“Limes. Vivere e combattere ai confini di Roma” di Marco Rocco

Prof. Marco Rocco, Lei è autore del libro Limes. Vivere e combattere ai confini di Roma, edito da Salerno: come era organizzata la difesa dei confini del più grande impero dell’Occidente premoderno?
Limes. Vivere e combattere ai confini di Roma, Marco RoccoBisogna premettere che la vicenda storica e politica di Roma antica si snoda per più di 1200 anni. Anche senza voler considerare l’ulteriore millennio attraversato dalle vicissitudini dell’impero romano d’Oriente, la cui esistenza, centrata intorno alla città di Costantinopoli, segnò l’intero Medioevo, occorre considerare che, secondo la più comune periodizzazione accettata dagli storici, Roma per i primi due secoli e mezzo della propria esistenza fu una città-stato governata da re, egemone nel Lazio antico; poi divenne una città-stato dall’ordinamento repubblicano, che in cinque secoli sottomise l’intero bacino del Mediterraneo; quindi, per quasi tre secoli, fu il cuore di un grande principato esteso dalla Britannia settentrionale all’Egitto meridionale, dalle coste atlantiche dell’Europa alla Mesopotamia, dal Mar Nero ai limiti settentrionali del Sahara; e, infine, perse progressivamente quasi tutta la propria importanza politica a vantaggio di un sistema che poneva il cuore dell’impero lì dove si trovava il suo sovrano, vicario di Dio sulla terra. Dopo altri due secoli, l’impero romano scomparve in Occidente. È evidente, perciò, la necessità di distinguere molti momenti diversi nell’organizzazione della difesa dei confini politici di Roma. Anzi, il volume evidenzia subito come lo stesso vocabolario latino del “confine” abbia avuto una lunga storia, legata alla mutevole ideologia dell’imperialismo romano. Già il leggendario pomerio tracciato da Romolo con l’aratro ai piedi del colle Palatino, linea sacrale più che politica (anche se nel mondo antico i due concetti molto spesso si intrecciavano), segnava una distinzione fondamentale tra cittadini e stranieri/nemici; tra la città, dove i magistrati esercitavano soltanto i propri poteri civili, e l’esterno, luogo dove essi guidavano in battaglia i cittadini-soldati in virtù del proprio imperium, appunto. Le stesse mura cittadine, ampliate ad abbracciare i sette colli alla fine del periodo monarchico, costituivano indubbiamente un confine fortificato, ma non coincidevano con il pomerio, che invece fu progressivamente allargato fino all’età imperiale. Già allora, dunque, emerse la differenza tra un confine militarizzato, che solo molti secoli più tardi andrà a coincidere con il limes, e un concetto più ampio, fluido e mutevole, che possiamo associare a quello di “frontiera”. Questa dicotomia sarà sempre più evidente durante la repubblica e, soprattutto, all’epoca della grande espansione romana oltre mare, fra III e I secolo a.C.: se la conquista dell’Italia peninsulare, e l’organizzazione di una complessa confederazione di popoli facente capo alla città dominatrice, avevano fatto sì che i Romani almeno identificassero dei confini geografici per la cosiddetta Terra Italia, ovvero le coste e la catena alpina, la progressiva trasformazione in province dei territori extra italici via via sottomessi da Roma non implicò la creazione di confini “esterni”, mentre invece grande era sempre la cura posta nello stabilire i confini tra le comunità assoggettate, anche per mezzo di cippi posti sul terreno, a evitare l’insorgere di liti tra i dominati. Gli eserciti che sconfissero uno dopo l’altro i popoli italici, così come quelli arruolati dai magistrati che si recavano a governare le province, almeno fino alla fine del II secolo a.C. non erano né permanenti né, tanto meno, stanziali, e non venivano dislocati lungo confini (che, peraltro, non erano segnati sul terreno), ma costituivano truppe di pronto intervento, concepite per la difesa in caso di invasione, ma soprattutto per l’offesa e la conquista. Gli accampamenti, i castra, erano mobili, al massimo stagionali, e pertanto costruiti con materiali deperibili, terra e legno: i soldati vi alloggiavano in tende, non in baraccamenti. Solo le colonie romane e latine fondate via via in Italia tra V e III secolo a.C. avevano svolto una funzione stabile di difesa dei