal Lago
  • Collana: Profili
  • Formato: Libro in brossura
  • Anno: 2022

Quale contributo diede Lincoln all’affermazione della democrazia americana?
Il contributo di Lincoln alla democrazia americana si può riassumere in due atti legali fondamentali: il Proclama di Emancipazione del Primo Gennaio 1863 e il successivo Tredicesimo Emendamento alla Costituzione, approvato alla Camera il 31 Gennaio 1865. Questi due atti legali segnarono l’eliminazione definitiva della schiavitù negli Stati Uniti, e quindi rappresentano un contributo incalcolabile alla causa della democrazia americana e mondiale. Mentre il Proclama di Emancipazione era stato presentato da Lincoln come un atto di guerra indispensabile per la vittoria dell’Unione, e la sua applicabilità si estendeva solo ai territori in ribellione contro il governo legittimo, il Tredicesimo Emendamento era un atto che faceva parte integrante della Costituzione, sanciva una volta per tutte la fine della schiavitù come uno stato di cose permanente ed era esteso a tutta la nazione statunitense. Su questi atti fondamentali si basarono dapprima le grandi conquiste giuridiche del periodo della Ricostruzione (1865-76), che portarono ad altri Emendamenti che riconobbero, tra l’altro, il diritto di voto alla popolazione di colore, e poi, cent’anni più tardi, le grandi lotte del Movimento per i Diritti Civili (1954-68), che si ispirò spesso a Lincoln come antesignano dell’idea di emancipazione degli Afro-Americani. Basti pensare all’immagine di Martin Luther King, che diede il suo discorso più famoso – ‘I Have a Dream’ – davanti alla scalinata del Lincoln Memorial nel corso della ‘Marcia su Washington’, il 28 Agosto 1963, a simboleggiare la continuità con l’ideale di democrazia di Lincoln. Questa continuità fu resa ugualmente esplicita da Barack Obama, quando fece il giuramento presidenziale, il giorno della sua inaugurazione, il 20 Gennaio 2009, sulla Bibbia una volta appartenuta a Lincoln. Nonostante questo, é importante notare, che, nello sforzo di vincere la Guerra Civile, Lincoln si rese anche colpevole di pratiche anti-democratiche e di violazioni dei diritti civili, particolarmente in quegli stati del Sud che, anche se schiavisti, rimasero fedeli all’Unione. Qui, Lincoln impose la legge marziale e fece giudicare da tribunali di guerra tutti coloro che erano sospettati di essere simpatizzanti della Confederazione, o semplicemente di essere contro la guerra. A conti fatti, migliaia di persone in questi stati finirono in prigione e vi restarono per tutta la durata della Guerra Civile in conseguenza dei provvedimenti di Lincoln, il quale fu inevitabilmente accusato di esercitare un potere tirannico. Anche se la storiografia ha dimostrato che Lincoln non poteva fare altrimenti se voleva essere sicuro che questi stati del Sud gli rimanessero fedeli, non si può comunque tacere il fatto che egli inaugurò un’abitudine di pratiche anti-democratiche che sarebbe poi stata seguita da altri presidenti americani a più riprese dall’Ottocento in poi.

Chi armò la mano del suo assassino?
Si deve innanzitutto precisare che l’assassinio di Lincoln, il 14-15 Aprile 1865, non fu un fatto isolato, ma fu parte di una cospirazione su grande scala, che aveva l’obbiettivo di decapitare il governo unionista, uccidendo sia il Presidente, sia il Vice-Presidente Andrew Johnson, ed anche il Segretario di Stato William H. Seward. L’assassino di Lincoln, John Wilkes Booth, e gli altri cospiratori erano in contatto coi servizi segreti confederati, che speravano con questo piano di dare alla Confederazione un’ultima possibilità di riscatto, poiché, anche se il Generale Confederato Robert E. Lee si era arreso il 9 Aprile 1865, la guerra continuava in altre parti del Sud e si sarebbe conclusa definitivamente solo il 26 Aprile 1865, con la resa del Generale Confederato Joseph Johnston nella Carolina del Nord. Il piano dei cospiratori, tuttavia, non venne portato a termine nella sua totalità, poiché sia il Vice-Presidente Johnson che il Segretario di Stato Seward sopravvissero, mentre la caccia all’uomo che si scatenò la stessa notte dell’assassinio di Lincoln portò in breve tempo alla scoperta e all’uccisione di Booth e all’esecuzione degli altri cospiratori. Vi é inoltre da dire che, qualsiasi sia stata l’origine della cospirazione, Booth nutriva un odio personale per Lincoln, che vedeva non solo come il tiranno che aveva vinto contro la Confederazione al prezzo di centinaia di migliaia di morti, ma anche come colui che aveva violato l’ordine naturale delle razze, emancipando la popolazione di colore, alla quale inevitabilmente prima o poi sarebbero stati riconosciuti gli stessi diritti dei cittadini bianchi – come poi effettivamente avvenne, anche se molto tempo dopo.

Enrico Dal Lago è Professore Ordinario di Storia degli Stati Uniti alla National University of Ireland Galway e Membro della Royal Irish Academy. È autore di diversi saggi e volumi sulla storia della schiavitù e sulla storia comparata degli Stati Uniti e dell’Italia nell’Ottocento. Tra i suoi libri più recenti, ricordiamo The Age of Lincoln and Cavour: Comparative Perspectives on American and Italian Nation-Building (Palgrave, 2015) e Civil War and Agrarian Unrest: The Confederate South and Southern Italy (Cambridge University Press, 2018).

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