Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita, Ilaria GaspariIlaria Gaspari, Lei è autrice del libro Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita edito da Einaudi, il resoconto di sei settimane vissute nel rispetto dei precetti di una sempre diversa scuola filosofica della Grecia antica, dalla pitagorica alla cinica, passando per la scettica e la stoica: innanzitutto, ci si può curare con la filosofia?
C’è una tradizione molto antica che ci dice che sì, curarsi con la filosofia si può – e che, anzi, quello di curarci è uno dei compiti principali della filosofia stessa. Come epigrafe del mio libro ho voluto una frase di Epicuro che sostiene proprio questo: “Vano è il discorso di quel filosofo che non curi qualche male dell’animo umano”. La filosofia aiuta, in primo luogo, a cambiare il modo in cui ci poniamo le domande, la prospettiva da cui guardiamo i problemi: non ci offre risposte facili, e le sue massime, se pur ci sono, vanno sempre interpretate. A differenza della manualistica da self-help, che ha un mercato fiorente e probabilmente può anche essere utile a tamponare problemi specifici, la filosofia ci spinge a guardare a noi stessi con occhi nuovi, senza eccessive indulgenze né troppe severità, senza che sprechiamo tempo a piangerci addosso o a deriderci e a non prenderci sul serio. È importante, invece, cercare di conoscersi, di capirsi; e la filosofia ci mostra una strada per liberarci dalle parole e dalle immagini che ci imprigionano, dalla presunzione di dover essere in un certo modo solo perché siamo abituati a vederci e raccontarci così, dalle paure che automaticamente fanno scattare in noi reazioni di cui nemmeno ci accorgiamo. Una cosa che ho capito scrivendo questo libro è quanto sia fondamentale arrivare preparati alla libertà; e credo che la filosofia, fra le altre cose, possa essere utile anche a darci questo genere di disciplina.

Cos’era la felicità per gli antichi greci?
Era sicuramente qualcosa di diverso dall’euforia con cui spesso siamo portati a confonderla oggi. Qualcosa di molto più strutturato e disciplinato: la parola greca per dire la felicità – εὐδαιμονία – rimanda all’importanza di avere ‘un buon daimon’. Il daimon ha a che fare con la sorte, ma anche, e soprattutto, con la fedeltà a quello che siamo davvero, alla nostra più reale e più intima vocazione. Un passaggio fondamentale dell’Apologia di Socrate è quello in cui il filosofo cita proprio il suo daimon come una voce che lui ascolta fin dall’infanzia, e che ogni volta che si fa sentire lo fa per dissuaderlo dal compiere azioni che non gli corrispondono.

Naturalmente, essere felici, ovvero riuscire a vivere in armonia con questo richiamo a evitare di tradirci, è tutt’altro che facile, e tutt’altro che facile doveva essere anche allora – tant’è vero che il tragico destino di Socrate lo conosciamo e lo ricordiamo ancora oggi. E lo ricordava certo molto bene Platone, quando gli fece pronunciare il suo discorso ‘demonico’ nell’Apologia. Di fatto, però, credo che questa idea della felicità come riconoscimento di noi stessi – un riconoscimento che non può prescindere dal riconoscere anche negli altri il segno, per dirla con Montaigne (un antico moderno), della condizione umana – possa dire molto anche a noi, oggi. Oggi siamo prigionieri dell’idea che essere felici significhi essere spensierati, esaltati e incoscienti; e del corollario speculare a questa idea, secondo il quale lo studio, la disciplina, l’avventura di ‘conoscere sé stessi’ debbano essere attività punitive, scialbe, ascetiche.

