Dottor Montesano, Lei è autore del libro Lettori selvaggi. Dai misteriosi artisti della Preistoria a Saffo a Beethoven a Borges la vita vera è altrove, pubblicato da Giunti: una sorta di bibliografia necessaria, una vertiginosa celebrazione dello spirito umano attraverso i grandi autori della storia?
Lettori selvaggi Giuseppe MontesanoPiù che una bibliografia direi una biblioteca: ma una biblioteca che sia insieme una nave e come un mare, qualcosa che insomma serva per viaggiare sia verso isole nuove e ignote, sia verso quell’interiorità che forse è ciò che più ci interessa nell’arte di ogni epoca. Il cosiddetto “spirito umano” si muove e viaggia da sempre, in tutte le direzioni, in tutte le forme, e continuerà a farlo, e bisognerebbe sempre assecondare questo suo movimento perpetuo: forse Lettori selvaggi non è altro che un omaggio a questo potere dello “spirito umano” che, non metaforicamente ma letteralmente, ci permette di sopravvivere alla miseria della vita e che, se abbiamo molta pazienza, molto desiderio e qualche chance offertaci dal caso, ci permette non più di sopravvivere ma di vivere: ci permette di diventare noi stessi.

Come ha costruito la Sua raccolta di autori e opere?
Si è in gran parte costruita da sola. Negli anni mi è capitato spesso che alcuni lettori, e amici, e studenti, mi chiedessero che cosa secondo me bisognava leggere, ascoltare, guardare. E per anni ho sempre detto che non mi piacevano gli elenchi dei 100 libri più importanti o dei 100 cd da portare sull’isola deserta e cose simili, finché a un certo punto della mia vita ho pensato che non dovevano per forza essere 100, i libri o i cd o i film o qualsiasi cosa mi stesse a cuore, ma potevano essere tutti quelli che volevo, tutti quelli che mi piacevano e che avrei voluto condividere con gli altri: e allora ho cominciato a scrivere Lettori selvaggi. Un po’ sul filo dell’emozione che ricordava libri e opere e un po’ sulla rilettura e il riascolto, e sempre con una sola regola: lo scrittore, il poeta, il musicista o l’artista di cui scrivevo doveva essere importante per me adesso: ora. Se una cosa che ricordavo bellissima alla rilettura di oggi non mi scuoteva, allora non l’avrei inserita nel libro: semplicemente perché non sarei stato capace di scrivere su qualcosa che non mi dava più emozione e energia. Poi c’è stata la decisione, quando il libro era oltre la metà, di non accostare poeti e scrittori e pittori e musicisti per temi o per affinità, ma solo secondo l’ordine del Tempo: il filo cronologico che andava dalla Preistoria a Marina Abramovic. Questo sistema per cui un autore era seguito o preceduto non da un suo simile, ma da colui che temporalmente lo precedeva o lo seguiva, mi dava forti suggestioni: perché io stesso “scoprivo” che Platone era contemporaneo di Lao-Tzu e del taoismo o che i grandi poeti persinai del Medioevo erano precedenti a Dante, e così via. E queste suggestioni erano esattamente ciò che cercavo e che volevo provare a trasmettere.

Lei travalica i confini della letteratura per dipingere ritratti eterogenei di musicisti, cineasti, scienziati: quale fil rouge accompagna questa imponente galleria?
Non saprei esattamente come spiegarlo, quel fil rouge, perché forse tutto il libro è scritto per spiegare le relazioni pericolose e fertili che ci sono tra autori e opere eterogenee, ma per provare a spiegare cos’è che unisce tutte le voci e gli autori del libro potrei dire qualcosa del genere: ciò che unisce Einstein a Saffo e Picasso a Bob Dylan è qualcosa che io trovo in loro e che mi fa saltare sulla sedia, e mi fa salire un brivido lungo la schiena, e mi stacca dalla ripetitività che giorno per giorno si coalizza per farmi dormire in un sonno troppo simile alla morte. Il vero fil rouge emotivo di Lettori selvaggi è questo tentativo di trovare energia per me stesso, e quindi per chi leggerà, dovunque essa si sia concentrata: che sia in una poesia, in un’idea, in una scultura, in una fotografia, in un film, in una canzone o in un romanzo. Ma c’è anche un altro fil rouge: l’idea che non sia possibile “creare” qualcosa in arte o in letteratura se non collegandosi a chi lo ha fatto prima e meglio di noi: quasi come se la creatività fosse di ognuno ma non appartenesse a nessuno, un fiume in cui tutti, in certi momenti e in certe condizioni, possono tuffarsi.

Sono assai pochi nella Sua opera i contemporanei.
La ragione è semplice: sui contemporanei si scrive e si discute molto, e si tende a dare ai contemporanei uno spazio molto grande, mentre su moltissimi autori che non sono contemporanei c’è una sorta di silenzio o di alzata di spalle: un po’ come se si dicesse e vabbe’, ma ormai questi Catullo e questi Kafka sono roba vecchia roba superata, oggi ci vuole ben altro. Ma si potrebbe anche osservare che troppo spesso si guarda ai contemporanei con un occhio che è già vecchio, o che invecchia dopo un minuto, un occhio che considera la letteratura e l’arte come branche della pubblicità e del tempo libero. Ma a che serve questo in una realtà dove già tutto è pubblicità e social che tutto è tranne che sociale? Allora ho provato a fare diversamente: e cioè a guardare ai poeti egiziani di 4000 anni fa o a Caravaggio con l’occhio di un contemporaneo, e con il bisogno che un contemporaneo ha di scosse vitali vere, di emozioni non bambinesche e di visioni del mondo non semplificate. Il significato di “contemporaneo”, una parola abusata, dovrebbe essere ripensato completamente: e forse si scoprirebbe che la contemporaneità assoluta è già vecchiaia assoluta, ma che lo spirito contemporaneo che si nutre di tutto ciò che lo ha preceduto è invece vivo, e capace di trasformazioni: di magie.

Che nesso vi è tra lettura e vita vera?
La vita è la vita e la letteratura è la letteratura, e solo occasionalmente esse si incontrano: ma la letteratura è forse l’unica forma di creatività che ci presenti l’immagine, e il sogno, della vita vera. Non la vita ripetitiva che tutti conduciamo più o meno stancamente, ma quel balenare di momenti folgoranti che ci staccano dalla colla esistenziale e dal ripiegarci su noi stessi e sulle nostre tristezze individuali: momenti che ci fanno capire quanto poco viviamo di solito, e quanto poco intensa sia la nostra quotidianità. La sensazione, o se si vuole l’immagine, della “vita vera”, è legata al sentimento che la vita che ci è toccata in sorte, e che non abbiamo scelto e che spesso non amiamo, sia sì l’unica a nostra disposizione, ma che possiamo in qualche maniera cambiarla facendola diventare qualcosa che ci appartiene davvero. E’ possibile? Forse sì, ma solo a patto di non avere paura di cambiare. I lettori selvaggi non rifiutano ciò che è ignoto, e non vogliono la ripetizione delle stesse cose: cercano una grande quantità di libertà. La vita vera esiste? Tutti sappiamo che esiste, perché tutti ne abbiamo sperimentato almeno una volta il potere magnifico e terribile. Possiamo arrivarci ancora, a quel potere: la letteratura quando è al culmine non è la vita vera, ma mostra la via che porta nella vita vera.