territori a ridosso di popoli non ancora conquistati, ma si trattava non certo di basi militari, bensì di comunità civili dotate di una propria organizzazione politica locale, che solo all’occorrenza fornivano truppe a Roma: se pure svolsero ottimamente il ruolo di avamposti della “madrepatria”, grazie anche alle cinte murarie di cui si dotarono fin dall’inizio, non si può dimenticare che il loro contributo si esplicò soprattutto sotto forma di popolamento del territorio e di diffusione della cultura e dell’economia romane. Del resto, per tutto il periodo repubblicano, e ancora per buona parte di quello imperiale, la parola limes ancora non denotava un confine militarizzato, ma una strada militare, costruita con mirabile perizia dai soldati e funzionale alla penetrazione in territorio ostile e alla sua conquista. Perciò furono limites la via Appia, la Flaminia, la Postumia e altre in Italia, così come le numerose strade provinciali e che i cittadini-soldati di Roma realizzarono a mano a mano che avanzavano nei luoghi via via sottomessi al dominio romano fuori dalla penisola. Se anche molto spesso i tracciati di questi assi viari, destinati col tempo a essere utilizzati anche dai civili e a scopo commerciale, insistevano su piste e sentieri preesistenti o, come in Oriente, su strade di età ellenistica, la cura e la standardizzazione applicate nella loro costruzione raggiunsero livelli di efficienza e rapidità mai toccati prima. Nel I secolo a.C., benché l’esercito romano fosse ormai avviato a diventare un’istituzione permanente e altamente specializzata e regolarizzata di professionisti delle armi, la situazione non mutò: anzi l’ulteriore, straordinaria spinta alla conquista realizzata in questo periodo per iniziativa di Pompeo, Cesare e Augusto, fornì la humus necessaria a far sì che le classi dirigenti colte romane perfezionassero l’ideologia di un dominio ecumenico, assegnato a Roma dagli dei stessi insieme alla missione di portare la civiltà della legge romana nel mondo intero. Questa ideologia toccò il proprio apice sotto il primo imperatore, Augusto, ed ebbe come massimo cantore Virgilio, ma restò anche in seguito il fondamento dell’esistenza stessa dell’impero romano, e di altri imperi successivi che a esso si ispirarono. Stando così le cose, non era nemmeno possibile concepire l’esistenza di confini per il dominio di Roma. Eppure, proprio alla fine del regno di Augusto una gravissima disfatta militare, l’imboscata di Teutoburgo del 9 d.C., segnò la prima tappa di un progressivo arresto delle conquiste, e suggerì di stanziare legioni di cittadini romani e truppe ausiliarie di provinciali e, più tardi, di barbari, in castra permanenti. Le basi erano poste non più all’interno delle province di recente conquista, per pacificarle, ma lungo ostacoli naturali o a ridosso di essi, per evitare che i popoli limitrofi li oltrepassassero e potessero giungere a minacciare l’Italia o Roma stessa. Allo stesso scopo furono create piccole flotte destinate al pattugliamento dei fiumi navigabili e dei mari interni. Rinuncia alle conquiste e immobilizzazione degli eserciti non furono certo fenomeni uniformi o regolari né di breve durata, e non avvennero ovunque nelle stesse modalità. Tuttavia, nel volgere di circa centocinquant’anni condussero all’effettiva (anche se mai riconosciuta ufficialmente) territorializzazione dell’impero, confermata dalla cristallizzazione dei suoi confini. Se ancora sotto imperatori come Claudio (41-54) e soprattutto Traiano (98-117), così come in parte Settimio Severo (193-211), furono realizzate altre importanti conquiste e create nuove province, la maggior parte degli imperatori non ampliò l’impero se non in minima parte, come fecero Vespasiano (69-79) e Domiziano (81-96). Furono appunto i Flavi (benché non mancassero “esperimenti” di età giulio-claudia lungo il Reno e il Danubio) coloro che iniziarono a segnare i limites sul terreno per mezzo di difese lineari: strade e palizzate, corredate di fortini e torri, dislocate non più lungo assi di penetrazione, ma parallelamente a confini non solo naturali, come dimostrano gli estesi rettilinei costituiti dal limes della Germania superiore e della Rezia. In Oriente, invece, l’Eufrate fu via via