Ma io credo che provare ad andare incontro all’idea di felicità degli antichi potrebbe essere il modo per liberarci una volta per tutte da queste sciocche dicotomie punitive, che ci fanno guardare alla felicità come a un puro stato di esaltazione, come a un’ubriacatura passeggera che per sua natura deve passare – come a un’illusione. Spesso sento parlare di felicità in questi termini: uno strappo irresponsabile, un errore perdonabile, ma pur sempre un errore. Credo sia ingiusto nei confronti della felicità assegnarle questo statuto di immaturità e di incoscienza; così come è ingiusto verso la saggezza pensare che essere saggi significhi essere barbosi e infelici, e incapaci di vivere la vita. Per i greci, il saggio era felice; non conoscevano queste nostre semplificazioni. E credo che, su questo punto, dovremmo proprio cercare di imparare qualcosa da loro.

Come nasce il Suo esperimento?
Nasce da un periodo di smarrimento che ho vissuto qualche tempo fa. Avevo discusso la mia tesi di dottorato e pubblicato il mio primo romanzo, cosa che speravo oscuramente di fare un giorno, ma che non avrei mai pensato potesse succedere davvero. C’è qualcosa di spaventoso, o almeno di destabilizzante, nel momento in cui si avvera un desiderio molto profondo: ti ritrovi lì, con il tuo desiderio realizzato che di punto in bianco non è più qualcosa su cui fantasticare, ma è improvvisamente sconcertante e reale. Insomma, sapevo di essere stata fortunata; sapevo di dovermi sentire felice, ma ero troppo disorientata per sentire davvero qualcosa. Mi chiedevo se sarei stata in grado di continuare a scrivere, ora che scrivere non era più un gioco ma un lavoro, e mi chiedevo di cosa avesse senso scrivere, ora che non si trattava più di buttar giù i capitoli di un romanzo nelle pause dalla stesura della tesi. Come ogni vero procrastinatore che si rispetti, infatti, io finisco con facilità e con piacere solo quelle cose a cui mi dedico quando in realtà avrei qualcosa di più urgente di cui occuparmi. Ritrovandomi all’improvviso nel grande mare delle collaborazioni da free-lance, non avevo più una scala precisa delle mie priorità: non sapevo nemmeno quali fossero i lavori da trascurare per dedicarmi a quelli meno urgenti. Ma per fortuna, giusto giusto in quel periodo di smarrimento, mentre tutta la mia vita, anche quella privata, era in pieno sconquasso, dalla redazione de L’Indiscreto (che è una bellissima rivista online di filosofia) mi chiesero se non avessi voglia di scrivere per loro. Mi lasciavano assoluta libertà nella scelta del tema, l’unico requisito era che avesse in qualche modo a che fare con la filosofia. E fu così che mi venne l’idea: avevo bisogno di darmi una disciplina, delle regole, perché mi stavo perdendo. Il caso volle che avessi da poco traslocato, e rimettendo via i libri di filosofia antica mi fossi detta: certo che è un po’ uno spreco, confinare in uno scaffale tutto questo patrimonio di saggezza. Fu così che mi iscrissi alla scuola pitagorica, poi a quella cinica, per scrivere un paio di articoli che furono molto letti e commentati dai lettori della rivista. Poco dopo, mi contattarono da Einaudi chiedendomi se avessi qualche idea da proporre, per un libro. E siccome avevo la sensazione che l’esperimento, su di me, avesse sortito un buon effetto (mi ero rimessa a scrivere, a cercare, a pensare: insomma, mi pareva di aver trovato una via d’uscita dal vicolo cieco in cui credevo di essermi infilata), decisi di parlare proprio di questo strano esercizio. Ovviamente ero sicura che fosse un’idea troppo balzana perché potesse essere presa in considerazione, e invece…

I precetti di quali scuole ha praticato?
Ho scelto sei scuole, seguendo, più che un ordine cronologico, un ordine ‘pedagogico’: da autodidatta, di volta in volta ho cercato di iscrivermi alla scuola da cui sentivo il bisogno, in quel preciso momento, di farmi educare. Ho scelto di cominciare con la pitagorica, quella con le regole più ‘precise’ (benché oscure), poi ho proseguito con la eleatica, poi sono venute la scettica, la stoica, l’epicurea e infine la cinica.

