Prof. Gabriele Turi, Lei è autore del libro Libri e lettori nell’Italia repubblicana edito da Carocci: qual è il panorama dell’industria editoriale italiana oggi?
Libri e lettori nell'Italia repubblicana, Gabriele TuriSiamo di fronte a un panorama assai articolato, che è specifico dell’Italia: accanto ai maggiori gruppi editoriali, che nella produzione e nei sistemi di vendita non si discostano molto dai loro omologhi stranieri, persistono e continuano a nascere editori piccoli e medi che per resistere devono specializzare i loro prodotti e, spesso, delimitare al mercato locale l’area della loro distribuzione. Certo, si avverte molto il peso e l’influenza che hanno sugli stessi contenuti dei libri le case editrici più forti, che si affidano alla pubblicità televisiva e propongono il romanzo di consumo statunitense di Stephen King o di Ken Follett o quello pensato in vista di una versione cinematografica, il romanzo rosa o i generi che riempiono il tempo libero dei ceti medi (manuali di cucina o di giardinaggio, cura degli animali domestici). Mentre si è ridotto lo spazio dell’editoria politica e di quella di cultura, fioriscono i saggi di attualità scritti da personaggi della televisione come Enzo Biagi e Bruno Vespa, ma alcune iniziative editoriali – di Einaudi, Laterza, il Mulino, Adelphi – continuano a proporre alla riflessione dei lettori testi problematici e di ricerca.

Quali vicende hanno caratterizzato la storia dell’editoria italiana dal dopoguerra ai giorni nostri?
Fino agli anni Sessanta permangono alcuni caratteri che risalgono al primo periodo unitario. Abbiamo una molteplicità di centri editoriali derivante dalla difficoltà di superare la frammentazione del paese, una forte tensione tra centralismo e policentrismo, grande debolezza del Mezzogiorno e specificità geografica della produzione per generi letterari: testi universitari a Bologna e a Napoli, libro scolastico a Torino e a Firenze e testi di narrativa soprattutto a Milano, dotata di una precoce organizzazione industriale della produzione e del commercio librario.

Subito dopo la Liberazione l’editoria manifesta uno spiccato interesse per le vicende politiche e per la storia, come era avvenuto anche alla fine della prima guerra mondiale, con le iniziative promosse da esponenti liberalsocialisti e comunisti soprattutto presso Einaudi, La Nuova Italia ed Editori Riuniti. Ma è da rilevare anche lo spazio occupato dall’editoria cattolica, che aveva potuto svilupparsi nel periodo fascista e che farà raggiungere al libro di argomento religioso il 7,7% della produzione di varia nel 2014, inferiore solo al 22,2% della letteratura.

Altro tratto caratterizzante è l’editoria di cultura, coltivata in particolare da Einaudi sia nelle collane di narrativa sia, negli anni Settanta, in alcune “grandi opere” come la Storia d’Italia che ha venduto oltre centomila copie e l’Enciclopedia diretta da Ruggiero Romano, che ne ha vendute 35.000: iniziative che hanno avuto successo ma che probabilmente hanno aggravato la situazione debitoria della Einaudi provocandone il fallimento nel 1983 e l’acquisizione da parte di Mondadori, completata nel 1994 quando la casa milanese era presieduta da Berlusconi, che in quello stesso anno divenne presidente del Consiglio: un evento che ha provocato dibattiti e lacerazioni fra gli autori di Einaudi, alcuni dei quali hanno interrotto il loro rapporto di collaborazione.

Segnalerei inoltre il lancio nel 1965, da parte di Mondadori, della collana economica e tascabile degli “Oscar”, inaugurata con Addio alle armi di Hemingway, che vendette 210.000 copie in una settimana, e i best seller che hanno fatto la fortuna iniziale di Feltrinelli Il dottor Zivago di Pasternàk nel 1957 e l’anno successivo Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Anche Einaudi, che in un primo tempo aveva rifiutato Se questo è un uomo di Primo Levi, per poi recuperarlo con grande successo di vendite nel 1958, riuscì a vendere in otto mesi 800.000 copie de La Storia di Elsa Morante, lanciato nel 1974 con un’accorta strategia editoriale (prezzo basso, riduzione dei diritti di autore, pubblicità).

Una delle principali difficoltà con cui si scontrano gli editori nostrano è nel creare “lettori”, il cui numero rimane molto al di sotto di quello di altri paesi europei e ancora oggi ammonta a meno della metà della popolazione rispetto ai due terzi in Francia e in Germania: quali le cause storiche e quali, a Suo avviso, le possibili soluzioni?
Il problema della lettura è un nodo essenziale, al quale dedico particolare attenzione nel volume. All’inizio del periodo repubblicano la scarsezza di lettori di libri era attribuibile all’analfabetismo, che nel 1951 riguardava ancora il 12,9% della popolazione, per scendere poi al 5,2% nel 1971 e al 2,1% nel 1991. Ma era una media nazionale che comprendeva al suo interno un numero assai alto di analfabeti nelle regioni meridionali e nelle campagne, e una profonda differenza tra maschi e femmine.

