Lezioni di immortalità, Flaminia CrucianiDott.ssa Flaminia Cruciani, Lei è autrice del libro Lezioni di immortalità edito da Mondadori: cosa rappresenta l’archeologia ai giorni nostri?
Credo che l’archeologia sia l’unico modo di comprendere il presente, è una grande lente interpretativa che ci consente di essere veramente contemporanei.
Come diceva Nietzsche “il contemporaneo è l’intempestivo”, capire il proprio tempo è possibile solo grazie a una sfasatura, a un anacronismo necessario per occuparlo invece che rimanerne all’ombra. Questo sguardo “dal passato” ci dà la possibilità di metterci a distanza rispetto al presente senza che questo ci divori, con la sua forza irriducibile. Questa distanza ci consente di continuare a guardare e interrogare questa misteriosa creatura temporale che fugge in modo acrobatico, in un pulsare impraticabile fatto di strade discontinue e spesso scivolose. L’archeologia risponde alla nostra esigenza più profonda di non mancare l’appuntamento con il contemporaneo, perché, come dice il filosofo Agamben, “fra l’arcaico e il moderno c’è sempre un appuntamento segreto”.

Cosa accomuna archeologia e poesia?
Dopo averci pensato a lungo, mentre facevo l’archeologa e più tardi a riposo, quando quelle emozioni si erano già sedimentate, è apparso sempre più evidente al mio sguardo di poeta che l’archeologia avesse una sua poetica e che fosse così affascinante che bisognasse raccontarla. Era chiaro per me che questa poetica dell’archeologia fosse proprio l’immortalità. Siamo abituati a pensare che l’immortalità sia una linea che non finisce, mentre io da archeologa la sento piuttosto come un istante eterno: quello della scoperta, l’archeologia forse è il momento supremo, il kairos, dell’immortalità.  Come ho scritto in Lezioni di immortalità: “Se il lavoro del poeta è scuotere il cielo aspettando che qualche frammento cada, il lavoro dell’archeologo è scuotere la terra, senza imbarazzo del cosmo, aspettando che qualche frammento di cielo appaia”.  Si tratta in entrambi i casi di una tensione cosmica, di una ricerca e di un’esplorazione animata dal desiderio, che come dice l’etimologia viene da de-sidera, assenza di stelle. Ecco sia la poesia sia l’archeologia svelano, rivelano partendo proprio da frammenti e si muovono su un tessuto comune quello della memoria, del tirare fuori dal profondo per riportare alla luce. Il poeta nella sua rêverie, ricerca le sostanze poetiche nell’infinita profondità dell’intimo sentire (la sostanza poetica è lì nel luogo del riposo, che diviene espressione viva e pulsante di questo mondo sotterraneo e del suo enigma), l’archeologo in quella finita della terra e della storia. I reperti, i gesti, le abitudini, le azioni compiute riposano nella terra e rivedono la luce grazie all’archeologo, che possiamo immaginare come un poeta delle nostre tracce. La ricostruzione delle cose antiche è una “riflessione”, una visione non diretta, ma riflessa appunto, del passato come in uno specchio, simile a quello di Dioniso dei Misteri. Dove le immagini dell’antico gli appaiono e sono estremamente fugaci. Si tratta di una sorta d’iniziazione ai Misteri dopo la discesa nel labirinto infero, nelle profondità della terra. Anche la poesia è un mistero: chiedere che cosa sia la poesia è come domandare se la tela di Penelope fosse tessuta al dritto o al rovescio. C’è quindi un rapporto d’imprevedibilità che accomuna l’archeologia con il fare poesia. È questo rapporto con il segreto, con il nascosto, con il sepolto che come tale è sconosciuto. Il poeta converte il silenzio delle emozioni, dell’oscurità e sedimentazione profonda, nella leggerezza della parola. E anche lo sforzo archeologico va nella direzione della leggerezza. E così ogni capitolo di Lezioni di immortalità è introdotto da versi di poeti che amo, a testimoniare la tessitura del libro in cui la poesia e l’archeologia s’intrecciano.

Quale straordinaria importanza riveste, per la nostra identità di occidentali e di europei, l’eredità culturale delle civiltà del Vicino Oriente antico?
L’importanza di un luogo originario e fondativo per la nostra identità. Come scrivo: “L’Occidente non ha coscienza di quanto la nostra tradizione sia in debito con le civiltà del Vicino Oriente antico da cui tutto ebbe origine. Nel IV millennio a.C., nella bassa Mesopotamia (attuale Iraq), ci fu la rivoluzione urbana e sorsero le più antiche città del mondo. Allora queste zone erano l’epicentro di un assoluto fermento. Nacque la scrittura, nel 3200 a.C. circa, come risposta alla complessità economica e politica determinata da un processo di sviluppo crescente. E in Siria, in particolare, fu inventato il primo alfabeto. Qui videro la luce i primi imperi, furono immaginati i più antichi miti, le prime sperimentazioni in agricoltura legate anche ai sistemi di irrigazione, oltre che le formule della regalità. Non è compresa l’importanza straordinaria di questa eredità culturale per la nostra identità di occidentali e di europei, pronti a riconoscere esclusivamente il debito verso le civiltà classiche. Pensiamo solo a quanto la Bibbia, il libro più letto e ricopiato del Medioevo, sia stata nutrita dalla letteratura mesopotamica e dai suoi miti e come questi abbiano fedelmente contribuito, trasversalmente, a erigere i nostri modelli culturali e le strutture del nostro immaginario condiviso.”