Quale settimana ha presentato le maggiori difficoltà?
Sicuramente la seconda, quella eleatica: precetti precisi a cui attenermi non ne avevo, così mi sono dovuta concentrare sul modo in cui ero abituata a pensare il mondo che mi circonda. È andata a finire che questa scuola, di primo acchito così ostica, così impenetrabile, così difficile da ‘interpretare’, mi ha costretta a rivedere un aspetto fondamentale della mia esperienza – il rapporto con il tempo. Non mi ero mai resa conto di come fosse radicata, in me, la tendenza a cancellare il presente e a deformare il passato a seconda degli obiettivi che mi imponevo per il futuro. Ho scoperto che un fortissimo senso di impotenza, di ansia e di fallimento, che mi gravava addosso con tanta naturalezza da indurmi a pensare che si trattasse proprio di un aspetto del mio carattere, di un elemento inevitabile e imprescindibile della mia esperienza del mondo, nasceva invece dalla mia maniera, piuttosto ‘avara’, di pensare il tempo. Misuravo tutto in relazione ai successi e ai fallimenti, come se dovessi mantenere una contabilità sempre in attivo, come se mi fosse stato lecito giudicarmi, ogni volta, con il senno della me di domani, e non di quella di ieri, o di oggi, fatta di idee, stati d’animo, desideri che lo scorrere dei giorni, molto semplicemente, modificherà. E anche se quella di smontare pezzo per pezzo la mia idea ingenerosa del tempo è stata un’esperienza profondamente intima, io non credo che riguardi solo me. Se ho pensato alla mia vita come a un curriculum da mantenere sempre aggiornato e appetibile, sempre presentabile, se mi sono sentita tanto in colpa per il tempo ‘perso’, è solo perché convenzionalmente siamo portati a credere, tutti quanti, che le cose che non vanno come ci aspetteremmo siano fallimenti, o che il tempo possa essere effettivamente perso. È un modo abbastanza arrogante, però, abbastanza impietoso, di pensare alle nostre vite, no? Credo che nelle cose che ci rendono più vulnerabili, ognuno a modo suo ci somigliamo tutti. Per questo sono andata a scavare in profondità nel mio rapporto con il tempo: volevo offrire la mia esperienza, e le pagine che la raccontavano, ad altre persone che ci si potessero rispecchiare. Del resto, la nostra condizione di esseri umani è definita in larga parte proprio dal rapporto che instauriamo con il tempo – limitato e incalcolabile – delle nostre vite.

L’adesione a quale scuola filosofica ha prodotto in Lei i risultati più tangibili?
La settimana scettica è stata abbastanza sorprendente. Nel senso che io mi ritenevo una persona piuttosto scettica… ma solo nell’accezione che siamo abituati a dare all’aggettivo nel parlare comune. Mi pensavo ironica, distaccata, poco incline all’entusiasmo e all’animosità; aperta ai confronti e ben disposta al dubbio. Soprattutto, ero convinta di non essere affatto una di quelle persone che hanno perennemente la pretesa di aver ragione. Insomma, mi ritenevo mite, elastica e modesta. Quanto mi sbagliavo! Per capire la misura dei miei errori, è stato necessario che mi educassi al dubbio (nel libro racconto come ho fatto: per esempio, rinunciando per tutta la settimana alle lenti e agli occhiali, per sradicare la certezza di ‘veder chiaro’ alcunché). A parte i piccoli inconvenienti pratici della vita da scettica (dover premettere formule dubitative ad ogni frase, vi assicuro, non faciliterà né le vostre conversazioni né la vostra vita sociale), è stato molto spassoso – ma anche inaspettatamente difficile – ammettere quanto fosse radicata in me la pretesa di aver sempre ragione, o meglio ancora: il fatto di dare per scontato, in ogni contesto, di aver ragione; e quanto fosse diverso, non solo nelle discussioni, ma anche nei piccoli incidenti della vita quotidiana, partire invece dal presupposto di poter sempre essere in errore. Paradossalmente, era un modo per rendere meno potente la delusione di sbagliarsi; un modo per non sopraffare né me stessa né gli altri con la mia istintiva presunzione (o pretesa) di essere nel giusto. Non solo, quindi, mi sono resa conto di quanto siamo tutti prigionieri delle definizioni che diamo di noi stessi, delle parole che usiamo per raccontarci (io, per esempio: mite, accomodante, ecc., salvo poi scoprire di non esserlo affatto e di poter vivere molto meglio una volta libera dalla pretesa di vedermi ed essere vista in quei termini). Ma ho anche imparato una lezione che credo mi sarà utile a lungo, un modo più gentile e davvero più elastico di accogliere gli errori miei e altrui.

