Libri per tutti. L'Italia della divulgazione dall'Unità al nuovo secolo, Luca ClericiProfessor Clerici, Lei è autore del libro Libri per tutti. L’Italia della divulgazione dall’Unità al nuovo secolo edito da Laterza: quando e come si diffonde la cultura della divulgazione?
Intesa nel suo significato attuale, la pratica della comunicazione divulgativa risale al secolo dei Lumi, quando inizia a configurarsi un pubblico nuovo, composto da individui privi delle competenze culturali ereditarie in dotazione a qualunque conte o marchese, peraltro in buona parte inattuali nel nuovo contesto storico e proprio perciò da rinnovare. Non siamo più all’interno dell’omogenea accademia dei dotti che dialogano alla pari fra loro, perché quella divulgativa è una comu­nicazione fondata sull’asimmetria degli interlocutori, per estrazione culturale, competenze, classe sociale di appartenenza: l’esclusivo cerchio ristretto dei detentori delle conoscenze si è definitivamente spezzato per la pressione di nuovi soggetti: prima la neonata classe dirigente borghese, i lettori popolari, artigiani compresi, e dopo il proletariato operaio e il ceto medio. Naturalmente anche in epoca premoderna esiste una produzio­ne culturale rivolta a destinatari inesperti, basti pensare ai catechi­smi e alla loro lunghissima storia. Ma è proprio rispetto alle opere di questo tipo che emerge un’altra caratteristica della nuova divul­gazione, e cioè l’orizzonte laico in cui si inscrive. La produzione divulgativa si distingue poi da altre pratiche discorsive di lungo corso, quelle che si potrebbero definire di carattere didattico. Qui la differen­za di fondo riguarda la libertà del destinatario, concetto e valore quant’altri mai borghese. Se infatti il discorso didattico è un discor­so imposto, che si svolga in ambito privato e aristocratico (proferito dal precettore di turno) o in un ambiente istituzionalmente dedicato (la scuola), l’offerta divulgativa, per affermarsi, deve invece essere accattivante, e cioè connotata da quella componente ludica ed edo­nistica di piacevole intrattenimento che risponde alle esigenze del nuovo pubblico. Solo così il lettore può decidere autonomamente di dedicare il proprio tempo libero a soddisfare le sue curiosità e i suoi interessi, divertendosi. Come noto, in Italia i processi di modernizzazione sono lenti e sfasati rispetto ai paesi più avanzati d’Europa, e infatti la cultura della divulgazione da noi si afferma e consolida solo in epoca postunitaria, a Ottocento avanzato. Non a caso con base a Milano, secondo la celebre definizione di Verga “la città più città d’Italia”.

Quali sono i presupposti ideali dell’impegno divulgativo?
Affinché si affermino anche in Italia le pratiche divulgative occorrono presupposti sia “strutturali” sia culturali. Premessa indispensabile, l’Unità nazionale, che prelude alla lenta unificazione linguistica del Paese. Perché, “fatta l’Italia”, occorre formare gli italiani, dando loro una coscienza nazionale insieme a una serie di competenze basilari, una volta che si sa scrivere e far di conto. Fondamentale è dunque il lento processo di alfabetizzazione, che porta con sé nuove richieste rivolte al mondo dei libri, presto fatte proprie dagli editori più intraprendenti pronti a sfruttare il nuovo mercato della scolastica e della parascolastica, ma anche attenti a catturare i nuovi lettori adulti con proposte tipologicamente molto varie e spesso innovative: i manuali e le enciclopedie “per tutti”, la formula rinnovata dell’almanacco e il genere della biografia di uomini fatti da sé, la guidistica, la letteratura lavorista e il romanzo didascalico, la conferenza, l’odeporica. Nel complesso si tratta di una produzione che si potrebbe definire “impegnata”, concepita secondo l’idea dello “scrivere per fare”– l’opposto dell’arte per l’arte –, che significa scrivere per formare nuovi cittadini e per orientare l’opi­nione pubblica e l’azione delle istituzioni, incidendo così sulla qualità della vita di tutti. Un idealecondiviso da intellettuali interpreti di un’idea di sapere democratico di qualità, e perciò etico e produttivo, non solo in termini di formazione, che costituiscono l’espressione della migliore borghesia italiana postunitaria, fra Sinistra storica ed epoca giolittiana, interpretando un’originale concezione di positivismo “democratico”.

