Libri, lettori e bibliotecari a Montecitorio. Storia della Biblioteca della Camera dei deputati, Fernando VenturiniDott. Fernando Venturini, Lei è autore del libro Libri, lettori e bibliotecari a Montecitorio. Storia della Biblioteca della Camera dei deputati, edito da CEDAM: quando e come nasce la Biblioteca della Camera?
La Biblioteca della Camera nasce, possiamo dire, il giorno stesso in cui si insediò la Camera dei deputati del Regno di Sardegna, da cui ha origine, come è noto, la Camera dei deputati del Regno d’Italia. Quel giorno, infatti, l’8 maggio 1848, l’Assemblea di 204 deputati, riunita a Palazzo Carignano, approvò il regolamento provvisorio che si occupava, al capo VIII “Della biblioteca, degli archivi e del bibliotecario-archivista della Camera”. Il 7 giugno, a scrutinio segreto, fu nominato il Bibliotecario nella persona di Leonardo Fea con 101 voti a favore e 8 contrari. Di lì a qualche mese, si formò anche una Commissione di vigilanza, composta da alcuni deputati incaricati dall’Assemblea della scelta dei libri e dell’indirizzo da dare alla Biblioteca. Questo percorso non è lineare, subisce interruzioni o accelerazioni in base anche alle vicende politiche e alle maggioranze parlamentari delle prime legislature subalpine, tanto che, dopo le elezioni del 15 luglio 1849, vinte dalla sinistra, a Fea fu affiancato Giovanni Battista Scovazzi, un patriota ligure di origine mazziniana. Ed è solo nel corso della IV legislatura, quando l’attività della Camera entra in una fase più stabile, ed in particolare dal 1852, con l’insediamento della prima Commissione composta da 5 membri, che la Biblioteca della Camera può dirsi pienamente operativa. Questi risvolti politici, legati alla figura del bibliotecario, dimostrano, in ogni caso, l’importanza che aveva la Biblioteca e la consapevolezza costituzionale del Parlamento subalpino, dove gli strumenti di conoscenza appaiono importanti quanto l’attività legislativa. Come disse Nino Bixio in aula, nel giugno 1848: «Siamo tutti nuovi alla vita politica, abbiamo tutti bisogno di studiare, abbiam bisogno di formarci una biblioteca».

In cosa consistono i suoi primi fondi?
Nella seduta del 23 dicembre 1848, il deputato Alessandro Michelini così riassumeva le due tipologie di libri da acquistare: «la prima è di libri teorici, nei quali le scienze politiche e sociali sono trattate in modo astratto; e la seconda categoria è quella dei giornali, i quali riferiscono testualmente i dibattimenti delle assemblee costituenti e legislative che ci precedettero». In effetti, negli anni prima dell’unità, la Biblioteca si sviluppò come una collezione che oggi diremmo in parte di reference (raccolte legislative, fonti giuridiche, dizionari, riviste e annuari), in parte di storia e di politica, in parte volta a documentare l’attività di intervento dello Stato nell’amministrazione (lavori pubblici – in particolare le ferrovie – pubblica istruzione, temi militari). Molti libri ed opuscoli giunsero anche per scambio e per dono e costituirono il primo nucleo della collezione delle miscellanee. Negli stessi anni, la Biblioteca si occupò anche di acquistare i giornali italiani e stranieri che tanta importanza avevano per la classe politica del tempo ma, di norma, i quotidiani non erano conservati, ma semplicemente messi a disposizione per il tempo necessario.

Dopo il 1861, la Biblioteca si sviluppò fortemente, la sua dotazione di bilancio si fece più consistente, dovendo soddisfare le esigenze di una rappresentanza ormai nazionale. Si avviò così una campagna di acquisti dei libri sugli ordinamenti giuridici e sulla storia degli stati preunitari e si rafforzò il filone legato al culto delle memorie nazionali, ai testi letterari del cosiddetto canone risorgimentale e ai classici. Per rappresentare tutte le parti d’Italia, si ampliò la raccolta dei giornali e delle riviste, si comprarono anche carte geografiche, libri scientifici e tecnici, si accrebbe l’acquisto di libri stranieri soprattutto di diritto pubblico, di economia pubblica, di statistica, di amministrazione.