«Scrivere è un mestiere che rende poco, obbliga a grandi fatiche e a molta solitudine» confessa nel libro: quali consigli si sente di dare ad un aspirante scrittore?
Ai miei alunni (insegno alla Scuola Holden) do sempre un consiglio che penso possa essere valido per tutti gli aspiranti scrittori: quello di leggere, leggere, leggere tantissimo, di leggere per il puro gusto di farlo, quindi scegliendosi i libri in libertà, non per impressionare qualcuno, e nemmeno con l’idea di colmare le lacune; senza neppure sentirsi obbligati ad arrivare sempre fino all’ultima pagina. Ecco, il mio consiglio (e il mio augurio) a chi vuole scrivere è di rimanere ancorato a quel piacere anarchico che scopriamo da lettori. Credo sia importante perché è un modo per tener presente, sempre, che dobbiamo rispettare chi ci legge, non rifilargli la prima cosa che ci passa per la testa, ma qualcosa che speriamo possa scatenare in lei o in lui una sensazione simile a quella che noi, da lettori, ci lasciamo distillare dai nostri libri preferiti. Attenzione, però (e questo è l’ultimo consiglio): scrivere secondo me è anche una forma di seduzione, e proprio come nell’amore, anche nella scrittura non ci sono garanzie possibili di successo; come nell’amore, dobbiamo affidarci alla speranza, non al calcolo. Quindi, in due parole: possiamo sperare che quello che scriviamo possa piacere molto a qualcuno, dovremmo sperare anche che a qualcun altro non piaccia. Scrivere con l’intento di piacere a tutti, secondo me, significa quasi certamente non far innamorare nessuno.

I dati Istat evidenziano come oltre il 60% degli italiani non legga: quali a Suo avviso le cause e quali le possibili soluzioni?
Le cause, francamente, non le saprei indovinare: potrei provarci, probabilmente sbaglierei. Potrebbe essere, per esempio, una conseguenza del fatto che la lettura venga associata a qualcosa di obbligatorio, di scolastico e di noioso? Forse sono in molti a essersi sentiti frustrati dall’imposizione di letture sgradite perché obbligate, perché non scelte da loro, a scuola? Forse è una conseguenza di un modo di leggere imposto dagli insegnanti più per obbligo curricolare che per altro, un modo di leggere nozionistico, poco creativo, poco libero? So che c’è chi pensa che una delle cause sia questa. Io però non credo che il fatto di non leggere possa essere una risposta al ‘trauma’ di aver dovuto affrontare, magari senza troppa voglia, Pirandello o Manzoni a scuola… mi sembra un’ipotesi un po’ forzata, e in ogni caso non credo che colga nel segno. Intanto, a quanto mi risulta, i bambini e i ragazzini leggono molto di più (e molto più volentieri) degli adulti; e credo che molti insegnanti siano bravi a incoraggiarli. E poi, credo che il problema del ruolo della scuola rispetto all’abitudine della lettura non stia tanto nel programma di letture ‘obbligatorie’, quanto, semmai, nell’eventuale mancanza di un’educazione veramente libera del gusto dei bambini e poi dei ragazzi. Anche qui, però, alla libertà è bene arrivarci preparati: abbiamo la fortuna immane di avere a nostra disposizione, ovunque abitiamo, qualsiasi libro, qualsiasi storia, e però se non abbiamo idea di cosa sia il piacere di frugare fra gli scaffali di una biblioteca o di una libreria, se non abbiamo mai sperimentato la bellezza di sprofondare dentro un mondo che possiamo aprire e chiudere a nostro piacimento semplicemente mettendoci a leggere o smettendo di farlo, difficilmente ci accosteremo a questo piacere, tanto più che abbiamo a portata di mano mille passatempi apparentemente molto più ‘facili’. Un’altra cosa che credo, infatti, è che il rapporto quasi simbiotico che molti adolescenti ma anche molti adulti coltivano con i loro smartphone e con tutto l’armamentario di vita virtuale, giochi, app e attività varie che questi piccoli strumenti contengono, porti a uno stato d’animo piuttosto ansiogeno e stancante, e ‘nemico’ della concentrazione indotta dalla lettura: se ci abituiamo a un’attenzione continuamente frammentata, passando ogni due per tre da uno stimolo all’altro, rimarremo all’erta anche quando in realtà non stiamo facendo nulla. E mettersi a leggere, quando si è in ansia, è difficile, anche se poi si rivela terapeutico.