L’analfabetismo non è tuttavia l’unica causa della scarsa lettura. Lo storico della lingua Tullio De Mauro ha sottolineato come il censimento del 1951 indicasse, accanto al 12,9% di analfabeti, ben il 17,9% di «alfabeti privi di titolo di studio», non in grado di mantenere, per mancanza di esercizio, la capacità di leggere: un analfabetismo e un semianalfabetismo che superava, sommando i due dati, il 30% della popolazione. A ciò si aggiunge il fatto che nel 1955 ben due terzi della popolazione parlavano solo il dialetto e non avevano alcuna confidenza con la lingua italiana scritta. Ancora nel 1994 il 13% usava unicamente il dialetto, e solo il 38% parlava sempre e soltanto l’italiano. Di qui l’alto numero di non lettori soprattutto nelle regioni meridionali. Tuttavia dagli anni Settanta la popolazione femminile, sebbene meno alfabetizzata di quella maschile, ha scalato molte posizioni nella lettura: fra i non lettori registrati nel 2015 le femmine risultano il 50,4%, i maschi il 64,5%.

Il dato della lettura resta tuttavia sconfortante, poiché nel 2015 risulta che il 56,5% degli italiani non aveva letto nemmeno un libro l’anno. Il numero dei “lettori” risulta così in Italia molto inferiore rispetto al 68,7% in Germania, al 69% in Francia, all’86% in Belgio e al 90% in Norvegia.
In questa situazione, i vari sforzi compiuti dagli editori per stimolare il mercato – dal lancio di testi economici e tascabili alla vendita dei libri nei supermercati fino al contenimento dei prezzi o ai libri allegati ai giornali – non hanno prodotto un aumento duraturo dei lettori.

Il mondo dell’editoria conosce ovunque, all’inizio del XXI secolo, un processo di concentrazione, come dimostra l’acquisto di RCS Libri da parte di Mondadori: qual è il Suo giudizio al riguardo?
In Italia il processo di concentrazione inizia negli anni Ottanta del secolo scorso, quando le 20 imprese maggiori detengono, per fatturato, il 75% del mercato; ma il 40% è dei cinque gruppi leader – Mondadori, Rizzoli, Fabbri/Ifi, Garzanti, De Agostini -, mentre Mondadori e Rizzoli, che sono presenti anche nel settore periodici, coprono da soli il 25% del mercato. La concentrazione si accelera all’aprirsi del nuovo secolo: nel 2005 nasce a Milano il Gruppo editoriale Mauri Spagnol (GeMS), controllato per il 73,7% dal maggior distributore, Messaggerie italiane, che diventa il secondo editore italiano incorporando, fra gli altri, Longanesi, Garzanti e Bollati Boringhieri. Il primo gruppo editoriale nasce nel 2016 con la fusione di Mondadori e Rizzoli Libri, che raggiunge una quota di mercato di oltre il 38%. Nel panorama italiano si affacciano anche i più prestigiosi marchi internazionali: nel 2015 nasce HarperCollins Italia, proprietà del gruppo newyorkese HarperCollins Publishers, il secondo più grande editore del mondo, e nel settore scolastico acquista sempre maggiore peso, dal 2007, Pearson Italia, ramo del principale editore mondiale per la education. E non è da dimenticare l’accordo stipulato nel dicembre 2014 fra Messaggerie e Feltrinelli nel mercato della distribuzione libraria, da loro controllato per il 56%. I rischi di una omologazione dei linguaggi sono evidenti.

Quale futuro per il sistema editoriale italiano?
È difficile rispondere, ma non sono pessimista come altri. La concentrazione editoriale, dominata e guidata dai poteri economico e politico, e l’emergere della figura del manager, limitano la libertà di iniziativa e il ruolo tradizionalmente svolto, nelle più importanti case editrici italiane, dagli intellettuali; ma non credo, a differenza ad esempio dell’editore André Schiffrin, che tutto ciò porti a cancellare la pluralità di voci che si esprimono attraverso il libro. In Italia la nascita di nuove sigle, piccole e medie, è continuata anche in presenza del processo di concentrazione delle imprese: esse coprono quegli spazi di mercato sui quali i grandi gruppi non avevano interesse a intervenire. A questo panorama articolato, proprio dell’editoria italiana, si aggiunge la perdita di quelle certezze ideologiche che avevano caratterizzato il primo ventennio repubblicano: è quindi possibile che gli operatori del settore e i loro collaboratori si facciano interpreti di una cultura “disinteressata”, ponendo un argine al rischio di omologazione.