Quali sono le figure più rappresentative di questo clima culturale?
Di estrazione prevalente­mente non umanistica, anzitutto questi divulgatori sono svincolati dall’ingombrante tradizione letteraria nazionale: al gruppo degli scienziati appartengono Paolo Mantegazza, lau­reato in medicina come Luigi Mangiagalli, il geologo Antonio Stoppani, provetto cartografo e naturalista come Michele Lessona e Paolo Lioy, ma anche Giuseppe Co­lombo, ingegnere di fama e autore di articoli divulgativi. Formazione non scientifica ma giornalistica ha invece Luigi Bertelli (alias Vamba), e come lui Luigi Vittorio Bertarelli viene da un’esperienza professionale, ma di altro genere: prima di dedicarsi al T.C.I., di lavoro fa l’imprenditore. Accomunati da un fervente spirito patriottico, si tratta anzitutto di orgogliosi protagonisti del processo risorgimentale, ruolo che rivendicano orgogliosamente. In generale, non sono autori stanziali frequenta­tori di biblioteche, ma piuttosto studiosi che lavorano sul campo, con una precoce apertura internazionale con­solidata da un costante aggiornamento, e infatti a distinguerli è dunque una forte mobilità, una passione per i viaggi sia lungo la Penisola sia all’estero, esperienze spesso raccon­tate in articoli e volumi – ed è proprio nell’ambito di questa cultura che Bertarelli fonda nel 1894 il Touring e lo porta al successo, inau­gurando la moderna civiltà del turismo in Italia. Ad accomunare i nuovi intellettuali c’è poi una sorta di iperattivismo: la modernità impone un aumento vertiginoso della pro­duttività all’autore professionista, e addirittura Paolo Mantegazza pubblica 1.418 titoli, fra articoli e libri, rivolti a lettori va­riamente esperti e neo-alfabetizzati. Molti volumi firmati da questi autori sono bestseller: si pensi ai fortunatissimi Un giorno a Madera di Mantegazza (circa cinquanta edizioni, traduzioni in spagnolo, croato, francese, tedesco, olandese e por­toghese) e a Volere è potere di Lessona, uno dei libri più venduti dell’Ottocento italiano. Ma i record di vendita spettano ad altre due opere, Il Bel Paese di Stoppani e il Manuale dell’ingegnere di Giu­seppe Colombo, in uso ancora oggi non solo al Politecnico di Milano. A caratterizzare la laboriosità tipicamente ambrosiana dei protagonisti della divulgazione è un atteggiamento imprenditoriale e manageriale: se Stoppani contribuisce a finanziare l’edificazione del nuovo museo di storia naturale di Milano, il più importante d’Europa, con i proventi delle affollatissime conferenze a pa­gamento che tiene ai giardini di via Palestro, la vocazione manageriale di Bertarelli si dimostra addirittura spregiudicata quando stipula un contratto con l’Istituto Geografico De Agostini per realizzare la carta d’Italia al 250.000, di cui il T.C.I. mantiene i diritti. Scaricando però i costi di produzione sull’Istituto, che perciò finisce per essere liquidato con un debito di un milione di lire oro. Intanto, i protagonisti della divulgazione insegnano e si impegnano a livello istituzionale nella scuola e all’U­niversità, ma l’impegno di questi intellettuali si traduce anche nell’assunzione di incarichi politici e amministrativi, spesso di primo piano: Paolo Lioy è senatore come Lessona, Mantegazza e Mangiagalli. Non ultimo elemento in comune, la maggior parte di loro è nata all’ombra della Madonnina (Giuseppe Colombo) o è immigrata qui dalla provincia integrandosi perfettamente, perché Milano esalta la volontà di emancipazione di chi accoglie, av­vantaggiandosene. Stoppani è di Lecco, Mantegazza è di Monza, Luigi Mangiagalli nasce a Mortara e – come quella di molti colleghi – la sua è una storia di progres­siva ‘scalata sociale’ e affermazione professionale, degna di un autentico self made man, il prototipo dell’uomo che si fa da sé disegnato da Lessona nel bestseller Volere è potere.

Qual è l’eredità culturale di questo periodo?
L’epoca d’oro del “sapere per tutti” si registra fra anni Settanta e fine Ottocento, con una spinta che tende ad esaurirsi con il nuovo secolo: negli anni Venti la civiltà della divulgazione è definitivamente tramontata, l’e­poca di un pensare positivo per tutti si è chiusa. La classe dirigente borghese, erede del volontarismo illuministico, che ha provato a interpretare un ruolo responsabile e di guida in una prospettiva cul­turale e civile, si è arresa: obiettivo dell’efficace politica culturale del fascismo non sarà più la diffusione del sapere, ma l’organizza­zione del consenso. Dal dopoguerra a oggi la ripresa non c’è stata, se non episodicamente – basta confrontare la marginalità del fenomeno in Italia e lo straordinario sviluppo nei paesi più avanzati –, con qualche eccezione, si intende. Proprio perciò è urgente studiare il fenomeno alle sue radici, per scoprire come sin da allora la divulgazione si configurasse come un insieme di pratiche innovative e sperimentali, di uno “sperimentalismo popolare” affidato ai più diversi canali, dal teatro alle esposizioni universali, dalla pubblicistica periodica al giornalismo quotidiano, tramite cronaca nera e giudiziaria, inchieste e reportage che raccontano il mondo della scienza ma anche l’attraente universo parascientifico, fatto di medium, imbalsamatori, malati psichici o presunti tali, delinquenti tarati.