fortificato, ma lungo i bordi del deserto fu intensificata la costruzione di strade militari, non di difese lineari, mentre quelle del nord Africa fungevano non da barriera difensiva, bensì da linea di controllo della transumanza e del passaggio dei lavoratori stagionali. Sotto Traiano l’opera dei Flavi fu ampliata e rafforzata, mentre Adriano (117-138), che significativamente rinunciò a tutte la conquiste traianee oltre l’Eufrate, era considerato già dagli antichi come colui che per primo divise nettamente Romani e barbari per mezzo di valli e fortificazioni: non a caso l’imperatore filelleno sostituì ovunque lungo i confini la pietra al legno e alla terra, e fece erigere la più nota delle barriere di Roma antica, il Vallo che da lui ancora oggi prende il nome. Continuarono a essere realizzati anche avamposti eretti molto al di qua e molto al di là del limes, a dimostrazione della volontà di esercitare un controllo anche su territori non assoggettati all’amministrazione romana e, allo stesso tempo, del fatto che tutte le strutture realizzate non erano intese come linee d’arresto dell’invasore, ma miravano semmai a rallentarne l’avanzata, in attesa del convergere dei rinforzi dalle retrovie. A mano a mano che i popoli esterni diventavano ovunque più forti e aggressivi, mentre il governo centrale romano si indeboliva e le guerre civili diventavano endemiche, quest’ultima tendenza si accentuò ovunque, fino a diventare una necessità: le zone di frontiera, che a partire dai Flavi erano fiorite sotto la protezione dei limites, nel III secolo furono a poco a poco abbandonate per ristabilire una più efficace linea di difesa lungo ostacoli naturali come grandi fiumi e massicci montuosi. Le truppe schierate in modo permanente lungo i confini, i cosiddetti limitanei, nel tardo impero si ridussero sempre più a livello numerico e persero via via prestigio, mentre i reparti d’élite dei comitatenses, dislocati nelle province centrali delle diocesi, erano inviati a intervenire ovunque il limes cedesse. Intanto, la crescente disaffezione dei Romani per il mestiere militare rendeva necessario aumentare costantemente l’arruolamento di barbari, finché questo non diventò maggioritario alla fine del IV secolo; nel frattempo, la pratica di trasformare interi popoli in foederati, infidi alleati dell’impero, e di installarli su terre abbandonate entro i confini imperiali, rafforzò ulteriormente le identità e le pretese dei nemici di Roma, con conseguenze fatali per le frontiere: nel 406 andò perduta quella renana, e meno di cinquant’anni dopo Attila polverizzò la danubiana. L’Italia, dove Roma era già stata saccheggiata dai Visigoti nel 410 e dai Vandali nel 455, cedette al composito esercito di Odoacre nel 476, dopo aver di fatto perduto tutte le province occidentali nel volgere di soli settant’anni.

Che rapporti intrattenevano i romani con i popoli limitrofi?
Innanzitutto dobbiamo considerare che presso tutte le basi romane di una certa entità sorsero molto presto insediamenti civili, denominati canabae e vici. Qui, oltre alle compagne e ai figli dei soldati, ai veterani e, in epoca tarda, ai soldati stessi, alloggiavano altri componenti delle loro famiglie, e poi schiavi, liberti e tutti quelli che potessero trarre vantaggio da relazioni continuative con gli eserciti: mercanti, piccoli commercianti, sensali, artigiani, locandieri, braccianti, medici, sacerdoti, indovini, gente di spettacolo, prostitute e prostituti. Si trattava di uomini e donne provenienti fino al I secolo per lo più dall’Italia e dalle province di più antica romanizzazione, ma in seguito soprattutto dalle frontiere stesse e anche dalle regioni barbariche d’oltre frontiera. L’impulso dato all’agricoltura dalla necessità di sfamare tante bocche, oltre a quelle dei soldati, si ripercuoteva in modo per lo piú positivo sui mercati civili locali. Canabae e vici erano luoghi dove incontrare persone e acquistare o vendere beni. Gli esercizi commerciali offrivano svariati servizi. Cauponae e thermopolia erano ‘osterie’ e ‘banchi di mescita’. Esistevano poi tabernae di vario genere dove acquistare o riparare oggetti e utensili, lavorati con i materiali e le tecniche piú vari nelle officine. Altri locali erano destinati al gioco