Qual è l’importanza storica ed archeologica delle campagne di scavo della Missione italiana a Ebla?
Le scoperte della Missione archeologica italiana a Ebla, in Siria, sono considerate il fiore all’occhiello dell’archeologia italiana perché hanno cambiato la storia del Vicino Oriente antico. Prima del ritrovamento di Ebla, la Siria del III millennio era generalmente considerata come un retroterra illetterato di piccole comunità lontane dai grandi sviluppi della civiltà che si erano verificati in bassa Mesopotamia e in Egitto. Il ritrovamento di Ebla ha completamente stravolto questa percezione. Inoltre la sua scoperta è di inestimabile valore per la storia dell’umanità, infatti rappresenta uno dei casi meglio conosciuti di città fiorita fuori dal contesto mesopotamico. Ebla oggi è il centro più rilevante e meglio indagato della seconda urbanizzazione che si realizzò in alta Mesopotamia e in Siria verso la metà del III millennio lontano dai fiumi. Un’urbanizzazione che si realizzò in forme attardate rispetto a quella della bassa Mesopotamia di circa mille anni.  In Mesopotamia, come abbiamo già detto, alla metà del IV millennio a.C. ci fu la rivoluzione urbana, nacquero le prime città del mondo, lo stato e la scrittura, che determinò l’inizio della storia.  A Uruk, che viene considerata la prima città del mondo, nel IV livello dell’area sacra dell’Eanna, furono ritrovati i più antichi documenti scritti al mondo, di natura amministrativa, le prime tavolette di argilla con segni pittografici dai quali deriverà la successiva scrittura cuneiforme.  Ebla, dunque, è una straordinaria eccezione, perché seppe trasformare e adeguare un esempio di civiltà urbana nato vicino a grandi fiumi in un territorio con caratteristiche geografiche completamente diverse. I presupposti per lo sviluppo della civiltà urbana in Alta Siria furono molto diversi dall’agricoltura irrigata-intensiva praticata in bassa Mesopotamia, favorita dalla vicinanza dei fiumi e dalle strutture di canalizzazione. In alta Siria si praticava prevalentemente un’agricoltura secca che non dipendeva dall’irrigazione ma dalle piogge. Inoltre nel 1975 a Ebla fu ritrovato uno straordinario archivio di 17000 tavolette cuneiformi che gettano luce sulla vita dell’epoca (2350-2300 a.C.). Questo archivio ha restituito una massa di dati sulla storia, sull’economia, sulla società, sulla religione non solo di Ebla, ma di tutta la Siria. Ebla a quell’epoca era un importantissimo centro con ambizioni imperiali, che intratteneva rapporti che andavano dall’Egitto all’Iran orientale. Di quest’orizzonte culturale non si sapeva nulla prima della scoperta di Ebla.

Quali sono i ritmi e gli strumenti del lavoro di un archeologo in una campagna di scavi?
Lo strumento principe di lavoro dell’archeologo è la Trowel, una cazzuola forgiata in un unico pezzo di acciaio, con un manico di legno. La mia Trowel è pronta nel primo cassetto del mio armadio, la vedo ogni giorno che spunta fra la biancheria, come se dovessi partire da un momento all’altro. Una delle prime cose che t’insegnano all’università quando studi archeologia è che «l’archeologia è distruzione». In archeologia lo scavo è irreversibile. Se vogliamo utilizzare la metafora dello scavo come un grande libro, questo manoscritto di pagine di terra, in cui è stato scritto il passato dalla mano della storia, è in copia unica. Una volta scavato uno strato di terra, e raccolto tutte le documentazioni che lo strato contiene, non si può tornare indietro. La lettura distrugge il manoscritto. Per questo la documentazione di ciò che si scava è fondamentale. Si documenta tutto quello che si è in grado di osservare, attraverso un diario di scavo, rilievi planimetrici, disegni, fotografie, sezioni ecc. Il lavoro dell’archeologo è molto faticoso e i ritmi sono spesso massacranti. Come scrivo nel libro: la vita dell’archeologo “è fatta di pazienza, di sudore, di attenzione minuziosa, di lentezza, di amore. L’archeologo può sopportare la fatica fisica e la precarietà della sua professione soltanto con l’entusiasmo e con una passione totale che arriva all’abnegazione. Il fuoco sacro lo guida, quando tutto sudato, sporco di terra sta in piedi o in ginocchio senza esitare ore e ore, nel bel mezzo del deserto, a guardare la terra per cercare di isolare gli strati, sotto un sole che come una fucilata batte i quaranta gradi”. Gli occhi degli archeologi sono sempre rivolti verso il basso, dove la vita antica è diventata radice, reliquia, impronta, traccia, frammento, e sotto la stratificazione, all’altezza della memoria, il suo battito cardiaco risponde ancora. L’archeologia degli ultimi decenni poi si avvale di strumenti tecnologici d’indagine sempre più sofisticati.