Quali sono state le figure più autorevoli tra i bibliotecari della Camera?
Nella storia della Biblioteca della Camera, i primi bibliotecari (Leonardo Fea e Giovanni Battista Scovazzi) divennero tali un po’ per caso, partendo dal giornalismo, da interessi letterari, da aderenze politiche, dalla vicinanza con il movimento liberale e democratico subalpino. Nel caso di Leonardo Fea, tuttavia, questa origine non gli impedì di acquisire competenze sul campo e un’esperienza che gli diede ben presto il profilo di un tecnico. A questo, credo, contribuirono le sue stesse idee politiche poiché, cattolico transigente, era per molti versi lontano dall’orientamento prevalente sia nella classe dirigente liberale, sia nel mondo cattolico intransigente ormai in contrapposizione tra di loro. Non è un caso che il primo concorso per bibliotecario, che peraltro non andò a buon fine, si sia tenuto nel 1869. Questo “distacco” è palese anche nel figlio Pietro Fea che cominciò a lavorare in biblioteca, nel 1870, anche lui un po’ per caso, perché il padre morì prematuramente e si ritenne di accogliere il figlio come apprendista. Anche Fea, che condivideva le stesse idee politiche del padre, si fece le ossa sul campo ma poté giovarsi della guida di Filippo Mariotti, il deputato che, a Roma, diede una precisa impronta alla Biblioteca della Camera con scelte lungimiranti ed innovative. Mariotti, che, alla morte di Leonardo Fea, aveva già cercato, nel 1870, di assumere Desiderio Chilovi come direttore della Biblioteca della Camera, fu un catalizzatore politico, un po’ come Ferdinando Martini quando chiamò Guido Biagi come capo di gabinetto nel 1893. Fea lavorò in Biblioteca per 50 anni e fu direttore della Biblioteca per più di trent’anni. Durante la sua gestione, si svolsero due concorsi importanti che portarono all’assunzione di Antonio Rovini e di Enrico Damiani che furono direttori della Biblioteca rispettivamente dal 1920 al 1926 e dal 1927 al 1950. Con Damiani divenne direttore della Biblioteca una personalità di primo piano degli studi di slavistica in Italia. La tradizione di bibliotecari poliglotti e dagli interessi enciclopedici proseguì con Silvio Furlani, assunto nel 1947 e direttore dal 1963 al 1981.

Quali funzioni assolve la Biblioteca della Camera?
Di norma, le biblioteche parlamentari sono classificate tra le cosiddette “biblioteche speciali”, strutture serventi rispetto ad un’utenza limitata di cui si conoscono in anticipo i bisogni.

La Biblioteca della Camera ha quindi il compito primario di supportare il legislatore con documenti e informazioni funzionali alla conoscenza dei problemi che sono alla base degli interventi legislativi e al controllo del Governo: deve cioè possedere “i libri utili” di cui parlavano i primi deputati che si occuparono della Biblioteca nel 1848. Questa funzione legata al legislatore parcellizzato dello stato rappresentativo monoclasse si modifica nel secondo dopoguerra con la presenza dei partiti di massa e con la nascita dei moderni servizi di ricerca e documentazione. In quel momento, la Biblioteca si integra nel sotto sistema amministrativo della documentazione con alterne vicende.

Nello stesso tempo, la Biblioteca della Camera è anche orientata agli interessi di lettura e di studio dei singoli deputati ed alle esigenze derivanti dai loro impegni sociali e politici; in altre parole, è anche una biblioteca di cultura generale che, nell’Ottocento, rispecchiava i valori e l’orizzonte intellettuale di una élite sociale.

Inoltre, la Biblioteca della Camera è stata, nel tempo, la biblioteca della rappresentanza politica: le sue collezioni sono anche lo specchio dello sviluppo nazionale, delle energie morali ed economiche della nazione che era rappresentata dai deputati. Pietro Luigi

Albini, nel 1848, raccomandava che la Biblioteca della Camera fosse aperta alla “gioventù studiosa” perché questa gioventù potesse difendere lo spirito dei nuovi ordinamenti politici costituzionali in una visione pedagogica e simbolica delle biblioteche parlamentari. La Commissione di vigilanza espresse questa visione pedagogica anche nei confronti dei parlamentari stessi, e questo fu alla base delle robuste dotazioni di bilancio che di la Biblioteca godette sempre e della grande liberalità nell’accesso alle collezioni.

