“Libertini libertine. Avventure e filosofie del libero amore da Lord Byron a George Best” a cura di Cesare Catà

Libertini libertine. Avventure e filosofie del libero amore da Lord Byron a George Best, Cesare CatàLibertini libertine. Avventure e filosofie del libero amore da Lord Byron a George Best
a cura di Cesare Catà
Liberilibri

«I libertini la società li odia sempre. Per comprendere la natura di quest’odio, è il concetto stesso di libertino che occorre chiarificare. Cosa non facile, perché “libertino” è un termine plurisemantico, dalle accezioni stratificate, dal significato filosofico complesso e disorganico. Quello che si tenta, con il piccolo florilegio del presente volume, è di offrire un’immagine dell’archetipo del libertino; cioè restituire, senza pretesa alcuna di esaustività e con criteri critici affatto arbitrari, il ritratto d’una figura di essere umano e di intellettuale che attraversa significativamente la moderna storia europea, le cui radici e i cui sviluppi sono tanto difformi quanto affascinanti. […]

Di certo, l’accezione primaria del termine è di ordine dispregiativo. Non a caso ho voluto prendere le mosse dall’odio nei confronti di Byron e dal tentativo di damnatio memoriae subìto dal poeta. “Libertino”, anche nel linguaggio contemporaneo corrente, è una denominazione atta ad apostrofare l’atteggiamento di chi, dimentico delle norme morali condivise o riottoso rispetto ad esse, indulge colpevolmente in modalità amorose-sessuali-affettive ponendo in primo piano i propri desiderî rispetto al decoro comunitario. Una sorta di sovversione valoriale, cioè, per la quale la libertà di amare diventa preminente nei confronti della norma stabilita. Il libertino è colui che ama fuori dagli schemi. Uno che ama troppo. Per questo odiavano Lord Byron.

Ma non si trattava, appunto, di una mera reprimenda nei confronti di un uomo dai priapici appetiti sessuali o dalla propensione sfrenata all’innamoramento fuori dal patto matrimoniale; esempi del genere, specie tra i membri della nobiltà che avversava Byron, abbondavano. La questione è più profonda, perché più profonda era la radice di quell’odio: Byron incarnava, propriamente, un archetipo. L’archetipo, atavico, di colui che ama al di là dei confini morali condivisi perché travalica la comune paura in base a cui tali confini sono stati posti. Di qui l’odio. L’odio per colui che, vivendo la libertà d’amore in un modo che la comunità ha rimosso in quanto invivibile, infrange apertamente un tabù. E, così facendo, scuote il totem della morale.

Impostato in questo modo il problema, vediamo come il concetto di “libertino” possegga profondissime radici culturali e filosofiche, che solo in parte il cosiddetto “libertinismo storico” può mostrarci. […] abbiamo di fronte una serie di pensatori, letterati e artisti che difficilmente riusciamo a incasellare all’interno di un unitario sistema epistemologico o nei limiti di una conforme Weltanschauung. Se una cifra comune, nelle eterogenee radici e nei vari individualistici sviluppi del libertinismo, può essere individuata, questa risiede forse soltanto in una concezione libertaria dell’amare le cui conseguenze sono etiche, politiche, metafisiche.

Certo: potremmo dire, con molti manuali, che il libertinismo è una corrente di pensiero che, rompendo con il retroterra tomistico, fornisce un’interpretazione averroistica di Aristotele basata sul materialismo e sul laicismo, divenendo così un ponte tra l’Umanesimo e l’Illuminismo. Ma con una definizione del genere vedremmo solo una parte minimale della questione: in primo luogo, perché il libertinismo non è una corrente, bensì una sorta di ispirazione vitale propria di alcuni individui, spesso remoti nello spazio e nel tempo e del tutto indipendenti gli uni dagli altri; in secondo luogo, in quanto il libertino non è tale perché rifiuta una determinata tradizione religiosa, teologica o etica, ma semmai perché abbraccia – e vive – una concezione eversiva dell’amore, per incarnare la quale è portato a trovare ragioni che vanno contro i dogmi dell’impianto normativo e valoriale della società in cui è inscritto. […]

L’accezione dispregiativa di cui il linguaggio corrente ancor oggi carica il termine “libertino” possiede significativamente una primaria radice che è di ordine teologico. Nel XVI secolo, troviamo comunemente l’utilizzo del concetto nel dibattito contro gli eretici, come tradisce il famoso esempio di Calvino, il quale si scaglia in un suo opuscolo contro la setta “visionaria e delirante” dei libertini. L’oggetto dell’asperrima polemica calvinista è un gruppo religioso o, per meglio dire, una mentalità mistica, generalmente denominata Libertini Spirituali, che trovava espressione in vari gruppi e movimenti eterodossi almeno a partire dal XIV secolo. […]

I libertini sono in primo luogo coloro i quali danno via libera al proprio pensiero, senza accettare distinzioni dogmatiche tra bene e male. Questo può avvenire in ambito politico, teologico ed erotico, simultaneamente o separatamente. […]

I Libertini Spirituali, ad esempio, non tengono ferma la distinzione dogmatica cristiana tra bene e male. […] Una tale visione portava Calvino a ritenere che costoro sopissero le coscienze con falsi ragionamenti, al fine di vivere senza scrupoli secondo i propri appetiti, dando sfogo a tutte le possibili licenze carnali, gettando il mondo nel caos e distruggendo ogni autorità, ordine e onestà umana.