Quale lezione ha tratto dall’esperienza in Siria e dalla gente del luogo?
Una magnifica lezione di immortalità appunto. L’esperienza dello scavo è come una forma di infinito che ci attraversa. Le mani dell’archeologo sono capaci di rintracciare quel tempo perduto che viene ritrovato e di riscattarlo dal tempo stesso. Il tempo archeologico è un tempo circolare, dell’eterno ritorno, che non finisce nella terra, che non può finire. E questa è una forma di immortalità. È un lavoro sul tempo quello dell’archeologo, fatto di tempi scaduti, fuori corso, tempi persi, ritrovati, tempi disabilitati o che giungono da tutte le direzioni di cui l’archeologo rompe il silenzio e ne svela le relazioni, ne ibrida il senso e li contamina fra loro.
Dalla gente del posto ho imparato la gentilezza come visione del mondo, un nuovo metro per confrontarmi con la natura, per dialogare con le sue forze.

Nel Suo libro racconta il fascino del deserto evocando le vite di eremiti e anacoreti che lì avevano scelto di vivere: cosa ha rappresentato per Lei l’immensità di quello spazio?
Vivendo a lungo in un villaggio del deserto settentrionale della Siria, ne ho scrutato la natura, ho penetrato i suoi segreti. Il deserto per me è un antispazio in cui la temporalità vacilla, luogo del silenzio, dell’ascolto, del segno, del cammino, dell’andare verso l’indispensabile. Il basso continuo del deserto è il silenzio, capace di dissodare come un aratro il campo dell’anima. Il deserto mi ha educato al silenzio e alla solitudine e lì ho capito che “c’è silenzio e silenzio. Il silenzio bianco immacolato della neve. Il silenzio che protegge, intimo, del buio, quello doloroso e nero dell’assenza. Il silenzio rosso infuocato della sentenza prima di essere pronunciata. Ci sono silenzi operosi, pieni di petali. Altri curvi, arrugginiti o impigliati nell’imbarazzo. Ci sono silenzi psichici che sigillano, altri onirici che si affacciano. Ci sono silenzi chiusi, altri aperti, annuvolati o arrotolati, a volte distesi. Alcuni siderali e trasparenti, quelli della prossimità sono azzurri. In quelli delle indecisioni i lillà tremano. Ci sono silenzi che convergono, altri muti o quelli che fanno finta di dormire invece sono rumorosi. Alcuni sono nascosti, quando non sono accesi d’incapacità. Ci sono silenzi millimetrici, altri con le chiome che traducono l’infinito. Ogni silenzio ubbidisce alla sua evidenza. Quello del deserto è un decollo color cadmio smisurato e spettacolare, un’immortalità sonora, una nota tenuta su una corda”. Il deserto è una dimensione dove lo spazio esce e il tempo finisce, luogo di elezione dei fantasmi. È fatto di memorie, di antenati, di manifestazioni che procedono inesorabili dalla linea dell’orizzonte verso di te. La forza smisurata di quello spazio vuoto ti entra nelle vene ed è un’esperienza da cui si esce trasfigurati, perché sono di prove di volo per l’immortalità.

La Siria è oggi dilaniata da una guerra atroce; nel libro i Suoi ricordi di città come Aleppo si legano alla storia millenaria di quella terra: qual è la sofferenza più grande che prova dinanzi alle notizie che giungono dalla Siria?
La sensazione è di sgomento e spesso non posso assistere alla comunicazione di queste notizie. La sofferenza più grande è per le vittime di questa guerra, i civili siriani, gli amici del villaggio di cui non ho più notizie. La sofferenza atroce riguarda un luogo dove ti sei identificato, dove ti senti a casa e la consapevolezza che sia scomparso, o che stia scomparendo. Considero la Siria la mia seconda patria e Aleppo una mia città, un po’ come Firenze o Roma. Spesso sogno di camminare ad Aleppo, che mi appare ancora intatta mentre percorro per le strade del quartiere armeno, che era il luogo che amavo di più. Questi ricordi non mi lasciano mai, continuano a convocarmi e mi tirano i piedi anche mentre dormo. Proprio ad Aleppo, che per me è sempre stata la più bella città di tutto il Medio Oriente, ho dedicato un capitolo appassionato del mio libro, che inizia con queste parole: “Ci sono luoghi che puoi visitare per l’ultima volta solo senza saperlo, altrimenti il cuore si frantumerebbe…”.