La Biblioteca della Camera è stata così uno strumento di quelle funzioni legate al rapporto con l’opinione pubblica – intesa nell’accezione elitaria dell’Ottocento – di cui parla Bagehot nel suo volume sulla costituzione inglese del 1867: la funzione educativa, l’espressiva e la funzione informativa del Parlamento.

Tornando all’utenza che, definisce, con i suoi bisogni, le funzioni di una biblioteca speciale, bisogna ricordare che i deputati sono una categoria di utenza con caratteri del tutto particolari: sottoposti ad un ricambio relativamente frequente, hanno bisogni informativi i cui confini sono incerti, sia perché l’attività parlamentare non ha limiti di materia, sia perché il ruolo del legislatore si affianca al ruolo del rappresentante, intorno al quale si generano bisogni informativi provenienti dal territorio. Inoltre, ciò che distingue una biblioteca parlamentare dalle altre biblioteche è proprio la presenza dei deputati, non solo come “lettori”, ma anche come “committenti”. Le biblioteche parlamentari sono strutture che nascono, nel parlamentarismo ottocentesco, un po’ dal nulla e quindi, in assenza di una professionalità bibliotecaria riconosciuta e riconoscibile, sulla loro nascita e sul loro sviluppo l’input politico è stato molto forte.

Oggi esistono le Guidelines for Legislative Libraries dell’IFLA; in quel tempo, le decisioni fondamentali erano prese da organi o da singoli uomini politici in quasi totale autonomia. Da questo punto di vista, dietro la nascita e lo sviluppo della Biblioteca della Camera si percepisce una forte progettualità. Nel corso di un trentennio, tra il 1850 e il 1880 si crea un imprinting che avrebbe condizionato lo sviluppo della Biblioteca fino, possiamo dire, al secolo scorso. La politica sceglie gli uomini, dà gli indirizzi fondamentali per lo sviluppo delle collezioni, dà indicazioni molto rilevanti sulla natura del servizio (organizzazione delle collezioni per materia e libero accesso da parte dei deputati). In seguito interviene anche sulla materia dei cataloghi con scelte originali: il catalogo metodico e lo spoglio dei periodici sono iniziative che nascono dalla volontà di un gruppo ristretto di uomini politici ed in particolare da Filippo Mariotti. Questa progettualità è così forte che, in tempi più recenti, ha rappresentato addirittura un fardello: nel secondo dopoguerra si succedono tre tentativi di riforma della Biblioteca, per adattarla ai nuovi tempi dell’Italia repubblicana, che non giungono in porto per vari motivi, ma anche per la difficoltà di gestire questa grande eredità di un “piccolo mondo antico”. Solo con l’avvio dell’automazione e con l’apertura della Biblioteca agli standard professionali e, soprattutto, con la nascita di Internet, si crea un nuovo paradigma di sviluppo che trova il suo suggello nella creazione del Polo bibliotecario parlamentare.

Come si sviluppano il catalogo e l’attività della Biblioteca dalla sua fondazione al fascismo?
La ricchezza e l’originalità degli strumenti catalografici furono, dagli anni settanta dell’Ottocento, il principale carattere distintivo della Biblioteca della Camera. Sotto la guida di Filippo Mariotti, la Biblioteca della Camera fu ordinata come se fosse una sorta di centro di documentazione, nell’intento di dare ai bibliotecari della Camera la possibilità di rispondere con efficacia e rapidità alle richieste di un’utenza come quella parlamentare, non specialistica, ma costretta ad affrontare anche temi specialistici. Fu quindi creato un catalogo metodico ed un catalogo di spoglio di centinaia di periodici in tutte le lingue di cultura, organizzato secondo uno schema di classificazione di tipo generale, ma più dettagliato nelle materie tipiche della Biblioteca. Questa impostazione si è conservata fino al secondo dopoguerra, quando lo spoglio dei periodici fu continuato in vari modi e poi rifluì nella banca dati online di spoglio avviata negli anni Ottanta e fino all’attuale banca dati BPR di spoglio specializzato sul Parlamento.

Quali trasformazioni subisce la Biblioteca della Camera nel secondo dopoguerra?
Durante il fascismo, la Biblioteca della Camera, espressione di quella cultura del parlamentarismo liberale di cui il fascismo voleva sbarazzarsi, vive in un sostanziale isolamento. Con questa eredità, nel secondo dopoguerra la Biblioteca deve affrontare le esigenze di informazione e documentazione dei deputati nella nuova realtà repubblicana, secondo una tendenza comune ad altre biblioteche parlamentari europee. Ad esempio, nel caso della House of Commons, si afferma il modello della biblioteca funzionalizzata e dotata di un servizio di ricerche specialistiche. In questo periodo, la Biblioteca della Camera affronta diversi tentativi di modernizzazione, non ultimo quello derivante dalla consulenza di Igino Giordani.