Quanto alle possibili soluzioni, penso che il piacere di leggere, come il piacere di giocare, come tutti i piaceri creativi, non vada soffocato da una retorica che io stessa, pur essendo una lettrice appassionata, ho sempre trovato insopportabile e che per fastidio ho sempre cercato di trattare da bastian contrario – la retorica della pretesa superiorità morale di chi legge, o di chi fa una certa cosa, rispetto a chi non la fa. Penso che il gusto per la lettura andrebbe invece assecondato come una cosa bella nel momento in cui qualcuno mostra la curiosità di provarlo. Credo che molto spesso la curiosità, soprattutto dei bambini e degli adolescenti, sia invece frustrata, incanalata in mille attività sedative o in un’urgenza di ‘capitalizzare’ il tempo libero. Per leggere c’è bisogno di tempo davvero libero, c’è bisogno dell’ozio, c’è bisogno di avere delle ore del cui uso non si rende conto a nessuno.

Può dare a chi non legge una ragione per farlo?
Io dico solo: se non l’hai mai fatto, se non hai mai provato a leggere un libro solo perché ti va, un libro che ti scegli in tutta libertà, seguendo l’istinto, seguendo il tuo gusto, solo perché magari ti incuriosisce il titolo o la copertina, o l’aletta, o quel che ti colpisce – insomma, se non hai mai provato a leggere per puro piacere e non perché qualcuno ti ha prescritto il tal libro come compito per le vacanze o come lettura obbligatoria – come puoi sapere che non ti piace? Magari se ci provi poi ti piace da morire, e ti stai perdendo questo piacere solo per diffidenza. Oltretutto, è il modo più semplice, economico – e, lo dico da pigra: il meno faticoso – per viaggiare. Ah, e volendo, se uno proprio non ha la propensione all’ozio e non vuole starsene sul divano, sul prato, sul tappeto, o sotto un albero immobile a leggere, ma mentre segue la storia preferisce guidare la macchina o correre o pedalare, oppure preparare il pranzo, fare la lavatrice, o annaffiare i fiori, beh, ci sono pure ottimi audiolibri!

Ilaria Gaspari è nata a Milano. Ha studiato filosofia alla Scuola Normale Superiore e all’Università di Pisa, poi si è addottorata alla Sorbonne con una tesi sullo studio delle passioni nel XVII secolo. Nel frattempo ha scritto il suo primo romanzo, Etica dell’acquario, uscito per Voland nel 2015; dopodiché ha cominciato a collaborare con varie testate. Nel 2018 è uscito per Sonzogno Ragioni e sentimenti. L’amore preso con Filosofia, un piccolo romanzo filosofico; nel 2019 invece, per Einaudi, Lezioni di felicità – Esercizi filosofici per il buon uso della vita.