d’azzardo e alla musica. Erano inoltre piuttosto frequentati i bordelli. Le donne di bassa estrazione erano molto piú libere rispetto a quelle rispettabili, ma si trovavano esposte a molestie e stupri, soprattutto nel caso assai comune che fossero prive della cittadinanza romana. La vita di quest’ultima categoria di donne era molto poco invidiabile. Ai limiti già imposti alla condizione femminile si aggiungeva la precarietà dello status giuridico, generata dall’impossibilità di essere riconosciute legalmente come coniugi dei loro compagni, prima del congedo. Ne derivava pure una condizione di illegittimità per i figli, fino a quando Settimio Severo non rese legali le unioni matrimoniali contratte durante il servizio. I figli maschi tendevano a seguire la professione dei padri, arruolandosi da adulti. I castris, cioè ‘(uomini nati) in un campo militare’, divennero un’importante fonte di reclutamento fin dal II secolo, tanto che almeno dall’epoca di Costantino (306-337) furono obbligati a entrare nell’esercito. Gli abitanti degli insediamenti sorti presso le basi presto o tardi si dotavano di magistrati locali, che rispondevano alle autorità civili provinciali e, talvolta, ai comandanti militari. Eletti probabilmente dall’assemblea dei cittadini maschi adulti, erano espressione di un ordo decurionum locale, sorta di consiglio cittadino formato dalle famiglie maggiorenti e da singoli notabili, spesso veterani. Con il crescere della popolazione, gli abitati erano provvisti di infrastrutture come acquedotti e canali e, in qualche caso, di edifici pubblici come stazioni di cambio, magazzini, granai, lavanderie, necropoli, piccoli templi, terme, anfiteatri, teatri, piú tardi mura di laterizi e fossati, fino a diventare dei veri centri urbani. Questo faceva sì che con il tempo gli insediamenti assurgessero al rango di municipia e poi di coloniae, città “romane” a tutti gli effetti perché insignite della cittadinanza e dotate di statuti riconosciuti, che regolavano la vita degli abitanti. I costumi e l’economia delle comunità di frontiera subirono processi di romanizzazione diversi, secondo i particolarismi locali. Nei periodi di pace, d’altra parte, le autorità militari romane, soprattutto quelle incaricate dei rifornimenti o della riscossione fiscale, si macchiavano di illeciti e violenze. Il piú delle volte si trattava di atti imputabili a singoli, contro i quali era comunque possibile adire alle vie legali. E dalla fine del III secolo l’insostenibile fardello fiscale e sociale, imposto soprattutto agli strati intermedi e inferiori della popolazione, rese soldati e funzionari invisi ai piú. È però innegabile che la costante presenza di truppe disciplinate, addestrate e stipendiate con regolarità abbia dato un contributo fondamentale all’accelerazione del processo di romanizzazione, con gli annessi benefici derivanti dalla pax. Pace pubblica, assicurata dal controllo del territorio urbano e rurale esercitato dalle forze armate, con l’affermarsi delle leggi romane. E pace amministrativa, garantita da un sistema burocratico complesso e spesso esoso, non esente da frodi, ma ordinato, omogeneo ed efficiente.Non ovunque, però, la cultura romana s’impose su quella indigena o s’integrò con essa. La società militare di frontiera subiva l’influenza del modello culturale urbano ellenistico-romano, pur essendo almeno fino al III secolo per lo più estranea agli ambienti cittadini, almeno in Occidente. Questo favoriva contatti intensi tra Romani e barbari, soprattutto se appartenenti a classi sociali elevate. Potevano penetrare al di là della frontiera anche costumi religiosi e funerari. Ne derivò un crescente mélange culturale e l’esercito stesso assunse l’aspetto di un melting pot. D’altro canto, l’impulso esercitato dalla cultura, dalla ricchezza e dalle istituzioni romane pare aver innescato o accelerato da ambo i versanti delle frontiere processi di coagulazione di gruppi umani contigui ma non necessariamente affini tra loro. La conseguenza fu il formarsi di leghe tribali sempre piú coese e organizzate e l’innescarsi di fenomeni di etnogenesi in precedenza inesistenti o ancora poco definiti.

Come reagivano i romani alle incursioni degli innumerevoli popoli del barbaricum?