Ma è negli anni Sessanta, in coincidenza con l’avvio della riforma dell’amministrazione voluta dal Segretario generale Francesco Cosentino, che la Biblioteca diventa parte di un progetto più ampio, volto a creare un moderno sistema di documentazione a cui si affiancano i primi progetti di informatizzazione. Come si è detto, nasce, in quel momento, il sottosistema amministrativo della documentazione della Camera dei deputati, sempre più strettamente legato all’attività delle commissioni permanenti. Anche sul piano regolamentare, la Biblioteca è assorbita in questo nuovo contesto: infatti dopo la trasformazione della Commissione di vigilanza in Comitato, nel 1980 nasce il Comitato di vigilanza sui servizi di documentazione che sostituisce ed amplia le competenze dell’antica Commissione di vigilanza. Questo tentativo di integrazione della Biblioteca, con la sua storia e il peso di un grande patrimonio da gestire, incontra crescenti difficoltà. Nasce una dialettica – non sempre facile – con il Servizio studi che sollecita l’orientamento funzionale della Biblioteca all’attività di ricerca e documentazione.

L’integrazione della Biblioteca è complicata dal fatto che, tra il 1958 e il 1981, sia pure rafforzando tendenze già presenti, la Biblioteca ha uno sviluppo straordinario in termini qualitativi e quantitativi. Nel 1981, le stime del patrimonio erano di 700.000 volumi e 2000 periodici correnti. È negli anni di Furlani che le due Biblioteche parlamentari cominciano a crescere a velocità differenti: dalla fine degli anni Cinquanta, l’incremento del patrimonio della Biblioteca della Camera è all’incirca il doppio di quello del Senato, circa 15.000 unità fisiche contro 7.500. Si ha una vera e propria esplosione delle pubblicazioni seriali, in particolare opere in continuazione e collane, oltre a periodici e giornali. Esplode di conseguenza il problema dell’inadeguatezza della sede all’interno di Montecitorio.

Quale futuro per la Biblioteca della Camera?
Il futuro della Biblioteca della Camera è anche il futuro della Biblioteca del Senato. Le due biblioteche parlamentari, unite, dal 2007, nella cornice del Polo bibliotecario parlamentare, devono, a mio parere, rafforzare ulteriormente le ragioni della collaborazione ed i progetti comuni. Il Polo, nato quasi unicamente per razionalizzare la spesa, ha potenziato i servizi all’utenza e può diventare la prospettiva di sviluppo delle due biblioteche e un acceleratore dell’evoluzione tecnologica delle due biblioteche. In modo integrato, si potranno svolgere le funzioni di supporto ai servizi di documentazione che sono ancora necessarie e che derivano dalla storia delle due biblioteche parlamentari. Allo stesso modo, le due biblioteche potranno svolgere le funzioni legate alle nuove forme di dialogo tra Parlamento e società, coltivando e rafforzando la dimensione storica dell’istituzione, avviando progetti di digitalizzazione dei propri fondi più importanti, creando strumenti di conoscenza e di divulgazione della vita e della storia costituzionale per il mondo della scuola e della ricerca, dialogando con gli Archivi storici parlamentari. In questa direzione, si è detto che le biblioteche parlamentari possono diventare le biblioteche nazionali della politica e, si può aggiungere, dello Stato e delle politiche pubbliche.

Fernando Venturini, consigliere parlamentare, lavora presso la Biblioteca della Camera dal 1983. Si è occupato di biblioteconomia, di bibliografia, di documentazione di fonte pubblica (curando, insieme a Piero Cavaleri, il volume Documenti e dati pubblici sul web, Bologna, Il Mulino, 2004) ed è autore di numerose pubblicazioni sulla storia della magistratura italiana.
È tra i curatori della
BPR: Bibliografia del Parlamento italiano e degli studi elettorali, http://bpr.camera.it.
Nel 2010, per l’editrice Bibliografica, ha scritto:
Le biblioteche raccontate a mia figlia: una visita guidata tra passato e futuro (versione web: http://www.bibliotecheraccontate.it).

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