In effetti, la communis opinio non è molto lontana da Calvino: di solito, si pensa al libertinismo, banalmente, come a un comportamento licenzioso in ambito erotico; però questa è soltanto la più evidente (e contingente) forma espressiva di un certo credo filosofico. Il libertino non è un playboy, uno sciupafemmine, un latin-lover, un “rimorchiatore seriale” o, con una definizione più colta, un lothario. Queste sono espressioni che non possono restituire la parte decisiva del concetto di libertino: cioè il suo credo filosofico nei confronti della vita, basato su una concezione libertaria dell’amare; basato su un amore non definito aprioristicamente dalla morale e dalla dogmatica. […]

Tradotto sul piano politico, il libertinus mostrerà, a partire dal Seicento, una medesima natura irriducibile al potere del sovrano. Altro aspetto della questione, il cosiddetto “libertinismo erudito” di un Patin, di un Naudé, di un La Vayer, di un Gassendi (e, per certi versi, di un Montaigne e di uno Charron) tradisce, pur nella difformità dei sistemi di pensiero, un comune problema a rimanere nei confini dell’obbedienza ai dogmi prescritti dalla vita comunitaria. Il libertinaggio politico della modernità sarebbe, in questo senso, l’altra faccia della medaglia del libertinaggio di spirito dei secoli precedenti.

Come i libertini eruditi a loro successivi, anche gli eretici medievali non sono certamente ascrivibili a un movimento unitario e organizzato, ma hanno piuttosto una serie di fondamenti di pensiero in comune – fondamenti che sono in netto contrasto con la dottrina ortodossa della fede cristiana. Tra questi, spiccano anzitutto l’idea della deificatio, cioè la potenziale liberazione dell’uomo dalla sua finitudine e dal peccato originale; l’idea della visio facialis Patris, cioè il principio di un incontro diretto con il divino, non mediato dal clero; un radicale ridimensionamento nei confronti delle opere, viste come ininfluenti per Dio, cui fa da contraltare un valore mistico e purificatore affidato alla danza e al canto, quali espressioni divine da parte dell’essere umano.

Se da un lato alcune di queste idee possono senza dubbio portare la mente al successivo sviluppo protestante, non è difficile vedere in esse, ancor più fortemente, gli embrioni di vari principî del libertinismo filosofico, dalla negazione logica del concetto di peccato all’indipendenza nei confronti di ogni autorità ecclesiastica, dalla licenziosità delle abitudini sessuali, sino all’esaltazione del piacere e della bellezza. Si tratta di principî che […] per molti versi trovano la loro più alta e chiara espressione ne Lo specchio delle anime semplici (Miroir des âmes simples) della mistica eretica Marguerite Porete; e che vengono variamente espressi da molte voci eterogenee, che vanno da Guglielmo di Saint-Thierry a Meister Eckhart; da Amalrico di Bène e Giovanni Scoto Eriugena, a Ildegarda di Bingen; dai Catari ad alcune riflessioni rinascimentali di Cusano e Bovelles.

Se da un lato è impossibile (e sarebbe forse storiograficamente errato) cercare una sintesi unitaria di quella eresia nota, tra Trecento e Cinquecento, come Libero Spirito, è altresì vero che in essa, nei suoi tanti e spesso indipendenti sviluppi, si può chiaramente individuare un primato dell’amore e una irrinunciabilità della libertà che costituiranno, mutatis mutandis, il basamento filosofico più granitico delle successive incarnazioni dello spirito del libertinismo – anche, paradossalmente, nelle sue declinazioni nell’ambito della blasfemia e dell’ateismo materialista.

I libertini sono anzitutto degli eretici. Eretici che sfidano una Chiesa seguendo il principio eversivo dell’amore totale. È un fatto secondario quale sia la Chiesa oggetto della loro sfida, o se la loro definitiva condanna arrivi per misticismo o per ateismo. Nel principio della libertà d’amore c’è una visione filosofica che connette Marguerite Porete e Oscar Wilde.

In questo senso, le tante e terribili condanne che i libertini hanno storicamente patito – si pensi ai destini orribili di un Théophile de Viau, di un Étienne Dolet, di un Michele Serveto, di un Giordano Bruno e, ovviamente, di un Giulio Cesare Vanini – posseggono, rispetto alle persecuzioni per eresia patite dai Libertini Spirituali nel Medioevo, un rapporto di similarità tutt’altro che contingente.»

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