Quando non erano utilizzati in grandi e spesso sanguinose campagne di conquista o in spietate operazioni volte a soffocare rivolte interne, gli eserciti romani di età imperiale erano impiegati regolarmente in spedizioni punitive piuttosto brevi, condotte come conseguenza di sconfinamenti nemici. Scopo di tali spedizioni era quadruplice: vendicare l’onta e i danni subiti; liberare i prigionieri catturati dai nemici e, possibilmente, ottenere bottino e schiavi; infiacchire le forze nemiche; consentire all’imperatore di celebrare trionfi e aumentare così il proprio prestigio. Completate le operazioni, molto spesso si interdivano ai nemici sconfitti ampie fasce di territorio a ridosso dei confini naturali, come fecero Marco Aurelio (161-180) e Commodo (180-192) nei confronti di Quadi e Marcomanni sul Danubio, e li si obbligava a commerciare sotto pesante scorta armata solo in luoghi scelti dalle autorità romane. Quindi si procedeva alla ricostruzione delle infrastrutture colpite e, nei casi più gravi, a ulteriori rafforzamenti del limes, talvolta costringendo i nemici sconfitti a fornire manodopera, materiali, vettovaglie. Dopo vittorie di questo tipo il territorio barbarico non veniva incorporato come provincia, ma l’imperatore aveva cura di affidarlo in potere a personaggi facilmente manovrabili da Roma, quelli che gli storici definiscono “re clienti”. Col tempo, però, l’impero perse il prestigio e la forza necessari a prassi politiche di questo genere, e sempre più spesso si trovò invece costretto a contrattare il prezzo della pace o a versare sussidi con regolarità a capi nemici compiacenti ma imprevedibili, per evitare di vedere invase e distrutte le proprie frontiere. Quando, infine, gli spostamenti dei barbari divennero vere e proprie migrazioni in cerca di nuove terre da abitare, indotte dall’impoverimento delle risorse o da grandi invasioni come quelle degli Unni, le autorità imperiali iniziarono ad accogliere come foederati entro i propri confini interi popoli, che non era più possibile tenere fuori, illudendosi di costringerli a obbedire in cambio di poche terre di confine isterilite e di carriere militari per i loro capi.

Quali processi portarono alla caduta dei confini, e con quali conseguenze?
Dopo il disastro di Adrianopoli (378) e l’istituzione dei primi foederati, nel V secolo gli antichi territori del dominio romano furono a poco a poco lasciati ai nuovi venuti che vi si insediarono. Seppur spesso sconfitti dai comitatenses ben al di qua delle frontiere, ormai questi popoli erano troppo coesi e ben organizzati per poter essere di nuovo ricacciati al di là dei confini, e perciò erano infine riconosciuti come foederati. Gli imperatori nella maggior parte dei casi cessarono di occuparsi della guerra, affidandone la conduzione a “generalissimi” di origine quasi sempre barbarica. Nemmeno gli onnipresenti usurpatori potevano rinunciare al sostegno dei barbari. Lo Stato era dilaniato da continue lotte per il potere e gravi rivolte erano generate dalla pressione fiscale, intollerabile eppure inadeguata a sopperire al drastico crollo del gettito tributario derivante dalle amputazioni territoriali, dai costi esorbitanti di guerra e diplomazia, dalla corruzione delle autorità e dall’inadempienza dei contribuenti. La politica estera si ridusse a mettere gli uni contro gli altri i nemici/alleati con il versamento di ingenti sovvenzioni e la contrattazione di matrimoni dinastici, nel vano tentativo di salvare almeno l’Italia e il suo granaio africano, cioè i latifondi dei senatori. Ciò che restava delle strutture frontaliere di controllo veniva abbandonato e cadeva in rovina, anche se non ovunque nello stesso momento e con le medesime modalità. Quando ormai anche nelle province alpine, dopo la metà del secolo, il governo centrale rinunciò a mantenere in vita un apparato militare organizzato, l’Impero d’Occidente come entità politico-militare, seppur non come modello culturale di lunghissima durata, cessò di esistere.

Marco Rocco è dottore di ricerca in Storia romana e svolge attività didattica e di ricerca presso l’Università di Padova, in qualità di assegnista abilitato all’insegnamento universitario. È autore dei volumi L’esercito romano tardoantico: persistenze e cesure dai Severi a Teodosio I (Libreriauniversitaria.it, 2012), I pretoriani. Soldati e cospiratori nel cuore di Roma (Salerno Editrice, 2021), del capitolo Il mestiere di soldato in Storia del lavoro in Italia: l’età romana. Liberi, semiliberi e schiavi in una società premoderna (Castelvecchi, 2016) e del contributo Ascesa sociale e ideologia professionale nell’esercito romano: alcuni casi di età imperiale in Lavoro, lavoratori e dinamiche sociali a Roma antica. Persistenze e trasformazioni (Castelvecchi, 2018).

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